Sanità Malata, così andava in Abruzzo: il racconto di Erminio D’Annunzio

Alessandro Biancardi

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Sanità Malata, così andava in Abruzzo: il racconto di Erminio D’Annunzio
PESCARA. Un viaggio nella sanità malata abruzzese, la ricetta per una cura («difficile ma non impossibile»), ma anche un protagonista di oggi nella scena recente della politica abruzzese.
Quella politica che si fonde con i camici bianchi, gli accreditamenti alle cliniche private, le telefonate strategiche per posizionare gli uomini giusti al posto giusto e le lobbies di potere. E poi qualche volta si fonde agli scandali e alle inchieste giudiziarie.
Erminio D'Annunzio, medico cardiologo dal 1968 aveva in mano qualcosa di troppo prezioso per lasciarlo sbiadire col tempo. Così ha raccolto e fuso insieme la sua esperienza di medico («foriera di risultati») e quella di politico («una delusione cocente») e ha dato alle stampe il suo libro dal titolo 'Sanità Malata' (Castelvecchi Tazebao).
La prima e principale attività che ha segnato tutta la sua vita gli è andata decisamente meglio: per oltre 25 anni D'Annunzio ha diretto il reparto di Cardiologia dell'ospedale di Pescara (creato da lui negli anni '70). La seconda è andata peggio: per poco più di un anno è stato assessore regionale alla Sanità. Fortemente voluto da Sabatino Aracu («che non conoscevo»), esponente dell'allora partito Forza Italia e oggi indagato nell'ambito della maxi inchiesta che ha travolto la giunta Del Turco, è stato poi rimosso dal presidente Pace (anche lui indagato nella stessa inchiesta) per 'incompatibilità' di vario genere.
Qualche anno fa, prima che scoppiasse il caso Sanitopoli, forte della sua esperienza, ha avviato un lavoro certosino con Rifondazione Comunista riuscendo così a mettere nero su bianco tutte le incongruenze che sarebbero poi saltate fuori dalle inchieste della procura di Pescara: dagli accreditamenti sballati alla famosa delibera 58 con cui la giunta Del Turco autorizzò le cartolarizzazioni con la Deutsche Bank.

LA TELEFONATA DI ARACU, D'ANNUNZIO TERGIVERSA

Se nella prima parte del libro il medico si sofferma a sviscerare le ragioni del declino della Sanità pubblica, nella seconda parte parla nel dettaglio della sua vicenda politica personale.
Era la fine dell'estate del 2002, racconta D'Annunzio, quando improvvisamente arrivò una telefonata che avrebbe cambiato la sua vita. Non solo per il prestigio dell'incarico che sarebbe andato a ricoprire ma anche per la scoperta di un mondo che probabilmente fino a quel momento non conosceva.
Erano lontani i mesi di Sanitopoli ma il medico sfiorò e visse a stretto contatto con quelli che qualche anno dopo sarebbero diventati i protagonisti di uno degli scandali più dirompenti della regione.
Lui non conosceva Aracu di persona, scrive, «quando ci incontrammo non si perse in formali preamboli» e gli chiese di diventare assessore alla Sanità.
Ma D'Annunzio tergiversò. Inizialmente rinunciò, poi ne parlò in famiglia e decise di accettare. Era il novembre del 2002.
Ben presto l'assessore si accorse di non piacere ai politici e descrive così il lavoro di quei tempi: «riunioni su riunioni, parole, proclami, interviste. Risultato finale: zero. Nessun indirizzo concreto o condiviso, nessuna critica sostanziale, apparente scarso interesse su tutto da parte di tutti i partiti della coalizione di Governo. Solo qualche sollecitazione a favore di questo o quell'altro amico».
Un vero disastro nelle stanze dei bottoni, pare di capire, per uno dei comparti che succhia l'80% del budget regionale.

TARIFFE E RIMBORSI ALLE CLINICHE PRIVATE

Poco dopo, racconta ancora D'Annunzio nel suo libro, arrivarono gli scontri con le cliniche private che chiedevano aumenti sulle tariffe e sulla quantificazione degli importi relativi alle prestazioni erogate ma eccedenti il tetto di spesa.
Si arrivò alla rottura definitiva. Il medico oggi lo ammette: non aveva l'abilità del politico di lungo corso e arrivò puntuale anche il primo richiamo: una telefonata dai piani alti di Forza Italia: «paga subito senza fare troppe storie», gli chiesero.
Ma non erano «bruscolini», contestò l'assessore che non pagò.
Dalle cliniche partì ogni genere di epiteto: «mi si definiva psicopatico da ricovero in manicomio» ma soprattutto «non mi si riconosceva più il ruolo di interlocutore per i problemi sanitari».
Niente male per un assessore al ramo. Ma D'Annunzio andò avanti con una convinzione: «il fatto che nessun politico di Governo avesse espresso condivisione alla mia azione di risanamento economico era un buon segno».
Il clima non migliorò, anche i rapporti con i direttori delle Asl regionali erano diventati difficili. A Chieti lo scontro fu con Luigi Conga (oggi indagato nell'inchiesta Sanitopoli) per la chiusura dell'ospedale San Camillo di Chieti e lo spostamento della cardiochirurgia a Villa Pini per il riconoscimento ad Angelini di nuovi posti letto convenzionati con il sistema sanitario pubblico.
«Ricordo l'ansia con la quale attendevo i giornali del mattino», scrive D'Annunzio, «per conoscere gli orientamenti delle personalità che fanno opinione. Erano in molti a sostenere la soluzione di Villa Pini», ricorda ancora il medico, «anche se in maniera mascherata da quel fraseggio ambiguo tipico di una certa politica abilissima nel dire una cosa per arrivare all'esatto contrario».

LE PRESSIONI

A questo proposito l'ex assessore cita un fatto che a distanza di anni gli è rimasto stampato nella memoria: erano i giorni in cui infuocava la polemica. La giunta Pace si ritrovò in un noto ristorante della provincia aquilana per festeggiare la formazione della nuova giunta.
«Stavo tornando dal guardaroba un collega mi venne incontro. Lo avevo visto tante volte in televisione ricevendone ogni volta la stessa poco gradevole impressione, per l'eccessiva inflessione dialettale del suo parlare unita a una certa rozzezza nei modi».
Non l'aveva mai incontrato prima di allora.
«Senza neppure salutarmi mi disse: 'o approvi la delibera che manda la Cardiochirurgia a Villa Pini oppure io ti voto contro in giunta'».
Poi questo collega, mai nominato per nome nel libro, ricompare anche in tv. Ma davanti alle telecamere, si legge sempre nel libro «lasciò sempre intendere con mia grande sorpresa e assoluto stupore l'esatto contrario di ciò che mi aveva chiesto».

A PESCARA GLI INCONTRI CON CORDONE

Alla Asl di Pescara in quei tempi c'era il manager Angelo Cordone. D'Annunzio per ovvi motivi si rapportò anche con lui alternando momenti di «maggiore vicinanza a altri di massimo distacco», quasi «ostilità».
Altro tema spinoso: le prestazioni ineludibili, con i tetti di spesa sballati delle cliniche private che venivano comunque rimborsati dalla Regione. Il medico cercò di cambiare le cose, racconta, studiare le carte, consapevole che «tutti gli sprechi legati alle prestazioni ineludibili ai ricoveri evitabili» ricadono sui cittadini.
Istituì anche l'osservatorio epidemiologico regionale che venne affidato, non senza polemiche e pressioni, all'istituto Mario Negri Sud, diretto dal professor Tognoni. Questi nominò alla direzione abruzzese Felice Vitullo. E lì fu l'inizio della fine.
Il presidente Pace cominciò un lungo pressing: «voleva qualcun altro alla direzione dell'Istituto», ma passò ancora una volta la linea di D'Annunzio.
Lo scontro definitivo arrivò subito dopo, «sempre per una questione di poltrone».
«Avevo chiesto in più di una occasione», racconta D'Annunzio, «la rimozione del direttore generale dell'assessorato Giovanni Carusi». Per cambiare la situazione il medico voleva facce nuove e mettere alla porta chi aveva diretto per dieci anni la sanità regionale.
E Carusi, secondo D'Annunzio era «una guida sbagliata in quanto il deficit del settore è arrivato al limite della bancarotta».
Pace però non voleva. La situazione precipitò perchè la giunta regionale approvò una delibera di conferma dell'incarico. Il 9 ottobre del 2003 D'Annunzio scoprì da un amico ben informato che a fine settimana sarebbe stato rimosso dal suo incarico. Indisse una conferenza stampa precedendo di un paio d'ore l'incontro con i giornalisti fissato dal governatore Pace in cui sarebbe avvenuto l'annuncio.
D'Annunzio spiegò la sua linea, annunciò che non si sarebbe dimesso ma che per liberarsene lo avrebbero dovuto cacciare. Il 10 ottobre del 2003 alle ore 13 l'avventura dell'assessore si concluse. Il medico prestato alla politica venne fatto fuori ufficialmente «a seguito delle esternazioni alla stampa che hanno pregiudicato irreversibilmente i rapporti», così disse Giovanni Pace.
Oggi il medico ricorda quei giorni, e parla di ingenuità dell'ex governatore: «davvero credeva di poter far credere di avermi cacciato per delle parole dette in conferenza stampa?»

Alessandra Lotti 14/05/2010 10.23

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