Montepulciano addio, l’Europa scippa l’Abruzzo?

Alessandro Biancardi

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Montepulciano addio, l’Europa scippa l’Abruzzo?
ABRUZZO. C’era una volta il Montepulciano d’Abruzzo… Così comincia la favola che non vorremmo mai ascoltare. Invece è reale il rischio della scomparsa di questa doc.
E non sarà per morte naturale: l'Europa potrebbe imporre sulle nostre tavole il Rosso d'Abruzzo, una denominazione geografica generica che soddisfa i burocrati di Bruxelles, ma che è una coltellata al cuore dei viticoltori abruzzesi e dell'economia regionale.
Sul Montepulciano, infatti, sono stati investiti miliardi per valorizzarlo e ne sono tornati altrettanti e molto di più per i produttori, oltre che un'immagine vincente per la Regione. E la sua scomparsa potrebbe avere ripercussioni molto negative sull'economia abruzzese.

L'EUROPA CLASSIFICA I VINI COME DOP E IGP E NON COME VITIGNO

«Sì, il rischio che l'Europa ci imponga un'altra denominazione c'è», conferma Mauro Febbo, assessore regionale all'Agricoltura, «ma la discussione è solo all'inizio e non è detto che la spunteranno i funzionari di Bruxelles. Non c'è nulla di concreto o di deciso nell'immediato futuro, una cosa però è certa: noi faremo le barricate per difendere questa denominazione. L'Abruzzo ed i suoi viticoltori hanno investito lavoro e soldi su questa risorsa e non ce la faremo scippare tanto facilmente. Siamo disposti a ricorrere anche alla Corte di Giustizia europea».
Minimizza l'assessore Febbo e lo fa responsabilmente, sia per non creare inutili allarmismi, sia per evitare ricadute negative sul mercato del vino e degli imbottigliatori.
Insomma non bisogna alzare il tono dello scontro ma solo serrare la guardia e non farsi trovare impreparati quando a Bruxelles cominceranno ad analizzare i disciplinari dei vini.
Il che potrebbe avvenire non prima di un paio di anni.
Come due anni sono già passati dal 2008, quando è entrata in vigore la riforma del settore vinicolo all'interno dell'Ocm Vino, organizzazione comune di mercato di questo settore.
In pratica il vino è stato equiparato ad un prodotto alimentare e per questo tipo di alimenti (vedi i formaggi o le nocciole) ci sono le Dop (denominazione d'origine protetta) e l'Igp (indicazione geografica protetta).
Il tutto disciplinato in un regolamento comunitario dove sono state rivisti molti aspetti della denominazione d'origine controllata.
In realtà in Italia si è deciso, per non confondere il consumatore abituato alle Doc, di mantenere queste denominazioni, anche se ufficialmente sono delle Dop, dove il nome del prodotto deve far riferimento alla località geografica dove si produce e non al vitigno.
Quindi vanno bene il Chianti, prodotto nell'omonima zona collinare, o il Soave o il Barolo, non vanno bene – ad esempio - il Primitivo pugliese e gli altri nomi che non fanno riferimento alle zone di produzione.
E per il Montepulciano si potrebbe salvare solo la denominazione toscana di Vino nobile di Montepulciano.

QUALE NOME DARE AL MONTEPULCIANO?

Di questo si è parlato nei giorni scorsi, quando una delegazione dell'Arssa e del Consorzio di tutela dei vini abruzzesi si è incontrata a Roma con i funzionari dell'Europa che hanno solo consigliato di cominciare a pensare quale nome dare al nostro vino rosso.
In realtà la vicenda è molto complessa e riguarda la tutela dei nomi dei nostri prodotti tipici sia in Europa che nei paesi del resto del mondo.
E in questi casi, poiché i vitigni possono essere utilizzati per dare nome al vino, ci sono già vini Montepulciano prodotti in Nuova Zelanda o Cile.
Quindi il vino Montepulciano non è tutelato, ma il Monepulciano d'Abruzzo potrebbe esserlo se prima non gli fanno cambiare denominazione.
Un pò quello che è capitato al Tocai friulano, scomparso a favore dei vini ungheresi e da noi non più presente con questa denominazione (alzi la mano chi sa come si chiama ora) o al Prosecco, nome di un vitigno che si è trasferito al vino.
Nemmeno il Prosecco esiste più e oggi quel vino si chiama Glera (chi lo conosce questo vitigno di Trieste?), mentre si chiama ancora così in un piccolo centro in provincia di Treviso che si chiama appunto Prosecco.
«Il danno economico che ci potrebbe derivare è immenso», spiega Nino Iarlori, Confagricoltura di Ortona, produttore storico di Montepulciano e protagonista di tante battaglie a favore dell'agricoltura «abbiamo dedicato una vita a questo vitigno, ci ha portato benessere e fama, ora lo vogliono far scomparire. Speriamo di poterlo difendere efficacemente con l'aiuto della Regione: ormai è l'immagine dell'Abruzzo che si è affermata nel mondo».
Perché il valore identitario di questo vino è giustificato anche dalle ricerche sul vitigno omonimo: è stato dimostrato che il suo Dna è completamente diverso da quello toscano e non appartiene nemmeno alla famiglia del Sangiovese.
E' un vitigno solo abruzzese al quale già negli anni '80 Carmine Festa, il capostipite degli enologi abruzzesi, aveva dedicato una pubblicazione scientifica per rivendicarne la natura autoctona. I burocrati di Bruxelles possono aspettare.

Sebastiano Calella 24/07/2010 9.19

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