Ex Delverde: al ralenty quello strano fallimento lampo

Alessandro Biancardi

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Ex Delverde: al ralenty quello strano fallimento lampo
APPROFONDIMENTO. FARA SAN MARTINO. Lo scandalo più grosso degli ultimi anni –l’inchiesta Bomba sulla Fira- ruota ed ha inizio dallo strano fallimento del pastificio Delverde. E’ all’interno del prestigioso stabilimento ai piedi della Maiella che maturarono scelte ed atti che portarono alla vendita all’asta nel 2005. Aspettando l’interrogatorio davanti al giudice di Marco Picciotti ed il suo confronto con Giancarlo Masciarelli (entrambi ebbero un ruolo rilevante nel fallimento) ricostruiamo in maniera meticolosa e documentata i fatti accaduti all’interno della Delverde. «IO, MASCIARELLI E I MANDANTI OCCULTI PER DISTRUGGERE LA DELVERDE»
di Alessandro Biancardi

Un'industria fiorente, orgoglio per la nostra regione svuotata tra invidie, presunte truffe e presunti raggiri. Il fulcro dell'inchiesta “Bomba” sulla finanziaria della Regione è sicuramente il pastificio Delverde: nella storia del suo fallimento sono racchiusi i segreti che gli inquirenti di Vasto e Pescara stanno ancora cercando di scoprire.
Dalla bravura degli investigatori dipenderà dunque la scoperta di “ulteriori livelli” che potranno portare a verità anche difficili da digerire.
E' forse solo un gioco del destino se tutto il terremoto che ha sconquassato la nostra regione ha avuto inizio proprio con una denuncia di uno dei protagonisti, poco più di un anno fa, che parlava di presunte illegalità in qualche modo connesse al fallimento del pastificio di Fara San Martino.
Oggi, dopo aver scoperto il malaffare che albergava nella finanziaria regionale con gli arresti della banda di Giancarlo Masciarelli, si ritorna proprio alla Delverde per capire chi ha mosso i fili dietro le quinte.
E se l'ipotesi della procura di Vasto è quella di un fallimento pilotato per il pastificio, ipotesi ancora non confermata in un processo, di sicuro la fine della seconda industria alimentare della regione nasconde molti dubbi, incertezze, particolarità che fanno riflettere.

Proviamo di seguito a ripercorrere faticosamente le tappe del suo declino in una sorta di ralenty che prova ad evidenziarne i momenti fondamentali. Al momento quella che segue è la ricostruzione più dettagliata e documentata che si conosca. Per questo, essendo la storia tra le più oscure e complicate di per sé, non sarà una lettura facile.


2002 L'ANNO DELL'EURO E DELLA SVALUTAZIONE DEL DOLLARO

Intorno al 2000 l'azienda decide di investire in tecnologie ed ammodernamento degli impianti produttivi e si produce in uno sforzo notevole in termini di risorse economiche. Investimenti indispensabili per assicurare la continuità aziendale che avrebbero fruttato nel lungo periodo. A fine 2002, dunque, c'è una certa esposizione finanziaria appesantita dall'arrivo dell'euro e conseguente svalutazione del dollaro che inizia a pesare sui bilanci dell'azienda. A quel tempo aveva negli Stati Uniti e Canada una fetta importante di fatturato.
Ma sono perdite sostenibili ed ampiamente calcolate.
Fino a questo momento il consiglio di amministrazione dell'allora Delverde S.p.A. era composto da
- Francesco Tamma, presidente, che faceva capo al gruppo omonimo di Foggia con il 37,5% delle azioni,
- l'amministratore delegato Pietro Falco Rotunno, proprietario del 22,5%,
- il consigliere delegato Ernesto Talone che però non aveva nulla a che fare con la proprietà (non possedeva azioni).
La storia inizia a complicarsi quando il consiglio di amministrazione viene aperto ad altre persone. Se prima l'organo direttivo aziendale a tre poteva garantire di per sé una certa trasparenza, difficile da manipolare se non esponendosi in prima persona, con il crescere dei suoi componenti –è un dato di fatto- iniziano i problemi.

A dicembre 2002 il valore nominale di un'azione fu stabilito a 5,16 euro per un ammontare complessivo di 1.812.422 azioni per 25.800.000 di capitale sociale deliberato e in 9.352.097 euro l'ammontare del capitale sociale sottoscritto.
Nell'Assemblea del 7 dicembre 2002 l'imprenditore Leonardo Alimonti, titolare dell'omonimo molino, socio per una quota del 12,613% fa presente che il suo gruppo imprenditoriale ritiene di dover avere una rappresentanza nel Consiglio di Amministrazione (CdA).
La proposta viene approvata all'unanimità portando il numero dei membri da 3 a 5.
Dovendo procedere alla nomina di due nuovi consiglieri, l'amministratore delegato Rotunno propone la persona dello stesso Leonardo Alimonti, mentre quest'ultimo propone Raffaele Tamma, figlio di Francesco Tamma, presidente del consiglio di amministrazione.
Tuttavia, in contrasto con la richiesta di avere una propria rappresentanza nel Cda, Leonardo Alimonti dal momento della sua nomina fino al luglio 2003, quando rassegnò le dimissioni, presenziò un solo CdA.


2003 SEMPRE DI PIU' LE MANI SULLA PASTA

Nei primi quattro mesi del 2003 si registrano mancate vendite sui mercati esteri e sono maggiormente dovute alla situazione economica negativa dei paesi interessati.
«Siamo in presenza di un mercato in forte turbolenza con una contrazione generale nei consumi dove i produttori e la distribuzione, pur di non perdere quote di vendita, abbassano i prezzi», sentenzia il direttore commerciale della società Mario Bruzzone nel Cda del 9 maggio 2003.
«Tale contesto generale, che certamente non ci ha favorito, non ha interessato in modo essenziale la nostra Società che, invece, ha registrato volumi di vendite inferiori alle attese principalmente per il ritardo di alcuni importanti clienti nell'attivare gli accordi raggiunti (…) Il periodo negativo non desta particolare preoccupazione e si ha la certezza al 90-95% che gli obiettivi previsti nel budget del 2003 saranno raggiunti. Tale convincimento è confortato dal fatto che lo stesso budget è stato concordato con i singoli distributori, e sul mercato italiano si prevede una quota maggiore dei 105.000 quintali previsti (…)».
In sostanza, a questa data il direttore commerciale, che mostra al consiglio anche i dati Nielsen del mercato Italia dell'epoca, fa rilevare il buono stato dell'andamento commerciale e non manca di evidenziare come si sia accresciuto il valore della marca e la considerazione del trade che riconosce alla Delverde serietà nei rapporti commerciali seppur in presenza di un business, quello della pasta, di indubbia sofferenza.
Il budget 2003 al quale fa riferimento il direttore commerciale, come risulta dagli atti aziendali, prevedeva un fatturato 2003 di € 53.306.979.


MAGGIO 2003: L'ATTENZIONE SI FOCALIZZA SUI CONTI


Il consigliere di amministrazione Ernesto Talone, scomparso qualche anno fa, nel CdA del 30 maggio, che avrebbe dovuto approvare il bilancio 2002, redatto sotto la sua supervisione con un utile di € 180.127,00, da sottoporre all'Assemblea, inizia a porre l'attenzione sulle cifre e su alcuni criteri di contabilizzazione che «dovrebbero essere rivisti con un risultato d'esercizio con perdita di maggiore rilevanza».
Inizia ad evidenziare una situazione di “pesantezza dei conti” che è solo l'anticamera per poter chiedere, come di fatto avviene, le dimissioni dell'amministratore delegato Rotunno il quale, nel successivo consiglio di amministrazione del 3 giugno, in presenza di una maggioranza creata da Francesco e Raffaele Tamma e lo stesso Talone, lascia la carica.


LE DIMISSIONI DELL'AMMINISTRATORE DELEGATO


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Il consiglio preso atto delle dimissioni, all'unanimità delibera di accoglierle e di azzerare tutte le deleghe concesse ai vari consiglieri e di nominare amministratore delegato, con i poteri già conferiti a Rotunno, lo stesso presidente Francesco Tamma.
Dai verbali si evince che l'imprenditore Leonardo Alimonti, che pure aveva richiesto di poter entrare nel Cda, non partecipò neanche a questi due consigli; al suo posto –senza che il presidente indicasse quale norma lo permetteva- assistettero due dirigenti e fiduciari della Alimonti: Rocco Iezzi e Michele Fabrizio.
Nel luglio 2003 c'è un altro cambiamento all'interno del Cda che ratifica le dimissioni del consigliere Leonardo Alimonti: al suo posto all'unanimità sarà cooptato Rocco Iezzi.


IL PROGRAMMA DEL DIRETTORE GENERALE

A questo consiglio assiste anche il nuovo direttore generale del pastificio Enrico Mattiaccio.
Dopo un'attenta riflessione sull'andamento finanziario, l'amministratore delegato Tamma predispone un programma che porti ad evitare ulteriori cumuli di debiti non pagati e che in tempi ragionevoli porti ad azzerare quelli già scaduti e non pagati.
Nonostante il mandato ufficiale a muoversi in questo senso dagli atti è difficile capire quali siano state concretamente le azioni poste in essere.
Ma dagli atti aziendali dell'epoca, si evince che:
- nel giugno '03, quella maggioranza del consiglio, approva un bilancio 2002 con una perdita di € 1.954.286,00;
- il 13 agosto '03 promuove un ricorso Ex700 (sequestro cautelativo) per evitare che la Delverde Holding -possessore di una quota del 20,165% di azioni della Delverde- potesse essere venduta. Il provvedimento venne concesso “inaudita altera parte”.
Ci fu poi l'ingresso di un legale fino ad allora sconosciuto alla Delverde, Giancarlo Tittaferrante, che insieme ai due dirigenti, Mattiaccio e Iuliani, misero in disparte il management ed i legali storici dell'Azienda, gli avvocati Lucio Moscarini e Antonino Minutolo.


SETTEMBRE 2003 AUMENTO DI CAPITALE


Il 15 settembre 2003 davanti al notaio Maria Bernadette Cavallo Marincola si stabilisce l'aumento del capitale sociale riservato agli azionisti di € 8.602.177.
Di questi, 1.954.286 da destinare a copertura delle perdite di esercizio del 2002.
I rimanenti 6.647.891 euro saranno il frutto dell'emissione di 1.288.351 nuove azioni del valore nominale di € 5,16.
In quell'occasione fu presente il 99,42% dell'intero capitale sociale della Delverde composto da:
- Delverde holding sa,
- Pietro Rotunno,
- Maria Rosaria Grossi,
- Carlo Moccia,
- la famiglia Tamma,
- l'avvocato Giancarlo Tittaferrante in rappresentanza di parte dei Tamma e degli Alimonti,
- Maurizio Carrano per la Happy Advertising.

Tamma propone di rinviare all'esercizio 2003 tali perdite.
Inoltre, contrariamente a quanto previsto all'ordine del giorno, propone di aumentare il capitale sociale di circa € 150.000 in più rispetto a quanto stabilito.
Alla fine di quella riunione il capitale sociale della Delverde passerà da 9.352.097 a 16.150.624


28 FEBBRAIO 2004: LE DIMISSIONI DI ERNESTO TALONE


Nel consiglio di amministrazione il presidente Francesco Tamma dà comunicazione delle dimissioni del consigliere Ernesto Talone.
Già alcuni mesi prima c'erano stati abboccamenti con la società finanziaria della Regione, la Fira che avrebbe dovuto concedere un mutuo alla Delverde. In virtù della concessione di questo mutuo, Masciarelli aveva chiesto l'inserimento di un rappresentante nel CdA Delverde ed in questa occasione riesce ad inserirvi un consigliere «di suo gradimento».
«Tenuto conto del pianificato intervento della finanziaria regionale abruzzese e che la stessa formalizza il proprio gradimento, il presente propone di accogliere tale indicazione con la nomina a consigliere del commercialista di Pescara Francesco Corazzini», si legge nel verbale redatto dallo stesso commercialista.


MARZO 2004 L'ERA CORAZZINI

Intanto si inizia a parlare sempre più insistentemente del famoso mutuo di oltre 52 milioni di euro che sarebbe dovuto arrivare dalla Fira.
«Solo dopo una verifica sufficientemente attendibile dei dati contabili, patrimoniali ed economici, sarà possibile per la Fira modulare il piano di risanamento finanziario e industriale in fase di affinamento», è quanto dichiarato durante il Cda del 3 marzo 2004 dal consigliere Corazzini.
Secondo questi, infatti, si sarebbe dovuto porre in essere un intervento idoneo a consentire nel più breve tempo possibile di disporre di una situazione patrimoniale che, seppure provvisoria, fosse stata sufficientemente attendibile da consentire di assumere decisioni in merito.
Viene per questo dato mandato al direttore generale Mattiaccio di predisporre il documento contabile «aggiornato al 30 novembre 2003».
Bisognava insomma fare in fretta per fornirla in tempo utile alla Fira che avrebbe dovuto concedere il mutuo.
Il presidente Tamma suggerisce di affidare allo stesso commercialista Corazzini «l'incarico di supervisionare e coordinare la redazione della struttura patrimoniale ed economica, ispirare i criteri di valutazione e supportare la struttura in ogni richiesta di supporto tecnico avesse bisogno…».
In questa circostanza, il consigliere Rotunno cerca tuttavia di avere maggiori informazioni circa il mutuo e l'intervento della Fira e su quanto lo stesso Masciarelli gli aveva detto personalmente e che continuava a rimanere lettera morta.
Il tutto ruotava sulla conoscenza da parte della Fira delle perdite della società che poteva conoscere bene in quanto avevano ricevuto già parte dei documenti contabili.
Questi erano: il conto economico riclassificato al margine di contribuzione al 31/12/'03 che prevedeva una perdita di € 6.021.089.
Corazzini, appena nominato si attiva, come detto, per redigere una situazione contabile al 30/11/03 e la presenta, appena qualche giorno dopo, con una perdita di € 16.017.711,00.
Il consigliere Rotunno, come si legge nei verbali dei CdA 27/03, 31/03 e 5/4/'04, riesce ad impedirne l'approvazione perché la perdita era stata ottenuta svalutando i maggiori crediti aziendali.


SPUNTA MARCO PICCIOTTI


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Il 27 marzo 2004 al primo punto all'ordine del giorno del Cda c'è la nomina del delegato alle assemblee della società Oliveti d'Italia, società partecipata della Delverde.
Il presidente Tamma propone allora di delegare l'imprenditore di Altino, Marco Picciotti, a rappresentare la Delverde ritenendo «rato e valido il suo operato».
Anche in questo caso Rotunno propone eccezioni e dichiara di non comprendere il significato di queste scelte aziendali.
Nello stesso consiglio si procede a nominare un assistente del direttore generale; infatti, secondo il presidente sono tante le cose cui badare da parte del direttore generale pare giusto dunque fornirgli «un ausilio principalmente in materia finanziaria anche per definire i piani di rientro con i fornitori» e propone di conferire questo incarico con termine fissato il 10 maggio 2004 allo stesso Marco Picciotti, per un corrispettivo di 500 euro.

Intanto la tensione sale sempre più proprio mentre la Fira ufficialmente inizia a defilarsi.
E' sempre e solo Pietro Falco Rotunno a parlare dell'argomento e di come, dopo oltre un mese, dagli accordi orali presi direttamente con il presidente della Fira Masciarelli, nulla sia successo.

Un appuntamento che non arrivò mai, infatti, doveva servire semplicemente per trasferire il progetto industriale sui modelli predisposti dal ministero dell'Industria per poter ricevere il famoso finanziamento a 15 anni per il risanamento economico definitivo della Delverde.

VERBALI TARDIVI

Ci sono poi problemi relativi alla verbalizzazione delle sedute.
Fu necessario, come si legge nel verbale del CdA del 27/03/'04, l'intervento del Sindaco Natale perché Corazzini si decidesse a dare lettura dei verbali arretrati in apposito consiglio tenutosi il 30/03/'04.
La seduta di questo Cda, infatti, ha un solo ordine del giorno: la lettura e l'approvazione dei verbali delle sedute precedenti. A questa stranezza (di solito i verbali devono essere approvati entro la successiva riunione) si aggiunge la mancata disponibilità delle copie dei documenti di bilancio che poi dovranno essere approvate il giorno seguente.
Questo vuol dire che per poter consultare tutte le cifre del bilancio 2003 i consiglieri di amministrazione hanno avuto meno di ventiquattr'ore.
Tuttavia a meno di ventiquattr'ore i documenti sono in corso di redazione così come la nota integrativa del bilancio 2003 e la relazione alla gestione del 2003


APPROVAZIONE DEL BILANCIO 2003 (31 MARZO 2004)


È il consigliere Iezzi a dare lettura dello stato patrimoniale del conto economico della nota integrativa.
Il presidente mette ai voti il progetto di bilancio consolidato 2003 e la relazione che sono approvate a maggioranza con l'unica astensione del solito Rotunno.
«Ricordo al presidente», dichiarò Rotunno, «che l'approvazione di un bilancio è un atto collegiale del consiglio conseguente ad approfondimenti e a riflessioni desunte da attenta disamina degli atti medesimi completi e dei dettagli componenti i dati riepilogativi di bilancio».
Dunque secondo quanto fatto mettere a verbale non vi sarebbe stata la piena disponibilità di tutti i documenti per poter decidere («la semplice lettura di atti al momento consegnati non lasciano certamente a me nessuna comprensione e approfondimento. Personalmente, quindi, non sono nelle condizioni di esprimere il mio voto sul progetto di bilancio appena letto non avendo potuto avere a disposizione copie anche informali degli atti relativi per poterne valutare in tempo tutti i contenuti», protestò Rotunno).
Tra lettura dei documenti, votazione, polemiche erano passati poco più di 35 minuti per l'approvazione del bilancio 2003. La maggioranza che lo approva è composta da Tamma Francesco e Raffaele, Corazzini e Iezzi.


A FINE 2003 LE PERDITE AMMONTANO AD OLTRE 16 MILIONI

A questo punto della storia i documenti parlano di una perdita di 16.659.519 di euro. Vengono però contestati «i criteri che hanno ispirato le svalutazioni» e «le perdite fatte registrare dei crediti delle partecipate».
Sempre Rotunno contesta l'operato di Corazzini (il redattore) eccependo «le modalità di determinazione delle svalutazioni delle partecipazioni e dei crediti» e la poca trasparenza dell'operazione.


LE OSSERVAZIONI DEL COLLEGIO SINDACALE

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Per capire meglio il documento di bilancio 2003 approvato appare fondamentale il giudizio del collegio sindacale che ne illustra alcune incongruenze.
Intanto il collegio denota il forte ritardo accumulato. Inoltre censura il fatto di aver dedicato tempo alla approvazione di una situazione patrimoniale al 30 novembre 2003 e non a fine dicembre come deliberato.

Al 31 marzo 2004, come abbiamo detto, le perdite erano di 16.659 519.
Il collegio ritiene che il presupposto della continuità aziendale sia pregiudicato sulla base delle seguenti considerazioni:
«1) la situazione finanziaeia nei primi quattro mesi del 2004 ha registrato un ulteriore deterioramento 2) la mancata redazione e approvazione da parte del Cda di un aggiornato piano industriale e di risanamento economico finanziario aziendale ed il piano richiesto al direttore generale non è stato da questi mai presentato, mentre quello predisposto dalla Fira non è stato ancora sottoposto all'esame ed all'approvazione del consiglio stesso».

Il collegio sindacale evidenzia «errori» probabilmente «dovuti all'arrotondamento dell'euro».
Altri errori riguardano «il calcolo delle rimanenze»
Il collegio si dichiara nella «impossibilità di esprimere un giudizio sull'adeguatezza delle svalutazioni operate nei confronti di alcune società partecipate essendo state le stesse eseguite tutte in misura percentuale senza che gli amministratori abbiano dato alcuna indicazione sul procedimento attraverso il quale sono pervenuti a tali determinazioni né sui documenti in esame sono stati riportati gli esiti di verifiche analiticamente eseguite su ogni singola partita creditoria».
In definitiva il collegio si trova nell'impossibilità di poter esprimere un giudizio complessivo sulla corrispondenza effettiva tra il documento approvato ed il reale stato patrimoniale.


LA ABRUZZO ALIMENTI


Nel frattempo a fine marzo 2004 i soci di maggioranza della Delverde (gruppo Tamma , Alimonti, Di Cecco e Grossi) entrano all'insaputa dei soci di minoranza nella Abruzzo Alimenti che per conseguenza diventa il socio di maggioranza (58,242%) .
Tuttavia la Abruzzo Alimenti è posseduta al 58% dalla Gesav: così l'ex maggioranza Delverde finisce per diventare minoranza e di fatto perde il controllo sul pastificio.
Dalle visure si scopre che la Gesav, a sua volta, è composta da società sconosciute: Aqualegion Ltd (98,7%) e Walbond Investments Ltd (1,3%) registrate all'estero in probabili paradisi fiscali.
L'operazione di travaso è avvenuta tramite la Starco Srl, di proprietà di Marco Picciotti (finita nella inchiesta della Fira).
La Starco, infatti, è la società che per prima ha ricevuto le azioni dei soci, con l'impegno a trasferirle nella Abruzzo Alimenti ed a pagare, con atto separato e di parte con il gruppo Tamma, 2.235.945,39 di euro mediante rilascio di effetti cambiari scaduti il 30/10/04 e rimasti impagati.
La Gesav, nello stesso tempo e con lo stesso atto, assumeva l'impegno ad aumentare di almeno 2,5 milioni di euro il capitale della Delverde, mantenendo, nello stesso tempo, inalterate le quote di ognuno nella Abruzzo Alimenti (gruppo Tamma 27%, Alimonti 10%, Di Cecco e Grossi 2,5% cadauno);
A garanzia di questi atti a Tamma, Alimonti, Di Cecco e Grossi, è stato fatto allegare la situazione economica e patrimoniale redatta alla data del 30/11/03, che accertava una perdita, al netto del capitale e delle riserve, di 260.000,00 euro.


LO SCIOGLIMENTO DEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE


Il nuovo socio di maggioranza viene rappresentato da Marco Picciotti, nella sua qualità di Amministratore Unico della Abruzzo Alimenti. Acquisisce molta visibilità sui giornali locali che lo dipingono come «imprenditore rampante».
La notizia del passaggio di mani non appare essere una sconfitta per il pastificio quanto «una occasione di rilancio».
Contestualmente Marco Picciotti, chiede le dimissioni del CdA e nomina De Gennaro, Di Loreto e Canella.
Vengono sostituiti anche gli organi di controllo (società di revisione e Collegio Sindacale, ma lasciando in quest'ultimo come presidente, il consigliere di amministrazione della Fira SpA).
Il bilancio al 31 dicembre 2003 non viene approvato da Picciotti (bilancio redatto da Corazzini sponsor della Fira).


ORA A FINE 2003 LE PERDITE AMMONTANO A 32 MILIONI DI EURO


Il nuovo Cda con De Gennaro, Di Loreto, Canella, redige un nuovo bilancio, non più con perdite di poco superiori al 16 milioni ma del doppio: circa 32 milioni di perdite.
I soci di minoranza non riescono a darsi spiegazione di come possa essere raddoppiato il deficit semplicemente con la redazione di un nuovo bilancio.
De Gennaro affida una serie di consulenze che prelevano ulteriormente soldi dalle già povere casse.


«C'E' UN IMPRENDITORE PRONTO A RILEVARE E RISANARE LA DELVERDE»


Nell'assemblea del 30 giugno 2004 succede ancora una volta una cosa inspiegabile.
C'è un socio (sempre Rotunno) che dichiara di avere un imprenditore pronto a ripianare l'intero debito della Delverde.
Ciò significava un poderoso investimento che avrebbe cancellato i debiti con l'emissione di nuove finanze e potuto in qualche modo far ripartire la produzione industriale e considerare tutto quanto successo fin qui un incidente di percorso.
Ma l'assemblea dei soci non sembra accogliere questa notizia, pure inaspettata, con entusiasmo. Anzi sembrano totalmente ignorarla e passano all'approvazione del bilancio, quello ultimo redatto, con € 32 milioni di perdite.


CAMBIALI E SEQUESTRI


Poi succede che Picciotti alcuni giorni prima della scadenza delle cambiali che aveva rilasciato a Tamma chiede al giudice il sequestro di queste cambiali e di essere risarcito dei danni.
Quali? Quelli relativi alle reali perdite certificate nel bilancio approvato poiché, sostiene Picciotti, non era a conoscenza dello stato ingannato sui reali valori aziendali Tamma.
Il giudice adito, Adolfo Ceccarini, con sentenza emessa il 26/10/04 rigetta il ricorso cautelare condannando la Starco di Picciotti anche al pagamento delle spese processuali.
Le cambiali vengono protestate ed il gruppo Tamma in data 7/10/04 presenta una querela per truffa, il 9 novembre 2004 presenta richiesta di sequestro cautelativo per poter rientrare in possesso delle sue azioni.
Sempre nel mese di novembre si scopre che Picciotti aveva ceduto le quote detenute da Abruzzo Alimenti alla società Servizio Italia, appartenente al gruppo bancario BNL.
Questa Società, tramite sua delegata, Maria Franca D'Agostino ha nominato il nuovo C.d.a. lasciando gli stessi De Gennaro, Canella e Di Loreto.


I GIORNALI E LA POLITICA


Mentre succede tutto questo si alza un battage mediatico senza precedenti e si iniziano a conoscere stralci della vicenda: a spizzichi e bocconi, per estratti e quasi sempre legato a dichiarazioni più che a fatti accertati.
Anche la politica contribuisce a tenere alto il livello di attenzione dei giornali.
Parlano della vicenda più spesso gli organi istituzionali preposti come il presidente della Provincia di Chieti, Tommaso Coletti (Margherita), il sindaco di Fara San Martino, Antonio Tavani (An), e poi i sindacati Cgil e Uil che conoscono bene le reali condizioni dell'azienda ed i retroscena.
Tutti questi soggetti diventano convinti fautori che la Delverde può salvarsi solo con la concessione dell'amministrazione controllata.
Solo la Cisl si dissocia con il segretario Aquilino Mancini.

Il tribunale di Chieti esaminate le carte ed i bilanci stabilisce che è il momento di concedere l'amministrazione controllata.
A questo punto i soci di minoranza si scagliano anche contro la decisione del tribunale che non ha tenuto in alcun conto le loro diverse proposte per evitare tale provvedimento, né di documenti presentati o prodotti che, secondo i ricorrenti, dimostrerebbero la falsità dei dati approvati in bilancio.
E tutto questo è stata solo l'anticamera del fallimento che arriva a febbraio 2005.

Alessandro Biancardi 06/12/2006 8.50