Concorso in Regione per funzionari… a prescindere

Alessandro Biancardi

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Concorso in Regione per funzionari… a prescindere
ABRUZZO. Può andare lontano una Regione che per affidare incarichi ai suoi funzionari «prescinde dal titolo di studio»?
Se lo chiedono quelli che hanno letto sul sito dei bandi per i concorsi della Regione Abruzzo la determinazione n° 185 del 29 dicembre scorso, da poco pubblicata sul Bura e firmata dal dirigente Paolo Costanzi.
Si tratta di reperire 10 posti di vari profili amministrativi.
Partono i concorsi? Proprio no.
Nessun posto in gara, ma solo trasferimenti per mobilità.
Ma il “cuore” del provvedimento è il tentativo di dire e non dire, richiedere requisiti e di fatto bypassarli, usare il condizionale per poi negare di aver comunque ignorato che è il titolo di studio che abilita al posto di lavoro.
Serve, infatti, un avvocato e non un diplomato per un ufficio legale, serve un geometra e non un operaio con la terza media per un ufficio tecnico e così via. L'escamotage è che per questa mobilità si prescinde dal titolo di studio in quanto nel posto occupato in origine presso un'altra amministrazione il candidato «potrebbe aver dimostrato di possederlo».
Altro che certezza.
E se il candidato è un raccomandato?
L'unica cosa che potrebbe aver dimostrato è di saper trovare sponsor efficienti e non che ha una laurea o un diploma.
Perché il trucco è proprio qui: sono ammessi alla mobilità anche (o solo) i funzionari che per motivi di promozione interna (i famosi sviluppi verticali della carriera) hanno raggiunto un certo grado e che oggi con questo bando della Regione si potrebbero trovare a dirigere uffici delicatissimi.
Cioè un'altra operazione disinvolta di clientelismo per riempire l'amministrazione di fedelissimi?
Il dubbio è legittimo, se si esamina bene il provvedimento.
Intanto la legge Brunetta prevede che le amministrazioni pubbliche «possono» ricoprire i posti vacanti per mobilità, ma i funzionari «debbono» appartenere alla stessa categoria.
Sempre Brunetta scrive che si debbono indicare quali sono i posti per la mobilità e quali per il concorso.
Il principio della legge è chiaro: assicurare il turnover, ma acquisire anche nuove professionalità e introdurre i giovani.
La verticalizzazione delle carriere di fatto è un istituto contrattuale che premia l'esperienza, è una specie di promozione “scolastica” sul campo, ma non è un titolo di studio.
Quindi l'amministrazione che ha bisogno di funzionari, contratta con i sindacati e decide, ad esempio, che il 50% dei posti va a concorso ed il 50% alla mobilità.
Se invece entrano tutti per mobilità e sono tutti “verticalizzati” e «a prescindere dal titolo di studio che potrebbero avere» si arriverebbe ad un paradosso: invece del vantaggio per l'ente Regione ci sarebbe un danno, invece di spazio per i giovani ci sarebbe la chiusura e chi aspira a combattere per un posto di lavoro confidando nella sua preparazione culturale e professionale troverebbe chiusa ogni porta.
Come esempio di meritocrazia non c'è male.


Sebastiano Calella 22/03/2010 10.40



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