Ecco perché il Tar riapre Casoli. Zavattaro: «follia istituzionale»

Alessandro Biancardi

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Ecco perché il Tar riapre Casoli. Zavattaro: «follia istituzionale»
LA SENTENZA. ABRUZZO. Vince Casoli, perde Chiodi. Vince Guardiagrele, perde sempre Chiodi.*ORTONA: SALE OPERATORIE FERME. TRIBUNALE MALATO CHIEDE SPIEGAZIONI

O le partite per riaprire i piccoli ospedali sono truccate dall’arbitro (il Tar) o l’ufficio commissariale alla sanità (il duo Chiodi-Baraldi) è un avversario troppo debole.

Tertium non datur, cioè non ci può essere altra spiegazione. Almeno se si segue il dibattito politico di questi giorni, ridotto a scontro tra ultras, tipo salotto televisivo calcistico. Ma non è così: quello che dicono le sentenze quasi in fotocopia dei diversi Tribunali amministrativi è molto di più della riapertura dei piccoli ospedali e di chi vince e di chi perde.

E’ la bocciatura definitiva e senza appello della politica sanitaria di matrice lobbystica, realizzata attraverso le scorciatoie ragionieristiche, quelle che bypassano la partecipazione dei cittadini e degli eletti ed impongono un modello efficientistico astratto.

Infatti il bocciato senza possibilità di appello è il Programma operativo imposto dal Tavolo di monitoraggio romano (non a caso di emanazione del Ministero dell’Economia e non della Sanità) che ha sempre ignorato come dietro i numeri, la casistica e l’appropriatezza delle prestazioni c’è la malattia, ci sono casi umani per i quali l’ospedale che funziona bene non è il fine, ma il mezzo per praticare il diritto costituzionale alla salute.

La novità introdotta da queste sentenze nel dibattito politico in Abruzzo, il fatto nuovo sconvolgente per la moda leaderistica di questi tempi, è che «cinque sfigati cinque» di Guardiagrele, alcuni sindaci e piccole comunità montane abbiano avuto la meglio sui consulenti legali pagati profumatamente, sui tecnocrati dai mille master e sulle lobby in agguato per fare un boccone solo della sanità abruzzese.

Il che ha dato ragione agli appelli che da mesi i sindacati tutti rivolgevano alla Regione perché si tornasse indietro sulle scelte imposte senza dibattito e senza partecipazione: un patto regionale per la salute forse avrebbe evitato tante brutte figure alle istituzioni regionali e sicuramente avrebbe ottenuto risultati economici altrettanto positivi, senza traumi sociali.

Perché il problema non è continuare negli sprechi, nei doppioni o nelle inefficienze della sanità, ma combatterli dall’interno, come tutti sono maturi per fare, con la consapevolezza che il tempo delle vacche grasse è ormai definitivamente archiviato.

L'ERRORE DI AVER PENSATO AD UN ALTRO PIANO SANITARIO

Se qualche riflessione si può fare sulla sentenza di Casoli, come sulle precedenti, è la strana amnesia o la distrazione o la superficialità con cui la politica regionale (il Centrodestra sempre e fino ad oggi anche dopo le sentenze, il Centrosinistra all’inizio) ha subìto il Commissariamento della sanità. Basta leggere quello che scrive il Tar in più parti (vedi ad esempio il punto 9 del dispositivo su Casoli): il Po (programma operativo) doveva essere solo lo strumento attuativo del Piano di rientro dai debiti concordato con il Governo dall’assessore Bernardo Mazzocca (per sua scelta un altro vincitore silenzioso di questa guerra).

Ed il punto di riferimento erano le leggi 5 e 6 approvate dalla Giunta di centrosinistra per il riordino della rete ospedaliera abruzzese. Leggi che il Commissario ha stravolto pur non avendone titolo e forse andando oltre i poteri affidatigli dal Governo nel decreto di nomina.

E che il sub commissario ha completamente disatteso, preoccupandosi di schemi, statistiche e crono programmi di dismissione degli ospedali senza “contestualmente” (come scrive il Tar) attrezzare il territorio con i servizi sanitari alternativi. Con ciò assolvendo di fatto le proteste dei cittadini che dunque non erano strumentali, come sosteneva la maggioranza di centrodestra alla Regione. L’errore è stato dunque accettare un programma operativo che non era in linea con il Piano di rientro dai debiti e con il Psr (piano sanitario regionale vigente), di cui doveva attuare solo il riordino, senza tagli drastici.

LA FIGURA DEL COMMISSARIO

Quanto ai poteri ed alla figura del Commissario, anche qui il Tar bacchetta il delirio di onnipotenza della struttura messa su con l’aiuto dei funzionari romani. Il decreto governativo di nomina chiarisce bene che il potere conferito è solo quello di dare attuazione al Psr ed al Piano di rientro, non quello di pensare ad un’altra sanità. Un eventuale potere di “variazione” normativa, ammesso che possa essere esteso al commissario che subentra nell’attività della Regione – si legge nel punto 10 della sentenza - è innanzitutto esclusivamente finalizzato ad attuare i contenuti del Piano ed è inoltre rivolto ad atti regionali “già adottati” prima della sottoscrizione, «e non invece al processo normativo messo in atto proprio allo specifico scopo di attuare l’accordo».

Lo dice anche il Patto per la Salute 2010/2012, più volte utilizzato per giustificare tagli e chiusure: «il commissario adotta tutte le misure indicate nel Piano e pertanto, nel caso di specie, la necessaria misura da attuare è data dalla trasformazione dei piccoli ospedali in ospedali del territorio».

E non la loro chiusura sic et simpliciter e la loro trasformazione in Pta, punti di prima assistenza, che al più sono ambulatori, ma non ospedali e non assicurano i Lea, i livelli essenziali di assistenza, e il diritto alla salute previsto dalla Costituzione.

CHIUDERE I PICCOLI OSPEDALI PENALIZZAVA SOLO LE ZONE INTERNE

Ma la critica più dura che si ritrova nella sentenza è quella riferita ai posti letto. E’ vero che il Patto per la salute 2010-2012 riduce al 4/1000 lo standard (di cui 0,7 per la riabilitazione e la lungodegenza post-acuzie). Per ottenere però questi livelli, la chiusura dei piccoli ospedali delle zone interne era inutilmente punitiva di quelle zone e favoriva solo la costa. Invece, scrivono i giudici, lo stesso risultato si poteva ottenere «in svariati modi, e quindi variamente incidendo sulle strutture operanti in ambito regionale purché non vengano derogate specifiche previsioni del Piano di rientro».

Con ciò ridicolizzando i politici che in quelle zone montane hanno giustificato i tagli e le chiusure. Dunque il Programma operativo è del tutto illegittimo perché è disancorato dal Psr e dal Piano di rientro che invece doveva realizzare. Cosa succederà ora?

ZAVATTARO: «NON SO COSA FAREMO»

Il commento di Francesco Zavattaro, manager della Asl di Chieti, appena ricevuta la notizia della sentenza Tar da Sergio De Luca, sindaco di Casoli– che peraltro ha già inviato una diffida ad adempiere – ha parlato di «follia istituzionale»: «lì a Casoli non c’è più un infermiere, un medico, un’attrezzatura. I locali sono chiusi e per riaprirli si debbono pure ridipingere. Non so dire come faremo». Di fronte al disorientamento del manager, ma anche di fronte alle dichiarazioni del presidente commissario Chiodi, la risposta potrebbe essere molto semplice e senza strumentalizzazioni politiche. Si tratta di «ripristinare la legalità violata» con il ritorno a Guardiagrele e Casoli di tutto ciò che negli ultimi mesi è stato tolto, trasferito, ridotto, distrutto o semplicemente dimenticato. In una parola far riacquistare l’identità di ospedale a queste due scatole vuote e far tornare a decidere la futura sanità dagli abruzzesi e non dagli sceriffi romani.

Ma chi paga i danni?

Sebastiano Calella 27/05/2011 9.50

Sentenza Tar Ospedale Casoli

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*ORTONA: SALE OPERATORIE FERME. TRIBUNALE MALATO CHIEDE SPIEGAZIONI

ORTONA. «Vogliamo sapere perché le sale operatorie dell’ospedale Bernabeo di Ortona sono ferme». E’ Giuseppe Tatasciore del Tribunale dei diritti del malato di Ortona, a chiedere che venga fatta luce, «una volta per tutte», sulla situazione delle sale operatorie.

I lavori che avrebbero dato al nosocomio ortonese tre nuove sale operatorie sono cominciati nel 2007 ed ultimati nel 2010. E’ da allora che si attende la loro entrata in funzione «ma ad oggi nulla si è mosso», fa sapere Tatasciore.

«Ci aspettavamo già il primo marzo l’inaugurazione delle tre nuove sale e l’annessa terapia intensiva ma fino a questo momento il nuovo blocco è ancora fermo», commenta senza riuscire a darsi una risposta.

Uno dei motivi che per Tatasciore avrebbe rallentato l’apertura sarebbe il contenzioso giudiziario sull’ospedale di Guardiagrele in quanto, secondo quanto affermato dal professor Zavattaro a gennaio scorso, «le sorti del Bernabeo sono legate a doppio filo» proprio con l'altro nosocomio.

«Ma ora che la questione dell’ospedale di Guardiagrele sembra giunta ad una svolta» (con il Tar che ha definito illegittima la sua chiusura, ndr), chiede Tatasciore, «e che il Piano Operativo dei Commissari è stato definito non a norma con il Piano sanitario vigente quali saranno le decisioni che la Direzione sanitaria prenderà sull’operatività del Bernabeo e sulla entrate in funzione delle sue nuove sale operatorie?».

Il Tribunale del Malato si è rivolto anche al prefetto di Chieti «perché si faccia luce sulla vicenda, nell’interesse dei cittadini».

Marirosa Barbieri 27/05/2011 11.00