Connessioni 2. Balducci&Co sovrani in Abruzzo per l’emergenza Gran Sasso

Alessandro Biancardi

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Connessioni 2. Balducci&Co sovrani in Abruzzo per l’emergenza Gran Sasso
TERAMO. Appalti milionari, emergenza improvvisa, deroghe, completa assenza di trasparenza e «segreto di Stato». Sarà un caso ma ogni volta che si nega la trasparenza c’è qualcuno che ne approfitta.
E' successo anche per la gestione dell'emergenza del Gran Sasso durata anni (dal 2002). A capo di tutto, il commissario Angelo Balducci, in carcere dallo scorso 10 febbraio con l'accusa di corruzione nell'ambito dell'inchiesta fiorentina sui Grandi eventi.
Non mancano punti di contatto, se si pensa alle modalità di azione e l'intervento di determinati personaggi e ditte negli affari di oggi e quelli di ieri.
Non sono mai mancate polemiche sulla messa in sicurezza dei laboratori del Gran Sasso, interrogazioni parlamentari, denunce pubbliche che non hanno destato però sufficientemente l'interesse della magistratura che avrebbe potuto scoprire cose interessanti già allora.
Il giro d'affari per gestire anche questa emergenza tutta abruzzese è pazzesco: si parla di 60 milioni di euro. Pazzesco ma una bazzecola rispetto ai 7 miliardi della ricostruzione ed i 500milioni del G8. Evidentemente anche l'impresa dell'emergenza ha fatto progressi.
I punti di contatto tra le vicende della protezione civile, Balducci ed i
principali protagonisti dello scandalo sugli appalti della protezione civile li abbiamo già illustrati qui  scoprendo dettagli che pure erano noti ma riletti alla luce delle nuove informazioni destano non poca inquietudine.
Ritornando alla emergenza del Gran Sasso tra le ditte aggiudicatarie figura anche la Nuova Infrastrutture di Fano coinvolta nell'inchiesta G8: si tratta di quella srl alla quale è stato affidato il subappalto per un albergo a La Maddalena in cui si sarebbero dovuti riunire i capi di Stato (59 milioni di euro).
Poi, si sa, quell'albergo non è mai servito perchè il summit è stato spostato in Abruzzo.
Il subappalto era stato affidato in compartecipazione con la la Redim 2002 di Grottaferrata, proprietà al cinquanta per cento della moglie di Balducci, Rosanna Thau.

SCOPPIA L'EMERGENZA, IL GOVERNO SCEGLIE BALDUCCI

E' emergenza sotto il Gran Sasso. Era il 16 agosto 2002: nella Sala C dei Laboratori sotterranei di Isola del Gran Sasso, durante una prova dell'esperimento Borexino (i cui risultati sono stati annunciati proprio ieri), ci fu il rilascio del tossico trimetilbenzene nella falda acquifera che interessò il Fiume Mavone, affluente del fiume Vomano.
Anche questo incidente contribuì a far arenare il progetto del 3° traforo sotto il Gran Sasso.
Stando alle dichiarazioni dei dirigenti del laboratorio, 50 litri di trimetilbenzene, una sostanza persistente con effetti neurotossici, furono versati per errore finendo in un pozzetto di scarico. Immediatamente scattò l'allarme perché il traforo del Gran Sasso intercetta una faglia utilizzata per servire tutta la provincia di Teramo.
Ci furono prelievi, il sequestro del pozzetto, l'ordine di una perizia sull'accaduto. Proprio da questa perizia saltarono fuori elementi non riconducibili alla versione ufficiale.
Per la messa in sicurezza dei Laboratori e la riqualificazione del sistema Gran Sasso nel 2003 fu invece nominato commissario Balducci dal governo Berlusconi.
Nel 2004 il dipartimento nazionale di Protezione Civile, «sulla base delle valutazioni espresse dalla speciale commissione di studio sulla sicurezza del sito», concesse la proroga di un anno dello stato di emergenza dell'intero sistema Gran Sasso.
Due anni non erano bastati a mettere le cose a posto o quanto meno ad uscire dall'emergenza.
Il 24 marzo 2005 un'ordinanza della presidenza del Consiglio dei ministri destinò alla sicurezza dei Laboratori i 110 miliardi delle vecchie lire della legge n.366 del 1990 (quella che prevedeva il 3° traforo).

NESSUNO SA QUELLO CHE SUCCEDE

Ma in tutti questi anni non sono mancate polemiche e richieste di chiarimenti.
All'emergenza post incidente si aggiungono i dubbi sulla realizzazione della terza canna del Traforo che faceva parte del pacchetto «Grandi Opere» del governo, inserito nella delibera del Cipe del 21 dicembre 2001 e diventato un decreto operativo il 6 maggio 2002, il cosiddetto «decreto Lunardi». È proprio quel decreto che la provincia di Teramo impugnò davanti al Tar.
A gennaio 2004 il Comune di Montorio chiese spiegazioni al commissario e soprattutto chiese di «delocalizzare le sostanze chimiche stoccate attualmente nei laboratori sotterranei in un'area esterna compatibile».
Secondo la lettera che finì sui giornali locali il Comune esplicitò «l'esigenza di far conoscere alla gente la storia del traforo, chiarendo definitivamente quali elementi estranei siano confluiti nell'acquifero dagli anni della costruzione ad oggi».
A due anni dall'episodio, insomma, tutto taceva.
L'allora presidente della Giunta Pace incontrò Balducci più volte per definire le linee dei due progetti di messa in sicurezza del sistema di captazione delle acque e dei laboratori sotterranei di fisica nucleare (che si trovano proprio sotto la galleria) e la verifica della sicurezza nelle gallerie autostradali.
Ma a luglio del 2005 l'allora deputato teramano dei Ds, Nicola Crisci, sbottò e chiese di stendere un velo pietoso sulla «segretezza che avvolge i lavori».
Crisci presentò una interpellanza urgente al ministro per le Infrastrutture e i Trasporti per avere lumi sull'intera situazione e sui lavori, che - la premessa è fondamentale - sono stati dichiarati «indifferibili e urgenti» e sono soggetti a una procedura fuori dall'ordinario, «in deroga alle disposizioni relative alla pubblicità delle procedure di affidamento dei lavori pubblici e sottoposti solo al controllo successivo della Corte dei Conti».
Crisci (e con lui altri parlamentari) chiese se il commissario delegato dal Governo a gestire l'emergenza Gran Sasso, Balducci, avesse predisposto i cronoprogrammi delle attività, se e quali istituzioni fossero state informate sulla natura e l'eventuale pericolosità degli interventi, con quali tempi il commissario intendeva rimettere al Parlamento la relazione che la legge gli impone, se infine tra gli ulteriori interventi da effettuare ci fosse o no la terza galleria del Gran Sasso.
Insomma buio pesto. Impossibile controllare, verificare cosa si fosse fatto o si stesse facendo con quella montagna di soldi pubblici.
«Che bisogno c'è di mantenere la segretezza su interventi di messa in sicurezza del sistema Gran Sasso?», chiese Crisci. «Che bisogno c'è di continuare a far sapere solo a chi deve sapere (non si sa chi) cosa si sta facendo all'interno della nostra montagna?».
Ma a fine maggio fu la Provincia di Teramo a chiarire che erano in molti a non conoscere carte e documenti lamentando un grosso buco nero nella circolazione di certe informazioni che pure dovevano essere conosciute.
Il presidente della Provincia, Ernino D'Agostino, (oggi all'opposizione) chiese un incontro urgente al commissario straordinario.
«Gli interventi di messa in sicurezza dei laboratori devono essere sottoposti all'esame della conferenza di servizi, organismo al quale partecipano tutti gli enti autorizzatori, Provincia, Regione, Comuni», scrisse tre anni dopo l'incidente, «e poichè, dopo la prima riunione, non abbiamo avuto più notizie, è necessario fare il punto della situazione, verificando lo stato e l'adeguatezza delle soluzioni che si stanno progettando con i rappresentanti del territorio».
Non rimasero in silenzio anche i comitati spontanei e le associazioni ambientaliste che subito dopo la nomina di Balducci protestarono e lanciarono l'iniziativa di approvare in tutti i consigli comunali abruzzesi degli ordini del giorno contro la nomina del commissario.
La paura, basta rileggersi i giornali dell'epoca, dell'associazione Mountain Wilderness, il Comitato per la tutela delle acque del Gran Sasso, il Comitato dei Comuni contro il terzo traforo, Wwf e Legambiente, era quella che «gli ampi poteri concessi al commissario, tra cui la possibilità di derogare alle norme del codice di procedura penale in materia di sequestri, possano accelerare la costruzione del tunnel».
«Il commissario», sottolineavano gli ambientalisti, «si trova ormai a gestire non solo amplissimi poteri ma anche enormi risorse finanziarie pari a circa 60 milioni di euro. Finora l'operato
del Commissario è stato caratterizzato da una completa assenza di trasparenza nei confronti della società civile che pure è stata parte fondamentale prima e durante l'emergenza nell'individuare responsabilità, problemi e possibili soluzioni. Il Commissario si è finora sottratto a
qualsiasi tipo di confronto pubblico e non ha dato la necessaria pubblicità a tutti gli atti e le opere finora approvati. Le opere di messa in sicurezza interessano aree estremamente delicate da un punto di vista idrogeologico che assicurano l'acqua potabile a centinaia di migliaia di persone e che determinano la ricchezza naturalistica del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga».
Insomma uno strapotere che poi è diventato normale nella ricostruzione post terremoto che forse doveva mobilitare di più e meglio amministratori, giornalisti e opinione pubblica.

03/03/2010 7.28