SANITA'

Villa Pini, venerdì il Consiglio di Stato decide: vita o morte

La storia infinita della clinica di Chieti. Apprensione per il futuro dei 1400 dipendenti

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Villa Pini, venerdì il Consiglio di Stato decide: vita o morte
ABRUZZO.«O la va o la spacca». Venerdì il Consiglio di Stato decide se la clinica Villa Pini deve morire o se può continuare ad operare.

La decisione favorevole o contraria all’accreditamento interesserà a cascata tutte le società fallite dell’ex Gruppo Angelini che hanno ri-ottenuto dalla Regione la convenzione prima sospesa per le «inadempienze retributive e contributive» (mancati stipendi e omessi versamenti previdenziali) della vecchia proprietà. La sentenza del Consiglio di stato avrà una ricaduta positiva o negativa non solo per i 536 dipendenti che oggi sono impiegati nella clinica, ma per tutti i circa 1400 operatori del gruppo fallito, per i creditori in attesa di essere pagati e per il sistema sanitario regionale pubblico: senza l’accreditamento di queste strutture private si potrebbe riversare sugli ospedali un numero insostenibile di prestazioni.
Infatti solo Villa Pini nel 2011 ha effettuato 4 mila ricoveri, 160 mila tra Rmn, Tac, Rx, Ecografie, esami di laboratorio e visite specialistiche, oltre ai ricoveri presenti che sono in media circa 250. Di qui l’importanza del pronunciamento del CdS, molto atteso da tutti, comprese le altre cliniche private che a suo tempo hanno inoltrato ricorso contro l’accreditamento di Villa Pini.
Il 28 dicembre scorso il Tar L’Aquila ha accolto le tesi dei ricorrenti, il cui successo ha rimesso in discussione la decisione di riaccreditare Villa Pini, dopo la sospensione dei contratti irrogata ad Angelini. Senza l’accreditamento della clinica l’esercizio provvisorio non avrebbe la possibilità di tutelare i posti di lavoro attraverso la ripresa dell’attività sanitaria e la valorizzazione della società fallita. Di qui l’appello del curatore (per mezzo dall’avvocato Aristide Police), una prima sospensiva da parte del CdS ed ora l’udienza di venerdì quando si entrerà nel merito dei problemi sollevati. Impossibile azzardare previsioni.

UNA STORIA LUNGA CHE COMINCIA DOPO SANITOPOLI
La decisione del Consiglio di Stato sulla regolarità dell’accreditamento concesso alla curatela fallimentare di Villa Pini (ex Gruppo Angelini) è solo il penultimo atto di una lunga crisi che si concluderà con la vendita all’asta della clinica. Il declino di questa struttura inizia almeno dal 2005, quando per i ritardi nei pagamenti da parte della Regione, la clinica iniziò a registrare grossi disavanzi: nel bilancio 2008 i debiti ammontavano già a 150 mln e così Villa Pini - dopo l’agonia di un altro anno - venne dichiarata fallita il 16 febbraio 2010. Sullo sfondo di queste vicende, esplode Sanitopoli, il cui processo ancora in corso racconta proprio la crisi gestionale del patron Enzo Angelini nella conduzione della clinica e del gruppo di società collegate. Ma ci sono anche il passaggio della Regione dal centrodestra al centrosinistra, l’arrivo e l’arresto della Giunta Del Turco, l’insediamento di un nuovo governatore di centrodestra e le manifestazioni di protesta dei dipendenti (prima a favore di Angelini, poi contro, per reclamare stipendi e contributi previdenziali). A fine novembre 2009, sull’onda di queste proteste, la Giunta regionale Chiodi approvò una modifica della legge sull’accreditamento: si stabilì la sospensione del contratto per per le Cliniche non in regola da almeno 3 mesi con i contributi previdenziali e con gli stipendi. Ci sarebbe stata poi la revoca totale dell’accreditamento se entro sei mesi non fosse avvenuta la regolarizzazione di questi aspetti. Questa modifica aveva lo scopo di salvaguardare i dipendenti, ma la sua attuazione sembrò più ad personam contro Angelini, in quanto già a dicembre (il 15, il 18 ed il 29 di quel mese) partirono dalla Regione tre diffide ad adempiere: «poiché non paghi gli stipendi da aprile 2009 e i contributi dal 16 luglio, entro 15 giorni o mi scrivi le tue controdeduzioni o ci sarà la sospensione dell’accreditamento. La revoca arriverà se passeranno sei mesi senza stipendi o contributi».

LE DECISIONI DELLA GIUNTA CHIODI
 Ma già il 13, il 20 ed il 22 gennaio del 2010 Chiodi firmò la sospensione dell’accreditamento, che per qualcuno - conti del calendario alla mano - doveva scattare più tardi, poiché la legge era stata pubblicata fine novembre e non poteva essere retroattiva. Intanto la situazione di insolvenza di Villa Pini si era aggravata (150 mln di crediti, oltre il doppio di debiti), al punto che il 16 febbraio il Tribunale fallimentare di Chieti dichiarò il fallimento della clinica per tutelare creditori e dipendenti, decidendo l’esercizio provvisorio. Dopo la richiesta del curatore per ripristinare l’accreditamento e varie schermaglie procedurali, l’8 aprile il Commissario revocò la sospensione irrogata a Villa Pini, gestione Angelini, “preso atto – scrisse Chiodi – della natura conservativa dell’esercizio provvisorio e della terzietà della curatela rispetto al fallito.” Le delibere furono pubblicate sul Bura il 5 maggio successivo e solo il 7 settembre 2010 le case di cura private chiesero al Tar  l’annullamento dell’accreditamento concesso alla curatela fallimentare, in quanto era inadempiente come Angelini, non avendo saldato stipendi e contributi. Il ripristino dei contratti da parte di Chiodi equivaleva – secondo i ricorrenti - ad un danno per gli altri operatori privati in regola con i pagamenti ed era in contrasto con il principio della libera concorrenza. Il Tar L’Aquila ha accettato questa impostazione ed il 28 dicembre scorso ha annullato i provvedimenti regionali: «l’impossibilità giuridica di soddisfare i creditori al di fuori delle regole – disse il Tar – è effetto legale del fallimento e non può assurgere a causa giustificatrice del persistente inadempimento». Secondo il Tar, la Regione «doveva solo verificare l’esistenza dei requisiti dei contraenti sia per la qualità delle prestazioni sia per la par condicio dei contraenti, che è stata disattesa».
 A fine dicembre scorso questa decisione gettò nel panico i dipendenti, che così avrebbero rischiato il posto, e stupì non poco la curatela definita “inadempiente” per aver applicato la legge fallimentare che impone di pagare i creditori solo alla fine della procedura. Di qui il ricorso al CdS, con una serie di eccezioni preliminari che potrebbero decidere subito la partita a favore dell’accreditamento.

Sebastiano Calella