Tregua armata nel Pdl regionale

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

2124

ABRUZZO. Silenzio stampa nel Pdl regionale. Dopo le polemiche dei giorni scorsi (Giuliante si-Giuliante no), l’insofferenza del presidente Chiodi per le esternazioni del suo capogruppo e l’intervento “pepato” del senatore Paolo Tancredi in appoggio al presidente, sulla comunicazione esterna del Pdl cala la scure del coordinatore Filippo Piccone.
Tutti sono invitati a discutere nelle sedi competenti e non sulla stampa.
La segretezza del senatore Piccone è una specie di suo marchio di fabbrica: vuole dimostrare ai vertici nazionali del Pdl che non serve il bavaglio ai giornalisti.
Basta non rispondere al telefono, non parlare, non commentare: così l'opinione pubblica non saprà mai nulla di quello che sta succedendo nel partito di maggioranza e quindi mai chiederà spiegazioni.
«La regola per cui le questioni interne al partito devono essere discusse innanzi tutto nelle sedi competenti e non sui giornali non può valere a giorni alterni e deve essere rispettata da tutti, anche dallo stimato amico e collega senatore Tancredi – è il Piccone-pensiero - Sarebbe dunque auspicabile d'ora in avanti l'impegno da parte di tutti affinché il dibattito nel PdL abruzzese possa svilupparsi nell'ambito degli organi di partito e non attraverso iniziative mediatiche che hanno il solo effetto di aumentare la confusione e allontanare la soluzione dei problemi».
Ed ancora: «essere capogruppo in consiglio regionale è una carica eminentemente politica, la cui individuazione passa attraverso il confronto fra i componenti del gruppo e la dirigenza regionale del partito, e prescinde dalle eventuali iniziative che dovessero essere assunte da chi detiene cariche di governo, pur apicali, nell'ambito dell'amministrazione regionale. Perciò insieme al vicecoordinatore Fabrizio Di Stefano mi farò carico di promuovere nelle opportune sedi ogni confronto utile a risolvere la polemica che in questi giorni vede contrapposti importanti rappresentanti del PdL abruzzese».
Una puntualizzazione ufficiale che viene letta in diversi modi.
Da una parte viene giudicata uno stop nazionale al presidente della Regione che forse voleva forzare la mano in vista del famoso rimpasto di Giunta, dall'altra sarebbe invece un avvertimento al capogruppo ribelle che sicuramente interpreta qualche maldipancia all'interno del gruppo alla Regione, ma la cui “loquacità” non sarebbe opportuna in questo momento.
Soprattutto perché rischia di complicare il lavoro di Chiodi che fino ad oggi ha avuto buon gioco ad addormentare il dibattito politico sul suo operato.
Infatti i problemi del Pdl regionale nella rimodulazione della squadra di governo alla Regione sono seri e ben diversi dalle rispettive frecciate che si possono scambiare due contendenti dello stesso gruppo: se Tancredi accusa Giuliante perché è stato eletto nel listino e quindi “non ha voti suoi” (l'accusa vale anche per tutto il resto del listino?), il capogruppo avrebbe buon gioco a dimostrare che lui è stato eletto dal 1975 sia come consigliere comunale che provinciale del Msi all'Aquila.
Al contrario il senatore Tancredi è stato trascinato sicuramente dai voti del padre che era (è) l'uomo forte della Democrazia cristiana e del potere economico teramano: prima è stato eletto consigliere comunale e subito dopo è entrato in Consiglio regionale nel 2000 in sostituzione di Rocco Salini.
Contattato da PrimaDaNoi.it, Giuliante conferma che il suo “malessere” nel dover tacere sulle cose che non vanno è il risultato di una vita di impegno politico di base e preferisce glissare in attesa di un chiarimento politico interno.
Smentisce solo la voce della sua aspirazione a fare l'assessore, perché come ha già detto in passato, a lui sta bene anche un assessore esterno, purché aquilano.
Il senatore Fabrizio Di Stefano, uno dei pochi che al telefono risponde sempre, preferisce tenere un profilo basso sulla questione “capogruppo” sulla quale non è mai intervenuto direttamente.
Solo il senatore Tancredi accetta di parlare: «Sia chiaro. Io non mi rimangio nulla di quello che ho dichiarato. La frase su Chiodi che deve cacciare Giuliante è una forzatura giornalistica che riassume però un concetto: il capogruppo del partito di maggioranza non può fare il grillo parlante su ogni cosa. Non siamo mica al bar, ha un ruolo istituzionale che deve rispettare. Se non gli piace, si accomodi pure».
Il senatore non vuole rompere la consegna del silenzio imposta da Filippo Piccone, ma approfondisce alcuni spunti: la “presunta” rappresentanza aquilana di Giuliante e le critiche ingiuste a Chiodi.
«Giuliante è il rappresentante della Giunta Tempesta, di un periodo di storia che è finito come è finito, quando con Pierluigi Tancredi era nella cabina di regìa di quella amministrazione. Una stagione passata. Chiodi invece sta lavorando bene, sia per l'eccellente risultato nella gestione della sanità (è la prima volta che si firmano contratti con le cliniche private con un budget ridotto e senza extra budget) e nella ricostruzione. In questo settore ci sono sicuramente delle criticità, ma bisogna lavorare per superarle e non per criticare. Proprio per questo la maggioranza deve essere compatta. Dobbiamo pensare alle riforme, non alle chiacchiere».
Toni, come si vede, più moderati e politici. Resta però il dubbio che qualcosa stia succedendo nelle segrete stanze del potere regionale che sembra imbalsamato di fronte ai problemi reali della crisi economica.
Al di là dei proclami e delle troppe conferenze stampa, si avverte un certo immobilismo amministrativo.
Una regola aurea della politica insegna che dove c'è malcontento prima o poi scoppia qualche caso e quando scoppia un caso si dice sempre: era quello a bloccare l'attività. L'unica cosa certa oggi è che si naviga a vista o perché mancano i soldi o perché mancano le idee.
Sebastiano Calella 15/06/10 8.40

CONDIVIDI GLI ARTICOLI DI PDN SU FACEBOOK