LA DENUNCIA

La denuncia: «manca una carta regionale del rischio valanghe»

Frutti: «spesso gli interventi di messa in sicurezza sono inadeguati».

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La denuncia: «manca una carta regionale del rischio valanghe»
ABRUZZO. Le consistenti nevicate e le valanghe di questi giorni riportano l'attenzione su un fenomeno spesso trascurato sull'Appennino.

Ma in una regione montuosa come l'Abruzzo la questione dovrebbe essere tenuta in debito conto e non solo per gli aspetti legati alla pratica dello sci.
Se, infatti, le piste principali degli impianti sciistici regionali sono sostanzialmente monitorate e sufficientemente protette dal pericolo valanghe, altrettanto non si può dire per larga parte del territorio, in specie per i versanti più acclivi al di sopra dei 1000-1200metri e soprattutto per le strade provinciali e regionali.
L'Associazione Nazionale Difesa del Suolo - che annovera tra i propri soci tecnici qualificati ed esperti di settore - ha più volte evidenziato, inascoltata dagli organi preposti, l'esigenza di una Carta Regionale del Rischio Valanghe uno strumento, indispensabile in area montana, di pianificazione territoriale per gli insediamenti antropici, per le infrastrutture, ma anche per la migliore gestione delle aree protette, delle aree turistiche, sia per la pratica sportiva che per l'escursionismo invernali.
«Vanno rilevate ed individuate puntualmente tutte le aree a rischio valanghe con criteri omogenei», spiega Carlo Frutti, presidente nazionale dell'A.Di.S., «che consentano una corretta individuazione del rischio». Per questo si chiede di prevedere un ‘Catasto delle Valanghe’ con la trascrizione su cartografia in scala degli eventi storici segnalati e osservati sia dal Corpo Forestale che dalle popolazioni. «Utile in tal senso», spiega Frutti, «le ricerche storiche e le testimonianze reperibili presso i centri montani».
«I dati sugli eventi registrati nel passato», continua il presidente, «vanno integrati con una analisi territoriale che individui i versanti a rischio in prossimità di centri abitati, infrastrutture produttive e di comunicazione, di impianti ricettivi e turistico sportivi».
«Non si può consentire un insediamento urbano, tracciare una strada, svolgere un'attività turistica sotto un versante a rischio valanga», insiste il presidente dell’associazione, «e sono molti i siti in Abruzzo nei quali insediamenti e strutture viarie sono stati realizzati nel tempo senza tenere conto del pericolo ogni inverno immanente e della memoria "storia" delle valanghe degli ultimi due secoli».
In questi giorni è tornato di attualità il rischio valanghe a Lama dei Peligni, già colpita nel 2001 da una slavina che solo grazie alla presenza di un fitto bosco, saggiamente piantumato all'inizio del secolo scorso a protezione dell'abitato, non ha avuto esiti catastrofici sul centro abitato, in particolare sull'area di espansione antropizzata (c'è anche una struttura pubblica) nonostante fosse in evidente area valanghiva.
Sono stati spese diverse centinai di migliaia di euro per un intervento di protezione.
«Qualcuno si è preoccupato di verificare l'efficacia dell'intervento?», chiede Frutti. «La ripiantumazione dell'area boschiva distrutta dalla slavina del 2001 è stata effettuata? I fermaneve installati "in legno" putrescibile, di durata limitata, che sono stati "imposti" per una presunta tutela ambientale, sono realmente efficaci e quanto dureranno? Qualcuno ci sa rispondere ? Regione, Parco della Maiella, Comune possono
dare una risposta ?»