Da oggi nuove aree protette in Abruzzo e divieti di caccia

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Da oggi tornano ad essere aree protette i monti Simbruini –Ernici, la Valle Subequana e decine di siti SIC della Regione. Vietata la caccia ed altre attività in decine di siti SIC e nelle ZPS per migliaia di ettari. I trasgressori rischiano una denuncia penale. Il WWF chiede alla Regione di chiarire immediatamente la situazione ai cittadini e agli amministratori locali.
Le Zone di Protezione Speciale (ZPS) della Valle Subequana e dei Simbruini-Ernici e decine di Siti di Interesse Comunitario (SIC, solo per esempio tra le decine di aree, ricordiamo il Fiume Mavone in provincia di Teramo, l'Abetina di Castiglione Messer Marino in Provincia di Chieti, Ripe di Turrivalignani in Provincia di Pescara, Monte Arunzo in provincia di L'Aquila) tornano da oggi ad essere aree protette a tutti gli effetti.
E' la clamorosa conseguenza della mancata conversione in legge del decreto 251/2006 da parte del Parlamento, atto che dettava alcune norme di salvaguardia per queste aree non riconoscendone lo status di area protetta.
Il Decreto annullava, infatti, una decisione del 1996 dello Stato con cui si equiparavano questi siti ad Aree protette, facendo così scattare i divieti generali previsti dalla legislazione su parchi e riserve (Legge 394/91).
Dichiara Dante Caserta, presidente regionale del WWF «La mancata conversione in legge del Decreto determina da un lato una certa confusione ma dall'altro può essere l'occasione per accordare una doverosa tutela a siti che lo Stato Italiano e la stessa Regione Abruzzo hanno identificato come di massima valenza naturalistica. Alla luce di quanto sopra, e ribaditi i risvolti di carattere penale che la materia implica, abbiamo invitato la Regione ad adottare ogni possibile forma di divulgazione, necessariamente urgente, dei divieti venatori e degli altri vincoli entrati in vigore, al fine di rendere edotti gli organi di vigilanza e i soggetti interessati dell'attuale status di aree protette di ZPS e SIC, con misure e divieti relativi, e quindi di prevenire possibili situazioni di illiceità nonché di danno al patrimonio naturale protetto. Le nostre guardie volontarie», continua Caserta, «hanno l'indicazione di trasmettere all'autorità giudiziaria ogni segnalazione riguardante la violazione di queste norme. Anche Comuni e Province devono essere consapevoli dei rischi legali ma anche delle nuove opportunità che si aprono rispetto alla tutela del loro territorio e ai benefici e opportunità che possono derivare dai vincoli che sono necessari per salvaguardare un patrimonio di livello europeo».

21/10/2006 10.44


QUESTO IL TESTO DELLA LETTERA INVIATA A DEL TURCO:


Roma, 17 ottobre 2006
Prot.DG852/06 – wwf




COMUNICAZIONE URGENTISSIMA

Oggetto: divieto di caccia nei siti di Rete Natura 2000. Iniziative urgenti richieste.


Dal 18 ottobre 2006, con la decadenza del decreto legge 251/06 in materia di conservazione della fauna selvatica che, all'articolo 6, comma 2, sostituiva tutte le precedenti misure di conservazione con quelle recate nel testo del medesimo, è tornata pienamente in vigore la Delibera del 2 dicembre 1996 del Comitato Nazionale Aree protette (CNAP), pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 139 del 17 giugno 1997.
Tale delibera, comprendendo i siti della Rete Natura 2000 di cui alla Direttiva 92/43/CEE, vale a dire le Zone di Protezione Speciale (ZPS) e le Zone Speciali di Conservazione (ZSC, ovvero i Siti di Importanza Comunitaria, SIC), nella categoria delle aree protette, pone queste aree sotto il regime della “Legge quadro sulle aree protette” n. 394 del 1991 e le relative misure di salvaguardia e tutela.
L'ordinanza del TAR Lazio (n. 6856, 24 novembre 2005, Sez. II Bis, Roma) che ha sospeso il Decreto del 25 marzo 2005 del Ministro dell'Ambiente e della Tutela del territorio con cui si annullava detta Delibera, considerava che le misure di tutela introdotte da tale decreto apparivano meno incisive di quelle previste dalla ricomprensione di ZPS e ZSC/SIC nella categoria delle aree protette, e quindi dalla delibera del CNAP, ordinando il ripristino di quest'ultima per evitare il verificarsi di “danno grave e irreparabile” alle aree naturali interessate.
Nel confermare l'ordinanza n. 6856 del TAR Lazio, il Consiglio di Stato, con ordinanza n. 783/06 del 14 febbraio 2006, ne riteneva “condivisibili” le “motivazioni”, “ancor prima dell'individuazione da parte della Regione delle misure di conservazione più adeguate” e comunque non potendosi sostituire a quello in atto un regime di tutela meno rigoroso.
Ricordiamo anche che sul tema si è più volte pronunciata la Suprema Corte di Cassazione, stabilendo: “In proposito deve evidenziarsi che, a norma dell'art. 11, 3° comma, della legge 6.12.1991, n. 394, (…) ‘nei parchi sono vietate le attività e le opere che possono compromettere la salvaguardia del paesaggio e degli ambienti naturali tutelati con particolare riguardo alla flora ed alla fauna protette e ai rispettivi habitat'. Segue, nel testo normativo, un'elencazione di divieti specifici (…). In tutto l'art. 11 (…) il riferimento testuale è soltanto ai parchi, dei quali si delineano i contenuti del regolamento, con individuazione delle attività consentite e vietate nei relativi territori. L'elencazione delle attività vietate, però, non deve considerarsi inoperante per le altre aree protette (diverse dai parchi nazionali), poiché il 4° comma dell'art. 6 dispone che ‘dall'istituzione della singola area protetta sino all'approvazione del relativo regolamento operano i divieti e le procedure per eventuali deroghe di cui all'art. 11" e nella nozione di "area protetta" (secondo la più recente classificazione operata, ai sensi dell'art. 2, comma 5, della legge n. 394/1991, con deliberazione 2.12.1996 del Ministero dell'ambiente, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 139 del 17.6.1997) rientrano - oltre ai parchi nazionali - i parchi naturali interregionali e regionali, le riserve naturali statali e regionali, le aree protette marine, le zone umide di importanza nazionale ai sensi della convenzione di Ramsar di cui al D.P.R. n. 448 del 13.3.1976, le zone di protezione speciale degli uccelli selvatici ai sensi della direttiva 79/409/CEE, le zone speciali di conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche ai sensi della direttiva 92/43/CEE. (…) pertanto, i divieti di cui all'art. 11, quali misure minime di salvaguardia generica nell'ipotesi in cui tuttora manchi un regolamento, trovano applicazione dalla vigenza della legge-quadro e fino all'approvazione del regolamento. “.(Cass. pen., sez. III, 05-01-2000 (22-10-1999), n. 30).
Ed ancora la Corte di Cassazione ha stabilito che “Il concetto di ‘aree naturali protette' è più ampio di quello comprendente le categorie dei parchi nazionali, riserve naturali statali, parchi naturali interregionali, parchi naturali regionali e riserve naturali regionali, in quanto ricomprende anche le zone umide, le zone di protezione speciale, le zone speciali di conservazione ed altre aree naturali protette .” (Cass. pen., sez. III, 22-11-2003, n. 44409 - massima 1).
Se ne evince, quindi, che allo stato dei fatti, e con la già rammentata decadenza del decreto 251/06, per i siti di Rete Natura 2000 (ZPS e SIC/ZSC) risultano attualmente in vigore le misure e i divieti previsti nella Legge 394/1991, in combinato disposto con quelli previsti nella Legge 157/1992 in materia di tutela della fauna e disciplina dell'attività venatoria.
In particolare, l'articolo 6 comma 4 della legge 394/1991 prevede che “dall'istituzione della singola area protetta sino all'approvazione del relativo regolamento operano i divieti e le procedure per eventuali deroghe di cui all'articolo 11”, tra i quali “la cattura, l'uccisione, il danneggiamento, il disturbo delle specie animali; (…), l'introduzione di specie estranee, vegetali o animali, che possano alterare l'equilibrio naturale (art. 11, comma 3, lettera a) e “l'introduzione, da parte di privati, di armi, esplosivi e qualsiasi mezzo distruttivo o di cattura, se non autorizzati” (art. 11, comma 3, lettera f).

Se ne deduce che l'attività venatoria, nei siti della Rete Natura 2000, siano essi ZPS che SIC/ZSC, risulta vietata e costituisce condotta penalmente rilevante, ai sensi del combinato disposto di cui agli articoli 30, comma 1 lettera d della legge 157/1992 e 30 della legge 394/1991.
Tale divieto sarà vigente fino all'approvazione di specifici regolamenti recanti misure di conservazione che peraltro, così come si evince dalle citate ordinanze di TAR Lazio e Consiglio di Stato, non potranno risultare meno rigorose e adeguate di quelle in vigore, pena la grave compromissione delle aree naturale interessate.
E' inoltre opportuno ricordare come la costante e consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione penale abbia evidenziato la sussistenza del reato di caccia in area protetta anche in mancanza di tabelle perimetrali (Cass. pen., Sez. III, 22 aprile 1998, n. 4756; Cass. Pen. Sez. III, 19 marzo 1999, n. 5457; Cass. Pen. , Sez. III, 6 giugno 2003, n. 24786; Cas. pen., Sez III , 26 gennaio 2005 , n. 5489).
Va infine ricordato che i piani faunistici regionali e provinciali, nonché i calendari venatori, in assenza di previsioni specificamente volte alla tutela di tali siti e delle specie animali alla cui protezione essi sono destinati, non possono essere considerati conformi alle sopra citate leggi e sentenze.

Alla luce di quanto sopra, e ribaditi i risvolti di carattere penale che la materia implica, invitiamo le amministrazioni in indirizzo ad adottare ogni possibile forma di divulgazione, necessariamente urgente, dei divieti venatori in vigore, al fine di rendere edotti gli organi di vigilanza e i soggetti interessati dell'attuale status di aree protette di ZPS e SIC/ZSC, con misure e divieti relativi, e quindi di prevenire possibili situazioni di illiceità nonché di danno al patrimonio naturale protetto.

Siamo inoltre a chiedere ai Ministri di competenza, alla luce della situazione attuale, di prevedere con la necessaria urgenza tutte le iniziative più opportune.

Distinti saluti

Fulco Pratesi
Presidente WWF Italia