Cartesio e D'Annunzio? Operazioni viziate, debiti per 30 anni... parliamone(?)

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Se è vero che la responsabilità penale è personale, è anche vero che nel caso dello scandalo della sanità vi siano dei risvolti di interesse pubblico assolutamente da non trascurare. Risvolti che aggrediscono fin nel profondo la valutazione della azione politica di un gruppo di persone (il gip la chiama «associazione a delinquere») che hanno guidato la regione e preso scelte cruciali... con i nostri soldi.
Quelle scelte -scopriamo oggi- sono state viziate da pesantissimi interessi personali (i pm li chiamano «reati»).
Il risultato è però che a pagare rimaniamo noi.
Scontiamo il peso di una politica devastante e per niente trasparente.
Scontiamo materialmente: paghiamo il costo di una azione amministrativa che ha azzoppato i nostri enti pubblici.
Se il processo penale stabilirà probabilmente le responsabilità personali e le eventuali punizioni per i presunti reati contestati, sta di fatto che la responsabilità politica rimane di proporzioni gigantesche.
E, inutile dirlo, a farne le spese è stato proprio quell'interesse pubblico che gli amministratori indagati erano chiamati ad amministrare e preservare.
Se allora probabilmente tra 10 anni potremo parlare di decisioni definitive (sentenze) in un senso o nell'altro, quello che rimane sul groppone dell'intera regione è una montagna di debiti accumulati tra una tangente e l'altra, tra un interesse particolare e l'altro, tra mille ombre, aspetti non chiari o chiariti, tra amicizie inopportune, scelte scellerate, conflitti di interessi molteplici, affidamenti diretti proibiti dalla legge che di sicuro hanno avvantaggiato i privati (pochissimi) e affossato ancor di più il pubblico (tantissimi).
Tutti fatti pubblici ed incontrovertibili.
Sarà il caso magari di parlarne?
Non sembra.
Non avremo nuove tasse, forse, ma è solo un piccolissimo pericolo scampato a confronto con le pene inflitteci da una classe dirigente corsara.

CARTOLARIZZAZIONI: OPERAZIONI VIZIATE

La pesante eredità che ci rimane sul groppone è il debito accumulato della sanità.
Purtroppo oggi possiamo dire con certezza che il totale della lunga addizione dei costi è frutto di una serie di distrazioni, di scelte sbagliate, di operazioni contabili non trasparenti e viziate.
Come fare, allora, a non pensare alle operazioni finanziarie denominate "cartolarizzazione dei debiti della sanità" immaginate dalla giunta di centrodestra (meglio Giancarlo Masciarelli) che ha debuttato nel campo, seguita a ruota da quella di centrosinistra?
In entrambe le operazioni sono stati calcolati nel monte debiti numeri gonfiati (i soldi che dovevano finire nelle tasche degli imprenditori privati), frutto del mancato controllo obbligatorio, mettendo tutto sul conto pubblico della Regione.
Si è fatto un bel mucchio di debiti che la Regione non riusciva a pagare (e non doveva pagare in buona parte) ed è partita così la prima cartolarizzazione, una operazione finanziaria complessa ma che si può riassumere semplicemente.
Pago "un pò" a scadenza regolare ma per moltissimo tempo (proprio come un mutuo), alla fine, però, invece di pagare 100, dovrò sborsare 120.
Per "100", ovviamente, intendiamo l'ammontare complessivo dei debiti della sanità e per "20" il costo dell'operazione finanziaria, dunque, gli interessi da pagare.
Ora è chiaro che in quel totale complessivo da pagare vi sono cifre non dovute, non esigibili, gonfiate, solo per favorire i privati che in cambio, si ipotizza, pagassero tangenti.
Dunque, in realtà anche la somma totale dei debiti è risultata gonfiata e viziata ed è andata ad influire direttamente anche sull'importo degli interessi da pagare e sul debito totale della Regione.
Basti pensare che per ogni singola operazione di cartolarizzazione gli interessi che la Regione dovrà pagare in circa trent'anni ammontano a circa 120 milioni di euro.
Una montagna di interessi che oscilla dal 30% al 40% perchè quegli amministratori (Pace e Del Turco) reputarono conveniente un "mutuo" ad un tasso di interesse di tale portata.
Un impegno che è già stato preso per noi, firmato e sottoscritto e che ora rimane in eredità agli abruzzesi di questa e della prossima generazione.
Altra questione è il prezzo dell'operazione finanziaria che, per ipotesi, potrebbe essere stato più elevato per mancanza di una gara pubblica (che avrebbe potuto favorire migliori condizioni).

CHE FARE?

Istintivamente si sarebbe portati a pensare che le intere operazioni di cartolarizzazioni siano viziate.
Su questo punto non sembra voler intervenire nessuno.
Un problema che pure esiste, delicato, e che, codice alla mano, potrebbe non essere così semplice da risolvere.
Infatti, i titoli emessi in conseguenza della cartolarizzazione circolano nel mercato e le norme non ne consentirebbero il sequestro poichè simili ad una cambiale che potrebbero essere finiti nelle tasche di terzi in buona fede ai quali la legge assegna la tutela della buona fede.
Chi possiede i titoli venduti in teoria può rimanere tranquillo: le cartolarizzazione saranno onorate così come le rate semestrali continueranno ad essere pagate dalla Regione per gli importi stabiliti.
Non c'è allora proprio scampo?
In teoria una soluzione ci sarebbe.
La soluzione potrebbe essere quella che la Regione si costituisca parte civile nel futuro processo e richieda indietro in solido a tutti gli indagati quelle cifre pagate in più per mancati controlli e regali fatti ai privati.
In questo caso, sempre tra 10 anni, la Regione a livello ipotetico potrebbe avere un piccolo risarcimento, sempre che si possano aggredire patrimoni consistenti (certo aiuterebbe trovare i conti bancari dove sono andati a finire milioni e milioni di presunte tangenti).
Nel frattempo, però, gli abruzzesi dovranno vedersela, comunque, con questo debito e con queste cifre.
E non c'è da sperare nemmeno che i nostri amministratori (quali che saranno allora) si ricordino di costituirsi parte civile.
Sulla materia c'è un precedente storico piuttosto imbarazzante per diversi aspetti.
Sulla sanità, i ricoveri gonfiati e le tangenti, c'era già stato un processo le cui contestazioni erano incredibilmente simili a quelli di oggi (protagonista sempre Angelini).
Certo, il tutto è finito -grazie a prescrizioni- quasi in una totale bolla di sapone ma lo scandalo forse più grande è che la Regione ha dimenticato di costituirsi parte civile e, dunque, di richiedere indietro quelle somme che sono state regalate all'imprenditore, sempre lui, che non dovevano uscire dalle casse pubbliche.
C'è qualcuno che ha pagato per questa enorme svista che ha influito ancora una volta sulla voragine della sanità?
E com'è stato possibile che nonostante quelle inchiesta e quel processo, a distanza di meno di 10 anni, la storia si potesse ripetere in maniera così platealmente simile?
Il vero dramma di questa regione tanto distratta e assonnata è che pure gli scandali sono tutti uguali.
In compenso, di nuovo, questa volta, avremo un debito che ci ricorderà quanto è successo.
Per i prossimi 30 anni.

a.b. 15/09/2008 8.07