Corte Costituzionale: «E’ legittima la legge abruzzese sullo "spoil system"»

Alessandro Biancardi

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ROMA. «È pienamente conforme alla Costituzione e non viola alcun principio la legge regionale 27/2005 meglio conosciuta come legge sullo Spoil system». Lo ha deciso la Corte costituzionale che con la sentenza numero 233 (Presidente Marini, relatore Bile) ha dichiarato «non fondate» le eccezioni di costituzionalità sollevate dal Governo con un ricorso presentato innanzi alla Corte nel novembre scorso.
Il ricorso del Governo si basava su quattro punti che toccavano, nello specifico, gli articoli 1 e 2 delle legge regionale tacciati di essere in contrasto con gli articoli 2, 51, 97 e 117 della Costituzione.

Sul primo punto di ricorso (articolo 1 comma 2) il Governo ha sostenuto che «la decadenza automatica di tutte le nomine degli organi di vertice di enti regionali in qualunque momento conferite dagli organi politici della Regione, per effetto dell'insediamento del nuovo Consiglio regionale, e senza alcuna valutazione tecnica di professionalità e competenza dei nominati, viola i principi di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.)».
Per la Corte la questione non fondata in quanto «la norma in esame si riferisce a nomine effettuate dagli organi di direzione politica della Regione».

Il secondo punto di ricorso riguarda, sempre nel comma 2 dell'art 1, la parte «in cui ricomprende fra le nomine conferite dagli organi di direzione politica della Regione, destinate a decadere automaticamente all'insediamento del nuovo Consiglio regionale, quelle relative alle società controllate e partecipate dalla Regione».
Tale norma, hanno scritto i tecnici del Governo, «contrasta con l'art. 2383 del codice civile che determina invece in tre anni la durata massima della carica di amministratore e di componente del consiglio sindacale».
Su questo punto, la Corte ha detto che il presupposto del Governo, che ha basato il ricorso sulla disciplina dell'art. 2383, «è erroneo, in quanto la stessa norma impugnata prevede che le nomine relative a società avvengano 'in osservanza degli artt. 2449 e 2450 cod. civ'. Tali articoli dispongono che gli amministratori e i sindaci o i componenti del consiglio di sorveglianza nominati, per legge o per statuto, dallo Stato o da enti pubblici, possono essere revocati solo dagli enti che li hanno nominati. Pertanto - prosegue la Corte costituzionale - la censura è infondata, in quanto il ricorrente invoca a sostegno di essa l'art. 2383, secondo comma, cod. civ., che non si applica alle nomine considerate dalla norma impugnata né è da essa menzionato; ed invece omette di argomentare in ordine agli artt. 2449 e 2450 cod. civ., che dalla norma sono richiamati come disposizioni da osservare e che attribuiscono alla Regione il potere di far cessare dalla carica gli amministratori dalla medesima Regione nominati».

Il terzo punto del ricorso riguardava il comma 1 dell'art. 2 e cioè la decadenza automatica delle nomine già effettuate, a decorrere dal momento dell'entrata in vigore della legge. In questo caso il Governo ha sostenuto che tale norma violava «il principio di affidamento e il diritto all'ufficio (artt. 2 e 51 Cost.) e quelli di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.)».
Anche su questo punto la Corte ha riconosciuto la correttezza costituzionale del legislatore regionale sostenendo che «le nomine in esame sono conferite dagli organi di indirizzo politico regionale (art. 2, comma 1), in base alla valutazione della personale coerenza del nominato con tale indirizzo, è evidente l'intento del legislatore regionale di rendere immediatamente operativa la nuova disciplina, per evitare - in sintonia, e non in contrasto, con l'evocato art. 97 Cost. - che le nomine effettuate nella precedente legislatura, specie nella sua fase finale, pregiudichino il buon andamento dell'amministrazione».
Sul quarto punto di ricorso (differenze fra lo spoil system disciplinato dalla legge regionale e quello della legge statale 145/2002), la Corte ha rilevato espressamente la «non evocabilità della (seppure omologa) normativa statale, che non rileva per le Regioni, nella materia dell'organizzazione amministrativa regionale».


Una dura replica del Presidente è stata lanciata anche a tutti coloro che «hanno insultato la maggioranza, la giunta, il presidente, gli avvocati del presidente, costringendoci a rincorrere i manager dell asl e i presidenti degli enti in tutta la giurisdizione amministrativa e penale della Regione Abruzzo. E questo - ha puntualizzato - mon ci ha consentito di poter provvedere alle nostre responsablità».
Secondo Del Turco, che ha ringraziato l'Avvocatura regionale e l'avvocato Cerulli Irelli «per aver fatto vincere all'Ente una battaglia di principi che potrà essere utile anche alle altre regioni», la vicenda dimostra che c'è una differenza tra la questione costituzionale che ha accomunato l'Abruzzo e la Calabria.
«La differenza è che - ha ribattutto - noi abbiamo letto bene la natura giuridica dei problemi che avevamo di fronte e non abbiamo commesso errori. Ora - ha ironizzato il Presidente - ci sono signori che voglion insegnare alla maggioranza, alla giunta e al presidente come governare l'Abruzzo dopo aver governato cinque anni e aver preso una sonora sconfitta elettorale; e se non basta diventano anche dei grandi principi del foro che spiegano come si deve interpretare il diritto, e poi scoprono dalla Corte costituzionale che hanno torto anche su quello».

16/06/2006 14.19