L’Abruzzo che frana: il rapporto di Legambiente

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Sono 178 i comuni dell’Abruzzo a rischio idrogeologico individuati dal Ministero dell’Ambiente e dall’Unione delle Province Italiane nel 2003, il 58% del totale (di cui 103 a rischio frana, 19 a rischio alluvione e 56 a rischio sia di frane che di alluvioni).
Tale dato mette in luce chiaramente la fragilità di un territorio dove bastano ormai semplici temporali, per quanto intensi, per provocare, nel migliore dei casi, allagamenti e disagi per la popolazione.
Il territorio risulta anno dopo anno sempre più vulnerabile rispetto al passato, anche in presenza di piogge non eccezionali.
E' quanto emerge dal monitoraggio di Legambiente Ecosistema Rischio 2008, dossier presentato oggi.
Secondo l'associazione questa maggior fragilità è attribuibile ad un uso del territorio e delle acque che troppo spesso non considera le limitazioni imposte da un rigoroso assetto idrogeologico.
«Se osserviamo le aree vicino ai fiumi», si legge nel rapporto, «salta agli occhi l'occupazione crescente delle zone di espansione naturale con abitazioni ed insediamenti industriali e zootecnici. Gli interventi di messa in sicurezza continuano spesso a seguire filosofie tanto vecchie quanto evidentemente inefficaci. Ancora si vedono sorgere argini senza un serio studio sull'impatto che possono portare a valle, cementificazione degli alvei e alterazione delle dinamiche naturali dei fiumi».
I primati negativi del rischio idrogeologico nel territorio abruzzese sono detenuti dalla provincia di Chieti (66% dei comuni a rischio). Oltre a tanti piccoli comuni, anche tre dei quattro capoluoghi di provincia abruzzesi sono considerati a rischio idrogeologico dalla classificazione del Ministero dell'Ambiente e dell'UPI. Non è infatti classificato a rischio idrogeologico il comune di Teramo.

Tra le amministrazioni comunali abruzzesi intervistate, sono 32 quelle che hanno risposto in maniera completa al questionario di Ecosistema rischio (circa il 18% dei comuni a rischio della Regione).
Di queste, i dati relativi ad undici amministrazioni sono stati trattati separatamente, poiché i competenti uffici comunali hanno dichiarato di non avere strutture in aree a rischio, il che giustifica parzialmente il non essersi attivati in azioni di prevenzione e pianificazione.
Sono state invece mantenute quelle amministrazioni che, a seguito di interventi di consolidamento e delocalizzazione, pur non avendo fabbricati in zone a rischio, svolgono comunque un buon lavoro di mitigazione del rischio idrogeologico.

Il 64% dei comuni intervistati ha nel proprio territorio abitazioni e insediamenti industriali in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana.
La presenza così pesante di fabbricati industriali in aree a rischio costituisce un elemento di «forte preoccupazione» poiché in caso di calamità possono esservi pericoli non solo per le vite dei dipendenti, ma anche il forte rischio di sversamento di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni». Nel 32% dei casi sono presenti in zone soggette a rischio idrogeologico addirittura interi quartieri.
«Questi dati», scrive Legambiente, «dimostrano come lo sviluppo urbanistico non abbia tenuto conto del rischio e come debba rimanere alto il livello di attenzione per frane e alluvioni. Inoltre, nessuno tra i comuni parte del campione ha avviato recentemente interventi di delocalizzazione delle strutture dalle aree esposte a pericolo. E in più, nel 68% dei comuni non viene realizzata regolarmente un'ordinaria opera di manutenzione dei corsi d'acqua e delle opere di difesa idraulica. Nel 73% dei comuni sono stati realizzati interventi di messa in sicurezza dei corsi d'acqua e interventi di consolidamento dei versanti franosi».
Il 55% dei comuni, infatti, si è dotato di un piano da mettere in atto in caso di frana o alluvione. Ma solo nel 36% dei casi i piani d'emergenza risultano essere stati aggiornati negli ultimi due anni, fatto estremamente importante giacché disporre di piani vecchi può costituire un grave limite in caso di necessità.
«Complessivamente», si legge nel rapporto Ecosistema Rischio 2008, «sono ancora troppe le Amministrazioni comunali abruzzesi che tardano a svolgere un'efficace ed adeguata politica di prevenzione, informazione e pianificazione d'emergenza. Soltanto l'14% dei comuni risulta infatti svolgere un'opera positivo di mitigazione del rischio idrogeologico. Oltre il 50% dei comuni addirittura non fa praticamente nulla per prevenire alluvioni e frane. Dati che confermano come tanta strada sia ancora necessaria percorrere per ottenere una reale sicurezza dei cittadini di fronte al rischio idrogeologico. Nessun comune svolge in Abruzzo un ottimo lavoro di mitigazione del rischio».


27/10/2008 14.53