Chiodi ascoltato dai pm. «Sono un cinghiale braccato dai fucili»

Alessandro Biancardi

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GIANNI CHIODI

GIANNI CHIODI

L'AQUILA. E' stato ascoltato ieri sera dai magistrati dell'Aquila il presidente della Regione, Gianni Chiodi.

La notizia è trapelata solo in tarda serata quando lo stesso commissario ha ammesso di essere stato a colloquio con i magistrati della procura distrettuale antimafia che indagano sugli appalti per il G8 dell'Aquila e sulla ricostruzione post terremoto. Un incontro di cui tutti sapevano ma che di fatto è avvenuto in un orario insolito, per far combaciare impegni di inquirenti e presidente. «Sono stato sentito dai magistrati come testimone. Ho ribadito di non aver avuto alcun contatto con l'imprenditore Fusi al di là della telefonata che mi è stata passata da Verdini. Ho ribadito anche di non aver mai ricevuto da quest'ultimo sollecitazioni in nessun senso».

Ad ascoltare il governatore c'erano il procuratore Alfredo Rossini, che sta dirigendo le indagini, e il sostituto Olga Capasso, distaccata all'Aquila per rafforzare l'azione di contrasto alle infiltrazioni mafiose nella ricostruzione post terremoto.

Il presidente, in circa un'ora di interrogatorio, ha chiarito la sua posizione in relazione a quanto emerso dalle intercettazioni telefoniche inviate all'Aquila dalla procura di Firenze relative all'inchiesta sui Grandi eventi e sul G8 della Maddalena che ha portato tra gli altri all'arresto del presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, Angelo Balducci, e dell' imprenditore Diego Anenome e al coinvolgimento del capo della protezione civile, Guido Bertolaso.

In particolare, Chiodi è stato intercettato mentre parla con l'imprenditore Riccardo Fusi, presidente dimissionario della Btp, azienda di costruzioni di rilievo nazionale, dal telefono del coordinatore nazionale, Denis Verdini.

Il colloquio termina con una promessa di incontro che secondo Chiodi «non è mai avvenuto». Fusi e Verdini sono indagati dalla procura distrettuale antimafia dell'Aquila, insieme all'imprenditore aquilano Ettore Barattelli, presidente del consorzio Federico II, del quale fanno parte la stessa Btp e le altre due imprese aquilane Vittorini Emidio e Marinelli-Equizi. Proprio intorno al Federico II, peraltro in corso di scioglimento, nato dopo il terremoto per aggiudicarsi appalti nella ricostruzione, ruota l'inchiesta: i magistrati sospettano che gli imprenditori abbiano preso o cercato di prendere appalti attraverso l'intercessione di amicizie politiche importanti.

Rossini e Capasso, raggiunti in serata al telefono mentre tornavano a Roma, non hanno voluto né confermare né smentire il colloquio con Chiodi, hanno convocato come persone informate sui fatti il capo della protezione civile nazionale, Guido Bertolaso, e il presidente della Cassa di Risparmio della provincia dell'Aquila, Rinaldo Tordera.

«IO COME UN CINGHIALE BRACCATO DAI FUCILI»

Nel primo pomeriggio di ieri, invece, parlando con i giornalisti il presidente aveva contestato aspramente «il clima di caccia alle streghe di inquisizione», che starebbe respirando in questi giorni e «che è assolutamente inadatto a facilitare i processi di governo. Non sono inquisito», ha ribadito, «nessuno me lo ha detto e comunque lo so da me perché quando una persona non ha fatto nulla di irregolare, non si aspetta di finire sotto inchiesta».

«Mi sento alla stregua di un cinghiale - ha continuato Chiodi -, faccio l'esempio del cinghiale e non del leone perché il leone fa lavorare le leonesse, mentre il cinghiale lavora lui e lo fa quasi con lo spirito di chi è condannato ai lavori forzati. Nonostante faccia questo, mi sento accerchiato da una serie di fucili puntati che sono mediatici ed anche di altro genere, che fanno a gara a chi ti riesce a sparare prima. E' una situazione inaccettabile».

Ma Chiodi ha messo tutti sull'attenti: «Mi rendo conto che è una guerra, mediatica e di altro genere, ma il messaggio è che alla fine il cinghiale vincerà».

I responsabili della ridda di voci? Chiodi non ha fatto nomi ma ha rivolto un appello alla classe dirigente che lui individua nei politici, nei magistrati e nei giornalisti.

«La classe dirigente non è solamente politica: dico sempre che i politici vanno dal delinquente allo statista, la magistratura va dai grandi magistrati a quelli che ricercano solo visibilità e che magari non tengono conto delle esigenze delle persone che vengono sbattute in prima pagina senza aver fatto niente o addirittura nella fase precedente solo per cercare le prove e anche i giornalisti: c'é una frase di Simone Weil che citai quando mi insediai e che dice 'chiunque si trova ad avere il potere di vessare una persona e quindi vale per politici, magistrati e giornalisti, deve promettere di non farlo, mai».

Chiodi è tornato per l'ennesima volta a scagliarsi contro i giornalisti e indicare la strada da seguire: «dico ai media che in questa fase proprio per prendere un momento di serenità, di cui tutti abbiamo bisogno, devono affrontare e riferire i fatti, senza forzare in un senso o nell'altro, ed avere un atteggiamento di grande professionalità e di grande qualità giornalistica».

«CLIMA MINA LE MIE RELAZIONI PUBBLICHE»

Di certo il presidente sostiene che «il clima di caccia alle streghe» influenza le sue relazioni pubbliche: «faccio un esempio», ha spiegato, «un presidente di una regione dovrebbe incontrare gli imprenditori, ricercare gli investimenti, perché sono quelli che poi producono sviluppo, Pil ed anche posti di lavoro. Io non lo faccio».

Il presidente comunque è deciso ad andare avanti e non mollare: «ciascuno di noi deve fare la propria parte se vogliamo la normalità che consente di vincere la sfida della ricostruzione dell'Aquila e quella di far tornare l'Abruzzo ad essere una regione forte. Io lavoro ogni giorno perché la situazione sia tranquilla, e non mi fermerò se il clima non dovesse cambiare, non mi fermerò». Secondo Chiodi, «l'alternativa potrebbe essere che la politica in futuro la faranno solamente gli avventurieri oppure le persone che preferiscono non fare nulla per evitare che accadano problemi».

21/09/2010 8.04