Servizio idrico, Governo impugna l'ennesima legge regionale

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Il Governo ha impugnato l'ennesima legge della Regione Abruzzo, quella sul servizio idrico integrato.

ABRUZZO. Il Governo ha impugnato l'ennesima legge della Regione Abruzzo, quella sul servizio idrico integrato.

Per il Governo sono due i profili di illegittimità costituzionale. Primo: quello che riguarda l'istituzione delle assemblea dei sindaci, chiamate Assi, che hanno le competenze nelle materie di organizzazione del Servizio, di adozione del Piano d'Ambito provinciale, di scelta della forma di gestione, di determinazione e modulazione delle tariffe all'utenza, di affidamento della gestione.

Secondo: il comma 11, primo periodo, che dispone che l'Assi, esprime in via ordinaria pareri obbligatori e vincolanti all'Ersi. L'Ersi coordina ed unifica a livello regionale le deliberazioni delle Assi al fine di mantenere l'uniformità di azione sull'intero territorio regionale.

Il Pd però è scettico. Le motivazioni governative, secondo i consiglieri regionali Giovanni D'Amico, Claudio Ruffini e Giuseppe Di Pangrazio, sono oggi in contrasto con il risultato referendario ed il deciso voto dei cittadini che hanno indicato chiaramente da chi vogliono far gestire l'acqua come bene pubblico.

«L'assemblea dei sindaci», spiegano i consiglieri del Pd, «ha tutta la legittimità e la titolarità per esprimere un parere sui Piani d'Ambito in quanto la gestione pubblica ha come capisaldi proprio la partecipazione ed il coinvolgimento degli Enti locali e dei sindaci».

Altro discorso è l'organizzazione per Ato provinciali dell'Ersi, un esempio tipico dell'organizzazione del servizio idrico nella Regione Lombardia, dove però tale legge regionale non è stata impugnata dal Governo.

«In Abruzzo la legge di riforma è stata concepita meglio che in altre regioni in quanto l'Ersi è l'organismo che riesce a fare sintesi della volontà dei singoli comuni e quindi degli enti locali» dice Di Pangrazio.

«L'impugnativa ha quindi ingiustamente proiettato delle illegittimità nella legge della nostra regione che oggi non hanno più motivo di esistere», insistono dal Pd che sottolineano come la legge di riforma dovrà tornare in Consiglio regionale «per assegnare maggiore forza e titolarità ai sindaci, non al contrario prevedendo ulteriori limiti di partecipazione di questi soggetti ai processi decisionali. La regione deve opporre ricorso dinanzi alla Corte Costituzionale, in quanto siamo convinti che la nostra legge ha tutti i requisiti di legittimità e quindi crediamo che la Corte ci darà regione».

«Ora che il popolo italiano ha abrogato il famigerato articolo 23bis con il suo obbligo di privatizzare», commentano anche i consiglieri Maurizio Acerbo (Rc) e Antonio Saia (Pci), «bisogna scrivere una nuova legge raccogliendo le proposte dei movimenti referendari che garantisca una gestione pubblica, trasparente ed efficiente. Comunque non possiamo che complimentarci con una giunta regionale che riesce a scontentare contemporaneamente i referendari e il suo governo».

18/06/2011 11.12