CICLONE TERCAS

Commissariamento Tercas, i revisori:«controlli inadeguati»

Banca commissariata: sabato tranquillo, aspettando l’apertura degli sportelli

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Commissariamento Tercas, i revisori:«controlli inadeguati»
TERAMO. Non è stato un sabato qualunque per Teramo. Eppure il day after della Tercas commissariata è scivolato tranquillamente tra le bancarelle del mercato settimanale.

Solite contrattazioni annoiate su corso San Giorgio, tavolini affollati nei bar sotto i portici, studenti che sciamavano all’uscita della scuola. In piazza, nelle vicinanze del Comune, il sindaco Maurizio Brucchi “riceve” i cittadini all’aperto. Ma l’impressione è che si parli d’altro, insomma non c’è nessuna preoccupazione palpabile sulla sorte della locale Cassa di risparmio.
«Certo quello che è successo è abbastanza grave – commenta il sindaco in una pausa – ma non suscita alcuna preoccupazione perché la Tercas è una banca solida e quindi non si corre alcun rischio. Le istituzioni debbono vigilare e su questo versante hanno sempre mostrato grande responsabilità. I problemi da affrontare? Presto detto: tutelare l’autonomia della banca, pilotare un cambiamento soft della governance, evitare ogni inutile allarmismo».
 E questa è un pò la parola d’ordine per tutti quelli che seguono la vicenda Tercas: la presenza in forze della Banca d’Italia viene infatti sentita come una garanzia certificata per risparmiatori e  imprenditori, soprattutto dopo il coinvolgimento dell’ex dg Antonio Di Matteo in un’inchiesta della Procura di Roma su un costruttore fallito accusato di bancarotta preferenziale. In pratica, da una parte le banche (Tercas compresa) hanno finanziato le società poi fallite, quindi con il fallimento in arrivo hanno cercato di recuperare i loro soldi prima degli altri creditori. Anche i sindacati hanno assunto un profilo di assoluta responsabilità e preferiscono agire unitariamente, senza dividersi in comunicati e contro comunicati. Hanno solo chiesto un incontro urgente con il nuovo commissario straordinario. Come precisa Mauro D’Ignazio, Fisac-Cgil, «non spetta certo al sindacato dare il suo ok a Bankitalia, ma tutti siamo chiamati ad una prova di responsabilità. Per questo abbiamo demandato alle strutture sindacali regionali ogni commento ed ogni valutazione sulla situazione che si è creata». Bocche cucite invece alla Fondazione, che detiene il 65% del capitale Tercas, e che affida ad uno scarno comunicato la sua “fiducia” nella solidità della Tercas. C’è solo qualche commento meravigliato per la figura del presidente Lino Nisii che nessuno ritiene coinvolto nei fatti contestati all’ex dg Antonio Di Matteo. Al massimo si pensa che il sogno di creare un’unica grande Cassa regionale possa aver distratto l’avvocato Nisii da un controllo più stretto sull’operato del dg. Però viene escluso ogni suo possibile ostacolo all’accertamento dei fatti da parte della Vigilanza. Certo è che questo esito della lunga permanenza dell’ex dg Di Matteo - in Tercas dal giugno 2005 - era prevedibile fin dallo scorso anno, dopo il suo allontanamento che in effetti era dovuto all’inchiesta penale in corso a Roma, sulla quale l’ex dg era stato ascoltato dalla Gdf di Teramo che agiva su delega, ma che sembrò un licenziamento «per incompatibilità ambientale». Sulla stampa infatti aveva avuto una grossa eco il fallimento del costruttore romano Raffaele Di Mario destinatario di mutui e prestiti da parte di un pool di banche, Tercas compresa in una tranche da 100 milioni di mutuo. Ma l’allarme era stato alto anche per un’altra indagine, questa volta della Procura e della Gdf di Milano sulla fiduciaria Amphora, che aveva portato alla scoperta di contatti con la Smi, la Banca di San Marino.

Di questi rapporti fiduciari con i proprietari di quella banca, forse Di Matteo non aveva informato i vertici Tercas. Non si sa quanto queste notizie di cronaca giudiziaria possano aver influito sul commissariamento, ma il cuore del problema rilevato da Bankitalia è un altro ed era stato ben chiarito anche dalla relazione dei Revisori dei conti che accompagna l’ultimo bilancio. Si legge infatti che «il sistema dei controlli non appare adeguato alla dimensione, alla complessità della gestione aziendale e alle finalità indicate dal piano strategico triennale, avendo risentito molto del peso organizzativo e di riordino interno conseguente all’ingresso nel Gruppo di Banca Caripe spa». Inoltre le somme e le procedure previste contro i rischi non erano tali da allertare efficacemente e tempestivamente i vertici aziendali.
«Però il bilancio è corretto e veritiero» ha spiegato la società di revisione che controlla i conti. In questo groviglio di inadempienze interne e di rapporti esterni a rischio, Bankitalia ha tirato fuori il cartellino rosso ed ha rimesso la palla al centro. L’ordine sembra quello di far tornare la Tercas a fare la banca del territorio e basta, senza incursioni nel mondo della grande finanza che spesso nasconde trappole per i risparmiatori abruzzesi, come hanno insegnato altre vicende di Carispaq e Carichieti. Chi - con l’aiuto di Bankitalia - è riuscito a rompere l’accerchiamento e a tornare alla sua mission, naviga ora in acque tranquille. Sabato la sede della Tercas assediata dalle bancarelle del mercato rimandava ad un’immagine tradizionale della banca come cassaforte dell’imprenditoria locale e non come trampolino di lancio per le speculazioni a San Marino: da qui sembrano lontani i paradisi fiscali o i magheggi di imprenditori rapaci e disinvolti. Poco lontano il capo della segreteria di Gianni Chiodi, Giuseppe De Dominicis, colloquiava tranquillamente con un collaboratore, mentre il segretario del presidente commentava che «l’importante è non farsi prendere dal panico, visto che non ce n’è motivo». Oggi sarà decisivo valutare che clima ci sarà alla riapertura degli sportelli.
Sebastiano Calella