Nube giapponese sui cieli italiani, «nessun pericolo». Anche l'Arta Abruzzo monitora situazione

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. L'Italia è sorvolata oggi da alcune masse d'aria debolmente contaminate da materiale radioattivo rilasciato dalla centrale nucleare giapponese di Fukushima. «Nessuna nube tossica, solo correnti d'aria non pericolose»

ABRUZZO. L'Italia è sorvolata oggi da alcune masse d'aria debolmente contaminate da materiale radioattivo rilasciato dalla centrale nucleare giapponese di Fukushima. «Nessuna nube tossica, solo correnti d'aria non pericolose»

L’Arta Abruzzo, insieme all’Arpa Valle d’Aosta e all’Arpa Veneto, è tra le Agenzie nazionali di tutela ambientale alle quali l’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha richiesto assistenza per il supporto nelle operazioni di monitoraggio ambientale e radioprotezione che sta svolgendo in Giappone durante l’emergenza causata dal terremoto e dallo tsunami.
Il nuovo direttore generale Mario Amicone ha immediatamente avviato la consultazione con i tecnici dell’Agenzia per verificare la disponibilità a fornire il contributo di fisici e attrezzature.
Ha inoltre allertato tutti i Dipartimenti provinciali per richiedere tecnici esperti nel monitoraggio ambientale.
E proprio in queste ore la nube contente particelle radioattive scaturita dall’esplosione della centrale di Fukushima è sui cieli italiani.

Ieri il ministro Ferruccio Fazio al question time alla Camera ha garantito che «non esistono problemi di sicurezza, escludo qualsiasi rischio. Si tratta di normali masse d'aria che si spostano e che se raggiungessero l'Italia avrebbero un contenuto radioattivo insignificante». L'ordine di misura è «centomila volte inferiore a quelle presenti in natura». Il viaggio attraverso gli oceani ha fatto perdere a questa massa d'aria la concentrazione di pericolosa». 

E anche l’Associazione Medici Endocrinologi, l’Associazione Italiana Medicina Nucleare e l’Associazione Italiana Tiroide vogliamo rassicurare la popolazione sul fatto che, ad oggi, «non esiste alcun rischio di contaminazione».

Non è, quindi, raccomandata alcuna misura terapeutica o preventiva, avvertono, «poiché il livello di radioattività è, infatti, estremamente basso e non eccede in maniera significativa la normale esposizione ambientale».

Eppure in questi giorni nelle farmacie vanno a ruba le pillole a base di ioduro di potassio, la sostanza che, in caso di incidente nucleare, viene somministrata per saturare la ghiandola tiroide (la più esposta agli effetti delle radiazioni) e prevenire l'assorbimento di iodio radioattivo.

I RISCHI IN GIAPPONE

Tuttavia, alla luce delle continue notizie riguardanti l’esplosione della centrale nucleare giapponese a Fukushima, le 3 Società Scientifiche ritengono opportuno fare alcune precisazioni.

Le categorie maggiormente a rischio, non in Italia, sono le donne in gravidanza e i bambini di età inferiore ai 10 anni. Per quanto riguarda le donne in stato di gravidanza, il vero rischio è a carico del feto, particolarmente sensibile agli effetti nocivi delle radiazioni. Nel primo trimestre di gravidanza, durante la formazione degli organi nel prodotto del concepimento, possono verificarsi malformazioni a vari organi e apparati. A partire dal secondo trimestre, quando la tiroide è già formata e funzionante, lo iodio radioattivo eventualmente assorbito dalla madre si accumula anche nella tiroide del feto.

Nelle persone che si trovano nelle immediate vicinanze di materiale radioattivo che emette radiazioni con elevata intensità, i danni maggiori e più precoci sono al midollo osseo e all’intestino con conseguente suscettibilità alle infezioni, possibili emorragie e malassorbimento del cibo. Questa condizione si chiama sindrome acuta da radiazioni e si verifica solo per livelli di radioattività molto elevati, non raggiunti nel corso dell’incidente a Fukushima. Questa minaccia non riguarda, infatti, la popolazione generale ma solo il personale che si trova all’interno o nelle immediate vicinanze del reattore al momento dell’incidente.

Per la popolazione che vive nelle zone limitrofe, o che mangia alimenti contaminati provenienti dalle zone a rischio, spiegano ancora le tre associazioni, il pericolo deriva dalla possibile ingestione con il cibo o inalazione dall’aria di sostanze disperse in seguito all’incidente. Caratteristico è stato il riscontro di latte radioattivo in seguito all’incidente di Chernobyl come conseguenza dell’erba contaminata mangiata dalle mucche.

Le sostanze rilasciate in seguito all’incidente sono, oltre allo iodio 131I: lo Stronzio-90, assorbito dall’osso, che può causare tumori ossei e leucemia; il Cesio-137 che si accumula con preferenza nei muscoli; il Plutonio che è tossico soprattutto se viene inalato e può causare tumori del polmone.

Per arginare un’eventuale esposizione a sostanze radioattive, la somministrazione di un eccesso di iodio non radioattivo, sotto forma di ioduro di potassio (KI) può ridurre, fino a bloccare, l’accumulo dello iodio radioattivo all’interno della tiroide.

LE MALATTIE PER IL POPOLO GIAPPONESE

Sulle possibili malattie che la popolazione giapponese rischia di contrarre a livello delle ghiandole endocrine, l’unica ghiandola endocrina che corre il rischio di ammalarsi in seguito alla contaminazione da sostanze radioattive è la tiroide. Tra le sostanze radioattive disperse nell’ambiente in seguito al danno del reattore di Fukushima, c’è lo iodio-131. Lo iodio si accumula nella tiroide e vi rimane per alcuni giorni. La tiroide, però, non è in grado di distinguere lo iodio radioattivo (131I) dallo iodio normale, non radioattivo. In presenza di elevate concentrazioni di 131I nei liquidi o nei cibi, questo si accumula nella tiroide e irradia le cellule di questa ghiandola. L’irraggiamento della tiroide da parte del 131I, non necessariamente esita in un danno clinicamente rilevante. Lo iodio 131I viene impiegato normalmente in diagnostica per lo studio della funzione tiroidea e non provoca alcun danno alle bassi dosi somministrate. Il nostro organismo, infatti, è dotato da sempre di sistemi per la riparazione dei danni indotti da basse dosi di radiazioni, a cui siamo costantemente esposti per la presenza di elementi radioattivi nel terreno e attraverso l’atmosfera con le radiazioni cosmiche.

Quando i danni prodotti dalle radiazioni eccedono la capacità riparatrice dell’organismo, possono tradursi in un danno clinicamente rilevante. La possibilità che questo avvenga aumenta con l’aumentare della dose di radiazioni a cui è esposta la tiroide. Per livelli di radiazioni elevati (superiori a 100 mSv nell’adulto) la probabilità di ammalarsi di tumore della tiroide aumenta in modo significativo. «L’esperienza di Chernobyl ci ha insegnato che i tumori della tiroide indotti dalle radiazioni compaiono dopo circa 10-20 anni. E’ necessaria, pertanto, anche se limitata alle sole zone esposte alla sorgente radioattiva, la sorveglianza medica per tutta la vita dei soggetti eventualmente contaminati».

24/03/2011 9.43