Dice il falso ma non diffama, assolto il «moralizzatore» Febbo

Assolti anche giornalista e direttore del Tempo

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Mauro Febbo

Mauro Febbo

CHIETI. L’assessore regionale Mauro Febbo è stato assolto dall’accusa di diffamazione a mezzo stampa dal tribunale di Roma «perché il fatto non sussiste».
A trascinarlo in giudizio era stato Antonio De Marco che denunciò anche la giornalista del Tempo, Simonetta Bersani, e il direttore del quotidiano, Giuseppe Sanzotta, (anche loro assolti dall’accusa di diffamazione mezzo stampa).
Febbo nel corso di una conferenza stampa (era 2008), nel pieno della campagna elettorale per le elezioni al Consiglio regionale al quale era candidato, denunciò le «scandalose assunzioni clientelari» alla provincia di Chieti e tirò in ballo anche l’ingresso nell’ente di Maria Teresa Candeloro, dirigente dell’Apoc, l'associazione che raggruppa i produttori olivicoli, madre di Antonio De Marco.
Febbo contestò la sua nomina perché nell’Ente c’erano già oltre 400 lavoratori interinali ma anche perché la donna era coinvolta in una indagine per truffa aggravata ai danni dello Stato.
L’inchiesta della Procura di Chieti verteva sui finanziamenti Ue per la valorizzazione dell'olio d'oliva. Secondo l'accusa 600.000 euro sarebbero finiti ai vertici dell'associazione fra il 2002 e il 2004. Febbo sostenne che anche lo stesso De Marco era indagato ma in realtà l’indagine non lo aveva riguardato. Quest’ultimo si era sentito diffamato sostenendo inoltre che «l’essere indicato quale imputato di una truffa è incompatibile con l’attività di promotore finanziario» all’epoca lavoro svolto dall’uomo. Dunque Febbo aveva rilanciato nella conferenza stampa una notizia falsa poi naturalmente ripresa dai giornali in quanto di interesse pubblico.
Ma per il giudice non c’è diffamazione e Febbo, definito nella sentenza come «noto per le sue battaglie moralizzatrici», è stato assolto perché quelle dichiarazioni «pur oggettivamente diffamatorie» in quanto false «appaiono però scriminate dall’esercizio del diritto di pubblica critica e censura».
Per il giudice Giorgio Egidi il fatto stigmatizzato da Febbo, ovvero l’inopportuna assunzione di Candeloro, è da ritenersi «obiettivamente vera nel suo nucleo essenziale» e Febbo avrebbe deciso di denunciare quanto accaduto «non con la volontà specifica di diffamare qualcuno ma nell’esercizio del diritto di pubblica critica e di censura».
La denuncia, si legge ancora nella sentenza «presenta un chiaro interesse politico e sociale ed era volta ad impedire che nulla di occulto o di poco limpido vi fosse circa i fondamentali presupposti di moralità e correttezza nella vita pubblica».
Febbo, inoltre, sarebbe stato «indotto in errore scusabile», tirando dentro l’indagine anche De Marco, a causa di un vecchio articolo di stampa che dava erroneamente conto del coinvolgimento del figlio della presidente dell’Apoc. Quella notizia, scrive il giudice, «non è mai stata smentita».