Cassazione: rimproveri continui dal capo, è mobbing

Alessandro Biancardi

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ROMA. Continui richiami e rimproveri nei confronti di un dipendente, anche davanti ai colleghi, sono episodi di mobbing.


E' quanto emerge da una sentenza con cui la Cassazione ha confermato la nullita' del licenziamento e di diverse sanzioni disciplinari adottati nei confronti di un'impiegata di un'azienda: la donna aveva lamentato l'illegittimita' dei provvedimenti del datore di lavoro e le sue ragioni sono state condivise dai giudici, dal primo grado fino in Cassazione.
La societa', dove la donna prestava servizio alla reception e al centralino, aveva impugnato a 'Palazzaccio' la decisione della Corte d'appello di Milano, che aveva disposto anche un risarcimento danni di 9.500 euro per la dipendente mobbizzata. I giudici di secondo grado, in particolare, avevano rilevato che «effettivamente il clima aziendale nei confronti dell'impiegata fosse pesante, dato che i rimproveri orali da parte dei superiori venivano effettuati adottando toni pesanti ed in modo tale che potessero essere uditi dagli altri colleghi di lavoro», nonche' che «sussistesse una sproporzione evidente tra il provvedimento di licenziamento e i tre lievi addebiti riportati nella contestazione».
L'azienda, pero', nel suo ricorso, aveva continuato a sostenere che la dipendente non aveva eseguito con diligenza le prestazioni che le erano state affidate, negando che la donna fosse oberata da una mole eccessiva di lavoro, che sussistessero le vessazioni e le aggressioni verbali lamentate dalla lavoratrice e che quest'ultima fosse stata sottoposta a controlli esasperati.
La Suprema Corte (sezione lavoro, sentenza n.6907) ha rigettato il ricorso dichiarandolo inammissibile:«e' inevitabilmente diverso il livello della diligenza ritenuta necessaria da un datore di lavoro (creditore della prestazione), e percio' delle mancanze che possono giustificare dei provvedimenti punitivi ed il livello invece ritenuto necessario dal prestatore (debitore della prestazione) - osservano gli alti giudici - e una valutazione oggettiva non puo' che essere lasciata necessariamente ad un terzo, in concreto il giudice del merito» e «la maggior parte degli addebiti contestati concerneva ipotesi di svolgimento delle proprie mansioni con insufficiente diligenza, che investono, piuttosto che fatti disciplinari in senso proprio, che presuppongono un comportamento in qualche misura volontario, semplici difficolta' operative».
Le sanzioni alla dipendente, conclude la Cassazione, «erano state irrogate all'interno di un comportamento complessivo di mobbing, anche quando altrimenti non lo sarebbero state se non fosse sussistita una specifica volonta' di colpire la donna, per indurla alle dimissioni, e/o per precostituire una base per disporre il suo licenziamento».

24/03/2009 15.44