Sanità, Chiodi lasciato solo dal Governo contro il Tar. Spuntano i fondi sanitari integrativi

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Il commissario alla sanità Gianni Chiodi è stato lasciato solo dal Governo a difendere il Programma operativo bocciato dal Tar.

Lo spiega il verbale (che PrimaDaNoi.it ha potuto consultare) della riunione romana del 24 maggio, quando Chiodi ha chiesto al Governo come affrontare la sua delegittimazione operata dal Tribunale amministrativo regionale.

Non un intervento a sostegno della chiusura dei piccoli ospedali o dei tagli verticali ai posti letto, che pure erano stati imposti dal Tavolo di monitoraggio. Non una parola a difesa del sub commissario Giovanna Baraldi, spesso anche lei lasciata sola contro tutti ad imporre all’Abruzzo la camicia di forza governativa e che è non mai stata difesa nemmeno dal Pdl. Insomma un brutto segnale per Chiodi, che oggi in Consiglio regionale dovrà affrontare una mozione critica di Fli, Udc e Api sulla sanità ed il fuoco incrociato di Idv e Pd, tra l’altro galvanizzati dal successo elettorale. Il commissario-presidente come l’ultimo dei giapponesi a combattere per l’Impero del Sol levante anche dopo la fine della guerra?

Forse è presto per tirare queste conclusioni, ma il contenuto del verbale è drammatico nella sua evanescenza per le soluzioni suggerite e per la superficialità dell’approccio alle sentenze del Tar. Eppure Chiodi, nominato commissario dal Governo, chiedeva semplicemente di sapere quali sono i suoi poteri reali e come rispondere alle bacchettate dei giudici amministrativi. Tra l’altro ad essere bocciato era stato proprio il Programma operativo imposto all’Abruzzo dal Governo, tramite Giovanna Baraldi, fidatissima del Ministro della salute Ferruccio Fazio e tecnico di punta dell’Agenzia sanitaria nazionale. Ma non è venuta nessuna risposta, come si legge a fine verbale: «La riunione si chiude riservandosi tutte le parti intervenute di assumere le iniziative che riterranno più opportune, per garantire effettività all’azione di risanamento dei servizi sanitari interessati dai piani e da commissariamento. In particolare i rappresentanti delle amministrazioni centrali hanno segnalato che sensibilizzeranno i propri referenti politici su iniziative da assumere sui tre versanti amministrativo, legislativo e giudiziale (valutando la possibilità di un’integrazione del mandato commissariale del Presidente della Regione Abruzzo, prevedendo anche il compito di redazione del nuovo piano sanitario regionale, al fine di risolvere il caso di specie)». Cioè aria fritta, nel politichese più puro: vedremo, diremo, faremo. Serviva un’iniziativa immediata come risposta alla crisi del Programma operativo, è arrivata la proposta di cambiare (con i tempi che sappiamo) le leggi e magari anche la Costituzione, ma è stata un’iniziativa personale del sub commissario alla sanità della Regione Molise, che ha suggerito un percorso di possibili soluzioni legislative, però lontane nel tempo.

«VISIONE DINAMICA E NON STATICA» DEL PIANO DI RIENTRO

Eppure il Tavolo era al completo, dal Ministero dell’Economia e delle Finanze a quello della Sanità, al Comitato per i Lea, alla Presidenza del Consiglio, all’Agenas, alle Regioni Veneto, Puglia, Campania, Calabria, Lazio e Molise, e naturalmente l’Abruzzo. Sul tappeto – come detto - la richiesta di Chiodi di esaminare le conseguenze delle sentenze del Tar che hanno bocciato la chiusura degli ospedali di Casoli e Guardiagrele e quindi la riorganizzazione della rete ospedaliera abruzzese, prevista dalle leggi regionali 5 e 6.

Le modifiche e i cambiamenti, dicono le sentenze, potevano avvenire solo con leggi nuove (che non ci sono state) e non con atti amministrativi del Commissario (come è avvenuto). La prima risposta, che non significa nulla, è che non c’è da preoccuparsi: i rappresentanti del Governo minimizzano «l’effetto Abruzzo», perché è l’unica regione ad aver scelto la strada delle leggi regionali per effettuare il risanamento dei conti della sanità, quindi non si verificheranno casi simili (ma intanto questo c’è). Una forma di sottovalutazione grave dello strumento legislativo regionale che invece, in un’ottica di partecipazione, è senza dubbio più democratico delle imposizioni lobbystiche romane o milanesi. In questo caso cioè l’Abruzzo sarebbe stata una regione virtuosa e non “canaglia”, ma questo non piace al tavolo di monitoraggio. Ma l’aspetto più deprimente della discussione riportata dal verbale è la giustificazione che i Piani di risanamento possono essere parzialmente rivisitati, in quanto le nuove esigenze economiche e le nuove regole del Patto per la salute 2010-2012 vanno viste «in modo dinamico e non statico», come avrebbe fatto il Tar. Peccato che questa rivisitazione parziale del Piano di rientro abbia avuto come conseguenza la chiusura dei piccoli ospedali e non la loro trasformazione, come previsto dal Piano di rientro e come ha puntualizzato il Tar che ha letto bene le conseguenze sul territorio di questa “parziale” (?) modifica operata dal Programma operativo. Continua il Tar: c’era un Piano di rientro (concordato con il Governo dall’allora assessore Bernardo Mazzocca, centrosinistra) che assicurava e non negava l’assistenza sul territorio, come è avvenuto oggi con il fantasma del Pta, con la rete inesistente dell’emergenza urgenza e con la perdita della connotazione di ospedale per acuti da parte dei piccoli presìdi ospedalieri sul territorio. E questo Piano andava attuato, altro che parziale modifica e visione dinamica: di dinamico c’è solo l’emigrazione dei posti letto verso la costa e le difficoltà dei cittadini delle zone interne ad ottenere i Livelli minimi di assistenza. Infine il verbale è arricchito da un allegato, la parte propositiva affidata ad un documento preparato da Isabella Mastrobuono, sub commissario alla sanità in Molise. Qui si trovano le uniche proposte teoriche e non pratiche, di cui Chiodi non ha bisogno nell’immediato e che certificano il defilarsi del Governo: «introdurre nella Costituzione il vincolo della disciplina di bilancio, rivedere il rapporto Piano di rientro e Programmi operativi, subordinare la chiusura dei piccoli ospedali all’implementazione di forme assistenziali alternative residenziali e domiciliari, adottare iniziative legislative dirette a riformare l’assistenza primaria, porre un tetto di spesa alla specialistica ambulatoriale e completare il quadro legislativo relativo ai fondi sanitari e sociosanitari integrativi».

Fondi integrativi? Dunque – secondo il sub commissario del Molise, che riprende una posizione espressa dai ministri Fazio e Sacconi nel Rapporto sulla non autosufficienza - la soluzione dei problemi dell’assistenza sanitaria sarebbe affidata alle assicurazioni private. Sembra un’annotazione sfuggita alla penna, ma forse è una confessione involontaria, ma non tanto, del vero piano che sta dietro la riforma della rete ospedaliera abruzzese.  Quasi un addio allo stato sociale che assicura a tutti il diritto alla salute.

Sebastiano Calella 31/05/2011 11.03