SANITA'

Scontro sulla chiusura di 4 punti nascita in Abruzzo

Ma lo chiede la legge nazionale sul parto in sicurezza

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Mauro Febbo

Mauro Febbo

ABRUZZO. «L’ospedale di Ortona manterrà sia il punto nascita che il progetto Punto donna».

Lo assicura l’assessore regionale Mauro Febbo, dopo la notizia che il Comitato tecnico regionale sul “percorso nascita” ha preparato una proposta per la chiusura di 4 dei 12 punti nascita abruzzesi. Si tratta di un piano “tecnico” su cui si dovrà discutere per applicarlo con responsabilità. Anche altri politici, come Claudio Ruffini e Camillo D’Alessandro, si sono detti preoccupati anche per Penne, Sulmona e Sant’Omero (a rischio come Ortona), ma non hanno promesso salvataggi poi impossibili, come è capitato per l’ospedale di Guardiagrele che secondo il Pdl non doveva chiudere e che invece è stato chiuso di fatto.
Si sono limitati a chiedere un approfondimento della relazione tecnica attraverso interrogazioni in corso di presentazione. Perché non si tratta di “smentire” il sub commissario Giovanna Baraldi, che non c’entra nulla con questa proposta e con la chiusura di Ortona o degli altri punti nascita. Chi ha deciso la chiusura immediata dei reparti con meno di 500 parti/anno e la riorganizzazione di quelli con meno di 1000 parti è stato il ministro Ferruccio Fazio, Pdl, con una legge apposita la cui applicazione sarà progressiva e che dovrebbe essere nota. Il punto centrale del provvedimento legislativo, la “ratio legis”, non è tanto il numero 1000 che pure indica un limite pratico indicativo (nessuno chiuderebbe un punto nascita con 950 nati…): il criterio imposto dalla legge è che bisogna assicurare un parto in sicurezza, prima al bambino e poi alla madre. E tanto per tornare alle vicende locali, quando fu chiuso il punto nascita di Guardiagrele, che registrava un numero di parti più alto di quelli di Ortona oggi, nessun politico di maggioranza e di opposizione fiatò contro il manager Mario Maresca, perché lì il parto era comunque a rischio per mancanza assoluta di sangue, di anestesisti, di neonatologi e così via. Infatti, aggiunge l’assessore Febbo: «la sicurezza dei punti nascita e dei reparti di ostetricia per la tutela di neonati è uno dei punti chiave del piano di riordino della rete ospedaliera abruzzese. Pertanto – conclude - il punto nascita ortonese avrà un futuro strategico, come in programma, visto che il Centro di procreazione assistita è già al lavoro a pieno ritmo, e contribuisce a ridurre i tempi d’attesa per le liste di ginecologia oltre a presagire un consistente aumento dei parti». Non si capisce però se questo è un auspicio o un impegno. L’assessore, infatti, non dice che per assicurare la sicurezza ai parti dell’ospedale di Ortona (e a Penne, Sulmona e Sant’Omero) serve l’assunzione di almeno 8 medici in grado di essere presenti h24, più altri anestesisti, più altri tecnici e così via per assicurare la “guardia attiva” al parto. Moltiplicando il numero di questi medici (ma anche degli altri infermieri e tecnici indispensabili) per i 4 punti nascita a rischio, si arriva ad un totale del tutto impraticabile per le politiche attuali sul personale sanitario. Inoltre contro le proposte di tenere comunque aperti i punti nascita sotto i mille parti, pesa anche l’organizzazione già decisa sui Tin, i reparti di terapia intensiva neonatale, o sui posti letto di Ostetricia, di Neonatologia e di Pediatria: tutto già scritto e deciso negli Atti aziendali delle Asl, dove le Unità operative complesse o semplici sono state tutte già concordate secondo linee guida nazionali.
Sebastiano Calella