Riduzione in schiavitù e tratta di prostitute: 26 arresti a L'Aquila

Alessandro Biancardi

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Riduzione in schiavitù e tratta di prostitute: 26 arresti a L'Aquila
L’AQUILA. Ventisei arresti tra Abruzzo, Marche e Puglia per una tratta di prostitute nigeriane. Dalle prime ore di questa mattina, i carabinieri del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri, stanno eseguendo le ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dalla Direzione distrettuale antimafia dell'Aquila.
I 26 arrestati sono accusati di aver messo in piedi un sodalizio transnazionale di matrice nigeriana dedito alla tratta di esseri umani, allo sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, alla riduzione in schiavitu' e al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
I carabinieri del Ros hanno accertato che il sodalizio criminale dopo aver ridotto in schiavitu' le donne di origine nigeriana le costringeva a prostituirsi e a sottoporsi a matrimoni fittizi per regolarizzare la posizione sul territorio italiano di diversi affiliati.
Gli investigatori hanno anche documentato diverse interruzioni di gravidanza alle quali sono state sottoposte le donne ridotte in schiavitu'.
Maggiori dettagli dell'operazione verranno illustrati nel corso della mattinata.

24/06/2010 9.13

OPERAZIONE “SAHEL”

L'operazione è stata denominata “Sahel” ed ha portato in carcere 26 persone, su richiesta della procura distrettuale antimafia dell'Aquila.
I reati contestati sono l'associazione per delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina ma anche sfruttamento della prostituzione, riciclaggio ed interruzione abusiva di gravidanza.
Gli interventi dei carabinieri del Ros hanno riguardato le province di Teramo, Reggio Emilia, Foggia, Bari e Ascoli Piceno, mentre uno degli indagati è stato localizzato in Austria: per lui scatterà un mandato di arresto europeo.
Questa mattina, contestualmente agli arresti e alla notifica degli avvisi di garanzia, è scattato anche un sequestro preventivo di beni tra cui immobili, autovetture, licenze ed esercizi commerciali per un valore complessivo di circa 1 milione di euro.
Tutti beni che sarebbero serviti all'organizzazione internazionale per compiere i reati contestati.
I provvedimenti scaturiscono da un'indagine avviata in seguito alla denuncia presentata ai carabinieri di Martinsicuro da una donna nigeriana di 25 anni, vittima di uno sfruttamento sessuale da parte di tre connazionali, poi immediatamente identificati, e già raggiunti -nel dicembre del 2008- da un decreto di fermo di indiziato di reato emesso dalla procura della Repubblica di Teramo.
Solo successivamente, il proseguimento dell'inchiesta è stata passata per competenza alla procura Distrettuale antimafia dell'Aquila.
Le indagini hanno visto anche la collaborazione di diversi reparti delle forze dell'ordine e della polizia europea, Europol, e col passare dei mesi sono stati individuati tutti i componenti del presunto sodalizio internazionale, articolato in cellule, strutturate su base familiare e dislocate in Italia ed all'estero.

ORGANIZZAZIONE CON BASE A TERAMO E ASCOLI

Secondo gli inquirenti l'associazione a delinquere gestiva un'intera filiera criminale: dal reclutamento delle vittime nella madrepatria al loro trasferimento in Europa, infine allo sfruttamento sessuale nei luoghi di destinazione finale.
Nelle province di Teramo ad Ascoli Piceno sono state per esempio individuate almeno tre cellule, due a Martinsicuro ed una nella zona della bonifica del Toronto, area nota per il dilagante proliferare della prostituzione in strada, proprio di donne africane.
In Nigeria, invece, è stata localizzata la componente incaricata di reclutare le donne da inviare ai gruppi criminali in Italia ed in altri Stati dell'Europa.
Le vittime erano sottoposte ad una sorta di giuramento e venivano costrette a firmare un contratto con il quale si impegnavano a saldare il debito costituito dal prezzo per raggiungere l'Europa. Naturalmente il pagamento avveniva attraverso la prestazione dell'attività lavorativa gestita dalla stessa organizzazione.
Prima della partenza dall'Africa, le giovani venivano fornite di documenti di identità contraffatti e prelevati da altri componenti dell'organizzazione che avevano proprio il compito dell'accompagnamento delle vittime nei paesi di destinazione.
Dalle indagini è emerso anche come il sodalizio pianificasse nel dettaglio il percorso e le rotte, aeree e terrestri, per far arrivare a destinazione le deportate.
In un caso, il tragitto prevedeva l'attraversamento via terra di Nigeria, Niger, Libia, dove le clandestine venivano imbarcate per raggiungere le coste italiane.
In alternativa, ciascuna delle vittime veniva deportata ed imbarcata su voli intercontinentali diretti in Europa, con scali presso gli aeroporti di Madrid, Parigi, Londra, Ginevra e Vienna, dove ad attenderle erano esponenti del sodalizio incaricati di agevolare la prosecuzione del viaggio verso l'Italia.

FINE DEL VIAGGIO, INIZIO DELLA SCHIAVITU'

E nel nostro Paese arrivava la fine probabilmente del sogno di sfuggire alla miseria.
Le donne divenivano vere e proprie schiave e strumenti di guadagni ingenti.
Il tutto sarebbe avvenuto attraverso una soggezione psicologica indotta con veri e propri riti magici e woodoo, oltre che con minacce ai familiari nel paese di origine.
I carabinieri sono riusciti anche a documentare interruzioni di gravidanza attraverso la somministrazione di farmaci che provocano l'aborto anche in epoca gestazionale avanzata.
Una volta avviate alla prostituzione, le giovani dovevano corrispondere agli sfruttatori le spese per il vitto e l'alloggio in appartamenti nella disponibilità dell'associazione a delinquere, appartamenti che sono stati oggetto di sequestro.
Erano tenute al pagamento anche di una vera e propria tangente per il tratto di marciapiede utilizzato per prostituirsi e una somma destinata a saldare il debito contratto in Nigeria, debito non inferiore ai 65.000 euro persona.
I proventi illeciti venivano poi trasferiti in Nigeria mediante il sistema “hawala” (una sorta di money transfert, molto rapido di difficile tracciabilità) che sfruttava la copertura di un esercizio commerciale etnico di Martinsicuro, anche questo sottoposto a sequestro.
Le prostitute erano poi costrette dalle loro protettrici a rivolgersi alternativamente sempre agli stessi due tassisti per essere accompagnate sui luoghi di lavoro corrispondendo loro la somma di 15 euro a corsa.
L'indagine ha infine accertato contatti con alcuni pregiudicati foggiani, per la regolarizzazione del soggiorno di componenti delle cellule criminali indagate, attraverso false attestazioni di lavoro, nonché l'organizzazione di fittizi matrimoni di cittadini nigeriani con donne italiane.
Gli inquirenti del Ros hanno poi voluto chiarire che sul piano investigativo si è rivelata molto importante la collaborazione delle numerose vittime del sodalizio liberate durante l'attività e poi sottoposte a programmi di protezione e assistenza, anche grazie alla collaborazione di diverse Ong.

24/06/2010 13.29

I NOMI DEGLI ARRESTATI

Si tratta di Giovanni D'Eusebio di Monte Prandone (Ascoli Piceno); Vicente Pucci di Teramo; Antonio Laddaga; Anna Console; Tommaso Pisciola; Amedeo Prudente, tutti di Foggia.
I primi due tassisti accusati di accompagnare le giovani nigeriane nei luoghi in cui prostituirsi.
Gli altri membri del sodalizio criminale sono accusati di aver falsificato i documenti delle donne da avviare alla prostituzione e di aver organizzato matrimoni fittizi per regolarizzare la posizione degli arrestati.
Anche gli italiani sono accusati di reclutare giovani donne in Nigeria e dopo averle sottoposte ad un rito magico del tipo Woodoo.
«Nonostante la tragedia del terremoto del 6 aprile dello scorso anno abbia colpito i carabinieri impegnati nella delicata indagine - ha detto David Mancini, neo sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia dell'Aquila - sono riusciti a disseppellire dalle macerie il server della sala intercettazioni del vecchio palazzo di giustizia, riuscendo a recuperare le migliaia di intercettazioni telefoniche riuscendo di fatto a riavviare le indagini. Anche in un momento di emergenza - ha proseguito il magistrato - siamo riusciti ad andare avanti fino ad arrivare a sederci su una panchina diroccata fuori del Centro di accoglienza dei minori».
Parlando della Procura distrettuale dell'Aquila Mancini ha sostenuto «che si tratta di una peculiarita' italiana, quella di una sede come l'Aquila che pero' non viene coinvolta nelle indagini di competenza della Direzione distrettuale antimafia al contrario di Pescara, Chieti e Teramo».

24/06/2010 17.53