La politica della spazzatura

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

1571

La politica della spazzatura
INCHIESTA ABRUZZO. Perché da anni si parla di “emergenza rifiuti”? Quali sono i problemi che generano una sovrabbondanza di immondizia che poi ci costa carissima? Dopo il crollo nella discarica La Torre di Teramo l’emergenza si è allargata all’inero territorio regionale. Ecco cosa si è fatto negli anni scorsi e cosa vorrebbe fare l’attuale amministrazione regionale di centrosinistra. PUBBLICATA SUL NUMERO DI APRILE DEL MENSILE ZAC
Il fatto “nuovo” è che la nostra regione sta vivendo una “emergenza rifiuti”.
Da un giorno all'altro i problemi mai risolti si sono stretti intorno al collo delle amministrazioni locali fino a strozzarle.
Ancora una volta sono i cumuli di immondizia, sballottati in tour per le nostre strade, a segnare l'ennesima sconfitta della nostra classe politica che ha governato negli ultimi 5-10 anni.
La gravità dell'emergenza è acuita dalla mancanza di una programmazione seria in materia. Per avere una semplice dimensione del problema basti dire che la produzione dell'ultimo anno di rifiuti in Abruzzo è aumentata.
I problemi dietro l'angolo sono sostanzialmente due: saremo sommersi dai rifiuti sullo stile della Campania di qualche mese fa, e saremo oberati da tasse sempre più elevate (dovranno coprire i maggiori costi di smaltimento e le penali che i Comuni dovranno pagare per politiche errate).
Insomma il futuro dell'immondizia è sempre più roseo, il nostro molto meno.
E a corollario del problema dello smaltimento ci sono ancora le innumerevoli attività illecite e speculative che animano da sempre questo ambito.

COME NASCE LA NUOVA EMERGENZA

Tutto ha inizio quando una sacca di biogas decide di esplodere all'interno della discarica La Torre di Teramo. Una sorta di bolla compressa di gas che premeva verso l'esterno e si era formata sotto uno spesso cumulo di rifiuti all'interno dell'area dove l'intera provincia di Teramo scaricava la sua immondizia.
Sarebbe stata questa la causa che avrebbe determinato la frana nella discarica. Secondo i tecnici che hanno analizzato per settimane la zona i rifiuti si sarebbero afflosciati su se stessi in seguito alla fuoriuscita del gas formando un “effetto palloncino”.
Si è parlato in questo caso di disastro annunciato e di inquinamento delle falde acquifere. Ne è nata a una diatriba politico-amministrativa che è tuttora in piedi alla ricerca affannosa di soluzione.
Il problema sorto in seguito alla frana della discarica è stata la conseguente chiusura per il sequestro preventivo dall'Ufficio del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Teramo, con provvedimento del 17.02.2006 (il sindaco di Teramo è fra i responsabili istituzionali che dovranno rispondere ad indagini chiuse).
A questi fatti vanno aggiunti quelli della discarica “Salino”, ubicata nel Comune di Tortoreto, che «a causa di situazioni di inquinamento ambientale rilevati dall'ARTA» è stata sottoposta a sequestro preventivo (07.02.2006) e della discarica “Conti”, ubicata nel Comune di Cellino Attanasio (Te), chiusa con ordinanza del sindaco n.7 del 15.02.2006, a causa della saturazione del bacino di smaltimento.
Dunque, praticamente da un giorno all'altro, l'intera provincia di Teramo si è trovata senza le sue valvole di sfogo.
È nata così l'emergenza locale.
Nel giro di pochi giorni, tuttavia, in piena emergenza si è deciso di trasportare gran parte dei rifiuti teramani nella discarica della provincia di Chieti in contrada Casoni.
«Ma la discarica Casoni non è la discarica d'Abruzzo» è stato pronto il grido da parte di alcuni esponenti politici teatini che già intravedevano la prossima saturazione della “loro” discarica.
E' chiaro che con un maggiore afflusso di rifiuti la discarica si esaurisce in minor tempo. E poi che si fa?
Il problema è tutto qui. La provincia di Chieti allora ha chiesto il time out e si è rivolta alla Regione.
A questo punto l'emergenza è diventata regionale, cioè potenzialmente negativa per l'intero territorio regionale.


LA CRONACA

Una fra le più grosse operazioni delle forze dell'ordine che ha contribuito a smantellare un'organizzazione che aveva nello smaltimento dei rifiuti il suo centro principale di interesse è stata quella portata avanti dalla procura di Lanciano. Lo scorso 13 marzo sono state arrestate 16 persone e denunciate 78 altri presunti responsabili a vario titolo.
Una serie di aziende che gravitavano intorno al loro “referente” nella zona di Atessa si erano accordate per raccogliere rifiuti liquidi e sostanze inquinanti -che dovevano essere trattate- per spedirle ad un'altra ditta pugliese che invece provvedeva semplicemente allo sversamento delle sostanze inquinanti in alto mare attraverso una condotta sottomarina di 300 metri.
La notizia ha una sua rilevanza poiché riesce a mettere in luce quali e quanti attività taluni imprenditori spregiudicati riescano ad ordire pur di limitare i costi di gestione.
E, purtroppo, il primo costo che viene cancellato con un tratto di penna è proprio quello dello smaltimento dei rifiuti che ha canali burocratici spesso macchinosi e costi elevati.
I controlli sono troppo radi ed è dunque facile farla franca.
Il gioco è presto fatto.
E' così che nascono gli oltre 800 siti censiti dalla Regione che dovrebbero subire una prossima bonifica. Discariche abusive grandi e piccole che raccolgono soprattutto vecchi elettrodomestici, scarti dell'edilizia, materiali ferrosi e sostanze chimiche di ogni genere che si disperdono nel terreno.

IMMOBILISMO DEI 5 ANNI DI CENRODESTRA

La norma portante in fatto di rifiuti è ancora la legge 83 del 2000, approvata ad aprile dal centrosinistra poco prima di lasciare il passo alla giunta Pace: “Testo unico in materia di gestione dei rifiuti contenente l'approvazione del piano regionale dei rifiuti”.
La Regione si era dotata finalmente di un piano dopo anni di latitanza che, «pur con limiti e carenze, ha delineato con chiarezza, scelte tecnologiche e priorità d'intervento, finalizzate ad una mirata e coerente “politica ambientale” e che la sua attuazione non poteva che essere in stretta correlazione con la volontà e l'efficacia dell'azione politico-amministrativa da parte degli organi istituzionali regionali».
Significa che quegli indirizzi potevano essere perseguiti solo da chi li aveva varati (centrosinistra) e dunque “dovevano” essere avversati dalla nuova giunta (centrodestra) nel 2000 che pensò di ricominciare tutto da capo.
Ma con molta calma.
Solo ad ottobre del 2003, infatti, Pace ed i suoi approvano un nuovo disegno di legge in materia, elaborato dall'assessore Desiati. L'iter non si completerà e quella amministrazione regionale non farà in tempo per il varo definitivo con l'approvazione in consiglio di un nuovo piano regionale.
Risultato: cinque anni di stasi.
Con l'avvento della giunta Del Turco le cose si ripetono: quel precedente disegno di legge lasciato in eredità (che basterebbe solo portare in consiglio) non va più bene: nel frattempo è «diventato anacronistico e non più rispondente alle esigenze reali».
Va ripensata, dunque, una legge che organizzi l'intero settore: è questa la direttiva impartita dall'assessore Caramanico.

Così a novembre 2005 viene varata una direttiva che in sostanza stabiliva che fossero le Province a mettersi d'accordo con i gestori in materia di conferimento dei rifiuti. La Regione si limitava semplicemente a valutare la conformità degli accordi stipulati.
Lo spirito era quello di eliminare passaggi che facessero perdere troppo tempo e di semplificare il processo amministrativo in tempi di “emergenza”.
Ad un certo punto, però, le emergenze sono state tali e tante, come abbiamo visto, che tutto il peso era in pratica sopportato dalle discariche della provincia di Chieti (Casoni, Cerratina e organico a Cupello).

Ma le cronicità della provincia dell'Aquila (che non ha impianti di trattamento e smaltimento) e di Teramo hanno solo accelerato una situazione di forte malessere per la “melina” durata oltre 5 anni.
In sostanza quasi tutto si è fermato in questo periodo su questo fronte; non la produzione dei rifiuti ed i problemi connessi che invece si sono ingigantiti a dismisura.
In questi anni si è per giunta cercato di raffreddare gli animi sull'approvazione di nuovi progetti che prevedessero i cosiddetti termovalorizzatori (che sfruttano il calore prodotto): tre dovevano sorgere a Teramo, uno all'Aquila, uno nei pressi di Chieti, l'altro nella zona di Vasto.
Questi impianti dovevano servire per smaltire una parte consistente dei rifiuti prodotti in Abruzzo e che attualmente finiscono nelle discariche.
Sarebbe stato un modo per risolvere, nel lungo periodo, l'emergenza rifiuti.
Invece, la politica ha deciso diversamente. C'è anche da dire che molto spesso anche gli ambientalisti hanno fatto ostruzionismo considerando non salubre la soluzione “termovalorizzatori”.
Responsabilità a parte da qualche settimana i nodi sono venuti disastrosamente al pettine.
Ora c'è bisogno di scelte risolutive immediate e azzeccate.

TROPPI CONSORZI CHE LITIGANO


[pagebreak]
Altro grande problema della nostra regione è il basso sviluppo tecnologico in materia.
Questo ha di fatto comportato arretratezza dei sistemi di smaltimento ed ha portato la spinta all'innovazione tecnologica pari a zero.
In sostanza, si è fatto troppo affidamento in passato sulle discariche.
Il perché è presto detto: la convenienza economica.
Conferire rifiuti nelle discariche è economicamente conveniente e tecnicamente semplice, sia per i Comuni che per le società di smaltimento. E, dunque, strutturalmente la nostra regione non è stata investita da quello slancio di innovazione e di tecnologia che pure si sta diffondendo in Italia e nel mondo.
Secondo gli esperti del settore sarebbe una malattia endemica dovuta all'eccessivo frazionamento dei consorzi esistenti.
Infatti, pensare ad un investimento di centinaia di migliaia di euro per creare una centrale di smaltimento o di compostaggio è assolutamente impossibile per un bacino di utenza piccolo, così come sono quelli abruzzesi (investimento enorme per una speranza di ricavi limitata perché limitato è il bacino) .
Ecco allora che uno dei prossimi obiettivi della giunta Del Turco sarà quello di diminuire ulteriormente gli ambiti territoriali che per legge dovrebbero essere pari alle province: dunque se non proprio quattro di sicuro non più di sette (oggi sono 14).
C'è da dire poi che anche in questo campo il campanilismo ha avuto gioco facile: praticamente mai si è potuto parlare di accordi fra i diversi consorzi di rifiuti. In altri casi addirittura i consorzi non sono mai decollati come nella provincia dell'Aquila. In altri casi ancora sono stati i sindaci di diverso colore politico a non riuscire a mettersi d'accordo per partito preso, aggravando il disagio.


IL NUOVO PIANO REGIONALE

Il nuovo piano dovrebbe essere pronto entro l'anno.
Si sono attivati i vari tavoli tecnici e dato mandato alla società di predisporre il progetto. Il resto sarà concertazione con enti e associazioni.
Come sarà e cosa prevederà?
Di sicuro saranno rispettate le direttive contenute nella delibera di giunta 1242 del novembre scorso.
Bisognerà affrontare «in “modo integrato” tutte le fasi del ciclo dei rifiuti (raccolta, trattamento, smaltimento), in rapporto al recupero ed al riciclaggio dei materiali presenti nei rifiuti, con soluzioni innovative, credibili e sostenibili, nell'ambito di indirizzi strategici più equilibrati del quadro normativo regionale».
Questo significherà ricercare «la migliore standardizzazione ed economicità dei servizi ambientali, rivedendo il ruolo e la dimensione territoriale degli attuali Consorzi Intercomunali (ex L.R.74/88), favorendo processi di aggregazione e razionalizzazione, garantendo la separazione del ruolo governo-gestione, aumentando la vigilanza sui servizi e definendo “indici di efficienza” degli stessi».
Si dovrà puntare sulla «realizzazione di filiere tecnologiche più qualificate (sviluppo tecnologico ed impiantistico sostenibile, certificazione di qualità, ..etc), caratterizzate da una crescita della dimensione economica, variamente coordinate ed integrate, nelle quali pubblico e privato sono funzionali l'uno all'altro (politica di filiera e sistema di gestione integrato) ed in cui gli Istituti di ricerca e l'Università, svolgano un ruolo di studio e di proposta».
Chiudere finalmente il cerchio «“recupero-riciclo-riuso”, organizzando e/o incentivando l'incontro tra la “domanda-offerta” di materiali derivanti dalla raccolta differenziata con interventi specifici volti a garantire, da una parte una “costante e qualitativa” intercettazione di materiali da riciclare-riutilizzare, dall'altra la collocazione degli stessi, evitandone la destinazione in discarica».

Alessandro Biancardi


L'INTERVISTA

[pagebreak]
«PUNTARE SULLE FILIERE E SULLA DIFFERENZIATA»

Risponde Franco Gerardini, dirigente servizio gestione rifiuti della Regione

È vero che il futuro dello smaltimento dei rifiuti sta nella strategia gestionale della filiera?
«E' uno dei punti che stiamo studiando. È una politica che in passato è mancata del tutto ma che noi stiamo cercando di riprendere. Si pensi, per esempio, alla filiera degli inerti o quella dei rifiuti agricoli o ancora alla raccolta e smaltimento dei farmaci. Sviluppare una gestione di filiera significa intervenire dal momento della produzione fino allo smaltimento dei rifiuti concentrandosi sui diversi passaggi».

Per questo è stato predisposto un accordo con il Conai?

«È un accordo quadro nell'ambito del quale sviluppare le sinergie per ogni filiera. Un primo ambito d'attenzione è quello che riguarda gli imballaggi: sono banditi gli imballaggi monouso, cioè quelli che vengono utilizzati una sola volta. Si svolgeranno poi azioni dissuasive: da una parte si sensibilizzeranno i produttori e gli imprenditori ad evitare imballaggi superflui e, dall'altra, si sensibilizzeranno i consumatori e non acquistare prodotti con gli imballaggi monouso. Questo dovrebbe portare in definitiva alla diminuzione della quantità di rifiuti»

E la filiera degli scarti dell'attività agricola?
«Era un accordo già siglato dalla precedente giunta regionale ma che poi in definitiva non è mai decollato seriamente. Siamo, dunque, indietro rispetto le altre regioni e costretti a ricominciare da zero, così come per la raccolta dei rifiuti sanitari per i quali la Regione spende una cifra enorme»

C'è poi il capitolo “cementifici”…
«Spesso l'economia genera dei mostri. Infatti, i tre cementifici della nostra regione bruciano pneumatici vecchi per aumentare la temperatura dei loro forni. La cosa curiosa è che questi si riforniscono di pneumatici che arrivano da fuori Abruzzo e che costano poco, nonostante il prezzo del tragitto, rispetto a quelli della nostra regione. Stiamo affrontando, dunque, un protocollo d'intesa per fare in modo che i nostri cementifici, da una parte, brucino pneumatici provenienti dalla nostra regione -così da risolvere anche il problema del loro smaltimento- e, dall'altra, in seguito cercheremo di sensibilizzare gli stessi cementifici all'utilizzo di combustibili più puliti».

E sul fronte delle bonifiche cosa sta accadendo?
«Sono stati censiti circa 800 siti da bonificare. Questi sono ex siti industriali, discariche abusive, ex cave, pompe di benzina in disuso eccetera. Il piano regionale di bonifica è in ritardo di quattro anni ma è possibile che entro l'estate si riesca a sbloccarlo».

Un'altra incredibile particolarità riguarda poi i fondi pubblici messi a disposizione per la raccolta differenziata, non è così?
«Abbiamo notato che i fondi pubblici per 3, 5 miliardi di vecchie lire non sono stati utilizzati da parte dei consorzi e società di smaltimento ai quali erano stati assegnati. Abbiamo per questo varato una direttiva che pone una scadenza a giugno 2006 per l'utilizzo di questi fondi altrimenti sarà elaborato un altro bando che ripartirà tali fondi per l'incentivazione della raccolta differenziata ad altre ditte»

Più in generale come vi state muovendo per arginare le emergenze?
«Stiamo accelerando il più possibile le procedure amministrative per l'apertura di nuovi impianti, così com'è successo per quello di Sulmona e così come succederà per quello di Fara Filiorum Petri. Si tratta di nuovi impianti di trattamento o ampliamenti di vecchi impianti. Queste nuove strutture potranno darci nuovo ossigeno. Contemporaneamente bisognerà accelerare in maniera consistente la raccolta differenziata. In questo campo approveremo un provvedimento di legge con il quale obblighiamo tutti quei Comuni ad attivarsi e a raggiungere risultati concreti. In caso contrario saranno applicate delle sanzioni. Prima si diceva semplicemente “fate la raccolta differenziata”. Ora noi poniamo obiettivi e penali»

Vuole dire che quei Comuni che non rispetteranno i parametri della Regione saranno costretti a pagare una soprattassa?
«Certo»

Dunque un maggiore prezzo a carico dei cittadini?
«Sì, in questo caso alle successive elezioni sapranno chi non votare»



QUALCHE CIFRA

Nonostante da sempre il problema principale sia solo e soltanto uno- cioè dove trasportare i nostri rifiuti e cosa farne- la quantità di immondizia prodotta dalla nostra regione aumenta sempre più.
Gli ultimi dati dell'Arta sono da questo punto di vista sconvolgenti: rispetto all'anno precedente in Abruzzo si è prodotto il 7,8% di rifiuti in più.
In un paese dove molte regioni diminuiscono le tonnellate di immondizia, anche grazie alla raccolta differenziata, l'Abruzzo si distingue e si posiziona addirittura al secondo posto della classifica nazionale solo dopo il Lazio.
Nel 2004 sono stati prodotti complessivamente 681.000 tonnellate di rifiuti, di questi oltre il 90% finisce nelle discariche.
La produzione attuale di rifiuti è pari a 525 kg per abitante al giorno e con questo ritmo ed in assenza di sistemi alternativi di gestione, secondo l'Arta, si potrebbe avere una autonomia fino a dicembre 2007.
L'aumento potrebbe essere spiegabile in diversi modi.
Il primo, potrebbe essere che i Comuni che hanno stretto intese con le società di smaltimento rifiuti hanno inglobato una maggiore quantità di rifiuti speciali perché in questo modo la tassa da pagare è maggiore e gli enti guadagnano di più.
L'altra causa di un così consistente aumento è la scarsa efficacia della raccolta differenziata che in Abruzzo è ancora una realtà di là da venire.
Se si pensa che nel 2005 l'Abruzzo ha raggiunto la quota del 14,9% di rifiuti differenziati raccolti e che il decreto Ronchi ne prevedeva 35% già due anni fa è chiaro capire quanto tempo e denaro stiamo spendendo. In realtà abbiamo raggiunto l'obiettivo che lo stesso decreto stabiliva obbligatorio da raggiungere sei anni fa. Siamo in ritardo di sei anni.
Basterebbe in fondo lavorare meglio e imitare le altre regioni per poter conseguire risultati di gran lunga migliori.
Si spera molto nei dati del prossimo anno per la raccolta differenziata (quando finalmente anche a Pescara inizierà a funzionare) proprio perché nel 2005 la nostra regione si è posizionata al terzo posto per il più alto incremento di raccolta differenziata (2,8%) rispetto all'anno precedente, subito dopo il Piemonte (4,8%) e il Trentino (4,4%).
A livello regionale la città di Pescara è quelle in assoluto con la percentuale più bassa tra le quattro province e contribuisce in modo significativo a far abbassare la percentuale della provincia stessa che comunque ha registrato un discreto incremento passando dal 6 all'11%.
La provincia di Teramo è quella che guida la graduatoria regionale in tema di differenziata con un importante 21,2% in crescita.
Come detto solo gli ambiti di Pescara e Chieti sono autosufficienti mentre Teramo e l'Aquila fanno affidamento su ampliamenti importanti per le discariche. Le pratiche sono attualmente sul tavolo dell'ufficio per le valutazioni di impatto ambientale. Se ci sarà parere favorevole del Via l'ampliamento delle discariche sarà questione di mesi. Intanto è stata inaugurata lo scorso 25 marzo l'impianto di Sulmona.

a.b.