SANITA'

La Cisl: «saltano oltre mille posti letto e 600 dipendenti»

Il sindacato contro il Piano della riabilitazione

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La Cisl: «saltano oltre mille posti letto e 600 dipendenti»
ABRUZZO. Ridurre drasticamente i posti letto nelle strutture residenziali e semiresidenziali, imporre il ticket (la “compartecipazione” dei malati) su questi ricoveri, licenziare centinaia di medici, infermieri e operatori socio sanitari: è questa la formula che l’Ufficio commissariale per la sanità ha imposto all’Abruzzo con la riforma delle strutture della riabilitazione, per lo più private.

Secondo i dati diffusi dalla Cisl Fp, che è molto critica su questi tagli, il settore Alta intensità riabilitativa (esempio: cure per più ore al giorno dopo esiti da ictus o interventi cardiaci) passa da 443 a 90 pl, la Residenzialità estensiva (ricoveri con riabilitazione meno intensa) da 745 a 100 pl, la Riabilitazione estensiva semiresidenziale (i pazienti che a sera possono tornare a casa dopo le cure, come nella demenza senile) passa da 915 a 520 pl, di cui 400 con la compartecipazione, cioè il ticket. In totale circa 1400 pl in meno che a livello occupazionale producono in complesso esuberi intorno alle 580 unità tra medici, psicologi, infermieri, fisioterapisti, educatori e assistenti.
«Ad onor del vero – aggiunge Davide Farina, Cisl Fp - il Piano introduce ex novo 90 pl di alta intensità riabilitativa, di cui 60 per disturbi comportamentali dell’età evolutiva, 10 per minorazioni plurisensoriali dell’età evolutiva, 20 di Usap (Unità speciali di accoglienza prolungata). Posti letto qualificanti per il sistema riabilitativo regionale, ma che non riusciranno a compensare l’eccezionale taglio effettuato sugli altri setting riabilitativi».
 Di qui la protesta per la mancata partecipazione del sindacato a queste scelte che investono il lavoro, le tasche dei cittadini chiamati a pagare il ticket e le tariffe ferme in questo settore da circa 10 anni. Secondo la Cisl infatti  «non sembrano chiari i criteri con i quali il Commissario ha stabilito che il fabbisogno reale delle prestazioni riabilitative sia quello indicato nel Programma operativo – conclude Farina – questi tagli non sono accompagnati né da uno studio epidemiologico né tantomeno da una verifica statistica delle incidenze delle patologie di interesse riabilitativo. Peraltro questo Piano dovrebbe confluire nel ben più ampio Piano della medicina territoriale di cui tutti parlano, ma che non si sa come e quando vedrà la luce».
 Analizzando dal punto di vista strettamente lavorativo le scelte imposte, secondo il sindacato «le tariffe riportate per i diversi setting riabilitativi non garantiscono né lo standard del personale adeguato alle esigenze sanitarie, né le appropriate applicazioni contrattuali con cui remunerarlo».
 Quindi per la Cisl si tratta dell’ennesima occasione perduta per la sanità abruzzese: la riforma era attesa e forse necessaria, ma non può essere realizzata solo con i tagli lineari e senza coinvolgere il sindacato che è portatore di molti interessi. E forse ci doveva essere un maggiore coinvolgimento delle strutture amministrative delle Asl, dei medici di medicina generale e degli specialisti delle Uvm (le unità di valutazione). Tutto il meccanismo della riabilitazione dipende infatti da un piano assistenziale (Pai) che viene validato dalle Uvm con l’assegnazione di un setting di cura appropriato. E invece il Piano appare frutto solo del sub commissario Giovanna Baraldi, che appare come un tecnico animato da furia “sartoriale”, con le forbici sempre pronte e senza il gessetto per prendere le misure all’Abruzzo: il risultato non è un vestito su misura, ma uno già confezionato su linee guida nazionali, in questo caso il Piano Banchero-Cinotti elaborato per l’Agenas da due esperte della Liguria e dell’Emilia, ma poi non reso esecutivo.
Ma forse non è così, perché l’impressione vera è un’altra: c’è confusione e gli errori sono dietro l’angolo proprio per il caos che regna in tutta la sanità regionale e che dipende da un effetto collaterale imprevisto del Commissariamento. E cioè dalla deresponsabilizzazione della politica e del Consiglio regionale soprattutto, che non esprime una linea, se non quella della protesta delle opposizioni (il centrodestra è acquiescente a prescindere). A questo si aggiunge la scarsa fiducia nella concertazione con i sindacati da parte di chi proviene dall’Agenas (come la Baraldi). Il colpo finale è l’inesistente o insufficiente collaborazione delle strutture Asl nel reperimento e nella trasmissione dei dati statistici ed epidemiologici, necessari ad ogni Piano e ad ogni riforma. A proposito della residenzialità sembra, ad esempio,  che non tutte le Uvm delle varie Asl, sollecitate a fornire notizie precise sulla rivalutazione del setting riabilitativo, lo abbiano fatto. Di qui la difficoltà del sub commissario di predisporre un Piano del fabbisogno, da cui far discendere i posti letto, e quindi - per la necessità di rispettare i tempi del Programma operativo - l’arrivo di scelte imposte dall’alto e a volte non rispondenti alla realtà del territorio. Baraldi e Chiodi sempre più soli? Potrebbe essere una spiegazione della confusione in sanità, dove ad esempio, sempre per restare sulle strutture residenziali, manca anche il piano per l’Adi, l’assistenza domiciliare che si dovrebbe integrare con queste strutture. Ed allora le critiche della Cisl vanno interpretate come il tentativo di bypassare questa solitudine: non decidete da soli, sediamoci attorno a quel tavolo promesso a gennaio e mai attivato. Di qui dovrebbe uscire una cabina di regìa per le scelte da operare alla luce di un protocollo condiviso di interventi, come da tempo chiedono anche alcune sigle rappresentative dei medici. D’altra parte il dibattito nazionale sui livelli essenziali di assistenza, ha chiarito che i Lea o si pagano o si riducono. E la scelta su cosa fare non può dipendere da una donna sola al comando.

Sebastiano Calella