Mobilità sanitaria passiva: Abruzzo distratto, fiume di soldi verso le altre regioni

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. «I 30 milioni erogati all’Abruzzo dai presidenti delle Regioni italiane vanno a coprire  la differenza tra la mobilità passiva del 2008 e quella del 2009, che è aumentata a causa del terremoto».

Lo spiega meglio Carlo Masci, assessore regionale al Bilancio che precisa che «i dati che ho illustrato in sede di Conferenza delle Regioni hanno convinto tutti perché erano dettagliati e precisi: nel 2008 la mobilità passiva abruzzese era stata di 30 milioni, nel 2009 è schizzata a 60 proprio per il terremoto. Ci hanno dato questi 30 milioni che noi abbiamo speso in più. Basti pensare che solo la Asl dell’Aquila ha speso 20 milioni in più rispetto all’anno precedente».

 L’assessore Masci rivendica il suo ruolo di tecnico in questa difficile partita per far quadrare i conti della sanità e l’essere riuscito a convincere i colleghi delle altre Regioni («un aiuto molto importante è venuto dall’assessore Russo della Sicilia, che ha sposato in pieno le tesi dell’Abruzzo» aggiunge Masci).

Ma la cosiddetta solidarietà delle altre Regioni verso l’Abruzzo non sposta di un millimetro il problema: di questi soldi qui non resta un euro. Ne soffrono invece ospedali e cliniche che si vedono sottrarre risorse importanti e casistica, pazienti e prestazioni. E invece di porre rimedio all’esodo sanitario verso le altre regioni, sembra che i viaggi della speranza degli abruzzesi nel 2010 siano aumentati a causa di due promesse non mantenute da parte della Regione, anche e soprattutto nella sua gestione commissariale. Dove sono gli accordi di confine promessi dal sub commissario Giovanna Baraldi per limitare la mobilità passiva e regolare il “traffico” di pazienti?

Le Marche si sono ben guardate dal sottoscrivere un accordo limitativo per la sua sanità, qualcosa è stata fatta con la Puglia, niente in vista per Emilia e Lombardia, destinate a fare il pieno di fondi abruzzesi della sanità anche per il 2010 ed il 2011. Insomma i poveri che vanno in soccorso ai ricchi. C’è poi un altro aspetto che spiega meglio come in Abruzzo la lotta alla mobilità passiva non sia stata nemmeno tentata, aspetto evidenziato dai contratti stipulati con le cliniche private ai quali è stato imposto un tetto sia per le prestazioni ambulatoriali che per i ricoveri (cosa che le vicine Marche ed il Molise si guardano bene dal fare). La mobilità passiva in particolare fu oggetto di trattativa con l’allora assessore Lanfranco Venturoni: di fronte ai tagli al budget ed alle proteste degli operatori privati della sanità che non volevano firmare un contratto senza discuterne le clausole, l’assessore promise un recupero della mobilità passiva che però non c’è stato. Come non ci sono state le riunioni della commissione nominata su questo punto specifico (e che doveva riunirsi proprio di questi tempi un anno fa), come non sono mai arrivati i dati sulla mobilità passiva del 2010 (né allora né oggi). E siccome la “solidarietà” è una tantum, forse sarebbe il caso di puntare il faro su questa criticità del bilancio sanitario per evitare che i conti del Piano di rientro dai debiti possano scoppiare: è del tutto inutile chiudere i piccoli ospedali con risparmi ridicoli, se poi aumenta in modo esponenziale il debito verso le altre sanità regionali. Il fatto è che altrove si investe sull’assistenza, in Abruzzo si taglia. E ci limita solo a protestare per le liste di attesa troppo lunghe, che sono un sintomo e non la malattia vera della sanità abruzzese.

Sebastiano Calella  12/07/2011 8.52