«Se la mafia è m. in Abruzzo iniziamo a sentire un certo odore…»

Alessandro Biancardi

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SAN GIOVANNI TEATINO. Il 9 maggio 1978, con un delitto di stampo mafioso, viene ucciso Peppino Impastato a Cinisi (Provincia di Palermo). Quello che era appena un trentenne venne ucciso perché urlava che la mafia esiste, perché faceva i nomi degli “innominabili”, perché per combattere un sistema subdolo e impietoso lo irrideva e lo scherniva con la gioia e il coraggio di un ragazzo.
Oggi a 30 anni di distanza si cerca di proteggere quel nome ed il suo valore dall'indifferenza mediatica e sociale attraverso assemblee, tributi, commemorazioni in tutta Italia che ricordino che la lotta di un uomo contro la mafia è stata ed è la lotta di tutti.
Per Peppino Impastato si è svolta venerdì sera un'assemblea pubblica organizzata dalla sezione di Rifondazione Comunista Circolo “Peppino Impastato” di San Giovanni Teatino ed ha visto la presenza di Giuseppe La Pietra, Presidente Regionale dell'Associazione Libera fondata da Don Luigi Ciotti.
«Questa assemblea è organizzata da Rifondazione Comunista ma non è un'iniziativa di partito, è un'iniziativa per ricordare, informare e raccontare» precisa Renato Di Nicola, tenace attivista e precursore di tante battaglie sociali, ecologiche e politiche.
L'Abruzzo inizia a guardarsi attorno, a stare attento a chi può minare la tranquillità tra i mari e i monti, senza allarmi ma restando svegli.
Ma, quando qualcuno come Giuseppe La Pietra si pone la domanda «scusate, la mafia qui c'è o non c'è?» arriva quella che si può considerare una risposta: Novembre 2007, Giuseppe la Pietra trova la sua casa a Tagliacozzo devastata, senza che sia rubato nulla, messa a soqquadro senza un'apparente ragione.
«La mafia – come diceva Peppino- è una montagna di merda. Qui in Abruzzo possiamo dire che un certo cattivo odore iniziamo a sentirlo» afferma Alessandro Feragalli, segretario del Circolo.
Anche se l'Abruzzo non è una regione considerata sotto il controllo mafioso non è nemmeno un'isola felice immune e salva dalle organizzazioni criminali.

I BENI CONFISCATI

«In Abruzzo sono stati confiscati 24 beni tra immobili e terreni sparsi in tutto il territorio della regione» racconta Giuseppe La Pietra.
«Nella Marsica ce ne sono 12 che risalgono agli anni 80 appartenenti alla Banda della Magliana che come è noto aveva legami con Ndrangheta e Camorra», una Legge, quella sulla confisca dei beni alla mafia, iniziativa proprio di Libera.
«Uno dei reati più difficili da individuare è quello del riciclaggio del denaro, oggi in Italia sono aperti solo 6 processi per questo tipo di reato», continua La Pietra, «il mafioso non è più l'icona dell'immaginario collettivo: coppola, baffetti e ignoranza. La mafia oggi si serve di attrezzature moderne, di professionisti, corrompe maggioranza e opposizione. Un bocconcino appetitoso per la mafia milanese è l'Expò 2015, noi in Abruzzo dovremmo tenere gli occhi aperti sui Giochi del Mediterraneo 2009».
L'idea che non esiste più un'isola felice è iniziata a balenare nella testa degli abruzzesi già da tempo: dall'operazione “Baci e Abbracci” di Avezzano che vide tra gli arrestati un componente del clan dei Casalesi al “Ciclone” di Montesilvano.
«Bisogna prendere coscienza che la questione esiste. Nella Marsica oggi ci sono società con nomi ricollegabili a Cosanostra, Provenzano nei suoi pizzini fece il nome della Gas Spa a Tagliacozzo. Informarsi è fondamentale» afferma La Pietra.
Le infiltrazioni possono avvenire attraverso alcune sfere della politica e tramite l'aiuto delle banche.
L'attenzione sull'argomento deve dunque restare alta.

a.g. 12/05/2008 9.39

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