Fira, il 10%, il milione di euro a Domenici e le triangolazioni estero su estero

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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Fira, il 10%, il milione di euro a Domenici e le triangolazioni estero su estero
PESCARA. C'è ancora tempo prima dell'inizio del processo vero e proprio sull'inchiesta Fira. Troppo tempo.*FIRA: ACCUSATA DI AVER AGEVOLATO LA BANDA… NON ERA MAI STATA IN COMMISSIONE

Il giudice Marco Bortone ha fissato l'udienza del tribunale collegiale di Pescara per il prossimo 15 dicembre quando nel frattempo buona parte delle imputazioni contestate (alcune risalgono anche al 2004) saranno già andate in prescrizione. Non ci sarà il processo probabilmente nemmeno per molte altre contestazioni che moriranno grazie al tempo entro il 2012. A conti fatti per la sentenza di primo grado bisognerà fare molto in fretta.

Ma prescrizione significa soprattutto mancato accertamento della verità giudiziaria su fatti molto importanti che pure hanno caratterizzato il dibattito politico giudiziario per oltre cinque anni.

Rimarranno in piedi le imputazioni più importanti fra cui l'associazione a delinquere e le accuse di riciclaggio che costituiscono anche le imputazioni più gravi ed in qualche modo più rilevanti.

Già, perché il sistema creato all'interno della Fira di Masciarelli era quello di drenare milioni e milioni di euro di risorse destinate allo sviluppo industriale, tecnologico, imprenditoriale in genere per combattere la depressione economica. Eppure alla fine quel che emerge -secondo le ipotesi accusatorie- è un'enorme ricchezza spartita tra poche persone, quelle che sarebbero il fulcro della ipotizzata associazione a delinquere.

Nel capo d'imputazione numero 153 del decreto - che dispone il giudizio - si accusano i sodali per essersi «stabilmente associati tra loro con lo scopo di commettere una serie indeterminata di delitti di finanziamento illecito ai partiti politici».

Il reato è contestato a Vito Domenici, ex assessore alla sanità e alle attività produttive di Forza Italia, a Paolo De Michele, Silvio Cirone, Giovanni Cirulli, Ivan Marinelli, Vittorio Forte e Ivano Villani. (Da questo capo di imputazioni sono stati eliminati gli indagati prosciolti e Masciarelli che ha chiesto il patteggiamento).

 TRE MESI: UN MILIONE

In particolare «Masciarelli e gli altri associati suoi diretti accoliti (De Michele, Cirulli, Cirone, Marinelli), a loro volta posizionati in ruoli strategici all'interno delle varie società del gruppo “Tecnos” (Seal, Selma, Ideazione, Pelis, Gesteco ecc), tramite preventivi accordi  con l'ex assessore Domenici, creavano un sistema illecito di foraggiamento dell'attività politica regionale del partito di Forza Italia in accordo con l'imprenditoria locale e segnatamente con Forte e Villani».

L'obiettivo era «il diretto versamento al Domenici di cospicue somme di denaro in contanti, una parte delle quali sicuramente provenienti da contribuzioni pubbliche ottenute dagli imprenditori a seguito di aggiudicazione di particolari bandi Docup e quantificabili nella misura del 10% per una cifra che, solo tra il dicembre 2003 febbraio 2004, si aggirava attorno al milione di euro».

Dunque, secondo la tesi della procura, i soldi erano quelli dell'Europa, i fondi quelli denominati Docup. Il meccanismo rodato era quello di false certificazioni, fatturazioni e attestazioni. Il prezzo da pagare era il 10% a favore dell’assessore.

Una somma enorme se si considera il ristretto arco di tempo entro il quale la procura ha indagato: appena tre mesi.

 «SOLDI PRESI CONSAPEVOLMENTE»

Sempre Domenici dovrà difendersi nel processo dall'accusa di ricettazione poiché «con più atti esecutivi di un medesimo disegno criminoso, quale assessore alle attività produttive e successivamente della sanità della Regione Abruzzo, riceveva -consapevole della loro illecita provenienza essendo provento di precedenti delitti di truffa ai danni della Regione e della Comunità europea- somme di denaro in contanti per importi non quantificabili con esattezza ma di certo non inferiori al milioni di euro».

Il denaro, secondo quanto emerso nel corso delle indagini, doveva essere versato nelle casse del partito di Forza Italia e quindi configurare l'illecito finanziamento del partito.

I reati di ricettazione, riciclaggio e il reimpiego di denaro proveniente dagli illeciti proventi della associazione criminosa poi veniva movimentato più volte attraverso altre società di comodo estere schermate.

800MILA EURO, LE FIDUCIARIE E LE TRIANGOLAZIONI

La mente del sistema di schermatura («essenziale ausilio») è anche in questo caso l'avvocato romano Pietro Anello (imputato nell’inchiesta Sanitopoli, ha chiesto il rito abbreviato e la sentenza arriverà il 13 giugno).

Infatti nell'ultimo capo di imputazione, il numero 157 del decreto che dispone il giudizio per De Michele, Cirone, Cirulli, Marinelli e Anello, si legge che quest'ultimo aveva indicato agli altri «le modalità operative ed aveva rivestito il ruolo di tramite con le banche e le fiduciarie svizzere operando gli altri quattro presso la Finter Bank di Lugano attraverso una serie di società di diritto bahamense, danese, di Londra, del Canada, della Spagna, tutte corrispondenti della “Hightide Investiments”».

Le indagini avrebbero dimostrato, e il giudice ritiene che vi siano sufficienti prove per aprire il dibattimento, che tutte queste società avrebbero movimentato complessivamente una somma di circa 800 mila euro.

In particolare si facevano emettere dalle società, al solo fine di triangolare il denaro estero su estero, «fatture di comodo per operazioni inesistenti». A fronte della emissione di questa serie di fatture fasulle, infatti, le società estere, ricevuti pagamenti dalle società italiane del gruppo Masciarelli, giravano immediatamente le somme decurtate del 10% (pari al loro guadagno per l'operazione effettuata), sul conto corrente della Finter. Somme che di lì a poco, su disposizione degli indagati, venivano prelevate in contante, attraverso due operazioni; la prima di 531mila euro e la seconda di 180 mila euro, facendo successivo rientro in Italia nella loro piena disponibilità».

A cosa sono serviti questi soldi e che fine abbiano fatto sono cose che forse non sapremo mai. Probabilmente, però, qualcuno lo chiederà pubblicamente in sede di processo agli indagati.

a.b. 25/05/2011 8.08

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FIRA: ACCUSATA DI AVER AGEVOLATO LA BANDA… NON ERA MAI STATA IN COMMISSIONE

 PESCARA. Dopo cinque anni di indagini vengon fuori anche storie particolari come quella dell’ex indagata, Rita Panzone dirigente regionale, oggi prosciolta per non aver commesso il fatto.

Per ora il gup Marco Bortone ha reso noto solo il dispositivo di due pagine della sentenza di non luogo a procedere mentre le motivazioni estese per ogni indagato prosciolto saranno rese note tra alcune settimane.

Nel frattempo emergono storie di alcuni che sembrano essere finiti nell’inchiesta per ragioni quanto meno singolari.

A raccontare la vicenda è l’avvocato difensore di Panzone, Maurizio De Nardis, che vuole evidenziare il «sintomatico meccanismo che ha procurato in modo davvero peculiare l’imputazione alla mia assistita, del tutto estranea all’intera vicenda».

Rita Panzone, dirigente del servizio sviluppo dell’artigianato presso la Direzione sviluppo economico della Giunta regionale d’Abruzzo, sarebbe finita dentro l’inchiesta per un “errore” voluto da altri e nella fattispecie di chi «gestiva le pratiche della Fira pensando di poterle gestire in piena libertà» e pare all’insaputa della stessa Regione.

«La dirigente», spiega l’avvocato De Nardis, «era imputata nella sua asserita qualità di componente di una commissione tecnico – scientifica incaricata di verificare la completezza e la regolarità della documentazione allegata alla domanda, di valutare il progetto in sede istruttoria, di attribuire ad esso un punteggio, di formare la proposta di graduatoria degli ammessi … nonché, in fase di erogazione, di esaminare la documentazione a supporto della domanda di anticipazione o di saldo».

Tuttavia sia il pm Tedeschini – prima – sia il Gup, Bortone, in sentenza poi, hanno dovuto accogliere le tesi della difesa e ciò per la semplice motivazione che Rita Panzone non aveva fatto parte di quelle commissioni. La dirigente non poteva farvi parte non risultando nemmeno nominata commissario dal direttore delle Attività Produttive, Pastore, che in quella Commissione aveva nominato quale dirigente regionale e unico membro interno un altro dirigente (Mario Romano).

Insomma se il centro di tutto il meccanismo Fira erano le commissioni dove passavano e venivano approvate le pratiche, qualcuno aveva manomesso anche la documentazione ufficiale ed i verbali facendo apparire come componenti persone che non sapevano di esserlo e non avrebbero svolto quel ruolo realmente. Una manomissione che ha indotto in errore anche la procura.

«In poche parole», conclude il difensore, «su una delle schede di valutazione era stata apposto a stampa il nominativo della ignara Panzone senza che questa nulla ne potesse neppure immaginare e ciò da parte di chi, evidentemente, pensava di gestire le pratiche di finanziamento in modo del tutto autonomo. Più che giusto e doveroso, dunque, il suo proscioglimento per non aver commesso il fatto al termine di una vicenda processuale alla quale ha dovuto, suo malgrado, partecipare».

 25/05/2011 7.28