C’era una volta il Parco Nazionale d’Abruzzo

Alessandro Biancardi

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C’era una volta il Parco Nazionale d’Abruzzo
ABRUZZO. A quattro anni dall’inizio del suo smantellamento rimane solo una certezza: «la natura sta precipitando in un profondo abisso». Le accuse del Comitato Parchi.
E' da poco trascorso il quarto anniversario di una data «che nessuno ha celebrato, e forse neppure ha ricordato, perché sepolta ormai anche la memoria di ciò che un giorno esisteva, e poi di colpo finì nel nulla».
Era il 2 marzo 2002, quando si iniziò lo smantellamento, «lungamente preparato e poi massicciamente realizzato con il consenso di tutte le forze politiche (Verdi non esclusi)», spiega il Comitato Parchi fondato da Franco Tassi ed ex direttore del Parco nazionale d'Abruzzo, «di quello che era stato considerato per lungo tempo il più antico, conosciuto, amato e apprezzato Parco Nazionale d'Italia: il Parco Nazionale d'Abruzzo».

Il Comitato è rimasto da solo a parlare ancora di questa vicenda, «nell'assordante silenzio di molte altre Associazioni (sedicenti) ambientaliste», dicono dal coordinamento e vuole ora dimostrare «come lo smantellamento dell'ex “Parco pilota” risulti ormai praticamente completato, senza che nessuno, nella comunità scientifica o nei mezzi di informazione, nel mondo culturale o nei gruppi ecologisti, abbia mai alzato un dito, o emesso qualche flebile gemito, per tentare di impedirlo, o almeno di arginarlo».

Secondo il Comitato, l'impresa più recente e vistosa del Parco è stata la soppressione di fatto del Centro Internazionale di Villetta Barrea, «una struttura che sembrava destinata ad ospitare non soltanto un Centro Visita di grande richiamo, ma anche un Ostello della Gioventù aperto al miglior Volontariato italiano ed internazionale, ed una Sede ideale per tutte le Attività e le Manifestazioni culturali: artistiche, musicali, folcloristiche e sportive».
Stessa sorte anche per il Centro Camoscio di Opi, «ormai in abbandono completo nonostante le vibrate proteste del Comune, e dell'adiacente Area Faunistica, vuota da anni senza ragioni plausibili, mentre il Parco avrebbe dovuto ricostituirvi un piccolo branco di Camoscio d'Abruzzo, la più grande attrazione eco-turistica del villaggio».
Sembra invece caduto nel vuoto il discorso legato al centro Foresta di Val Fondillo, da tempo programmato e molto atteso, non si parla neppure più.
Il Comitato Parchi ricorda che Opi era stato il primo tra tutti i Comuni abruzzesi, ottantacinque anni fa, a cedere in affitto ai promotori del Parco la cosiddetta Costa Camosciara, «vale a dire la parte più inaccessibile della montagna, dove all'epoca si rifugiavano gli ultimi camosci sfuggiti allo sterminio».
Le ragioni di questa progressiva autodistruzione sembrano assai ardue da comprendere, e ancor più difficili da spiegare.
«Prendendo ad esempio il caso di Opi», illustra l'associazione ambientalista, «il rifiuto di riportare i camosci appare un mero atto di ostruzionismo, perché il Parco, grazie all'impegno della precedente gestione, dispone attualmente di una ricca popolazione di tali ungulati. Questi animali, in passato generosamente ceduti anche agli altri nascenti Parchi Nazionali d'Abruzzo, sono ormai fuori pericolo in Abruzzo».
Proprio di questi giorni la notizia che l'ultimo censimento alla Maiella ne ha contati oltre 300 individui, discendenti dei 30 introdotti negli Anni Novanta; una decuplicazione che ha l'effetto di superare largamente ogni più rosea previsione.

La scorsa estate lo Zoo di Monaco di Baviera, in virtù dell'antico Gemellaggio e dei precisi accordi con la precedente Direzione del Parco si era assunto l'onere di allevare il camoscio appenninico, studiarne biologia e parassitologia e farlo conoscere meglio al grande pubblico europeo. Lo Zoo ha continuato la restituzione dei giovani, inviando tre individui in ottima salute che tutti pensavano destinati all'Area Faunistica di Opi. «Invece se ne sono perse le tracce», racconta il comitato Parchi, «e da successive indagini svolte superando incredibili cortine di silenzio – l'opacità più cupa sembra infatti aver sostituito la trasparenza d'un tempo – sembrerebbe che i poveri animali, trasportati segretamente in località lontana dal Parco, siano quasi tutti morti in circostanze ancora da chiarire».

Se si aggiungono a questo fatto le molte lacune e contraddizioni nella gestione e nell'informazione faunistica, le stragi di orsi, lupi e cervi degli scorsi anni, le enormi carenze delle attività di sorveglianza e di contatto con pastori e visitatori, e il dilagare degli abusi di ogni genere – costruzioni, tagli illegali, invasioni di veicoli fuoristrada e di bestiame brado, bracconaggio, disaffezione del personale e via dicendo – non desta troppa sorpresa il fatto che del “Parco di eccellenza” non si parli quasi più. Persino la prestigiosa inclusione nella categoria dei Pan Parks, positivamente avviata fin dall'anno 1997, sia stata ormai di fatto soppressa.
«Sembra ormai difficile negare», dichiarano sconsolati gli ambientalisti, «che purtroppo il povero Parco, e con esso tutta la complessa realtà culturale, sociale ed economica collegata, stiano inesorabilmente precipitando in un profondo abisso, dal quale non sarà certo facile risollevarsi».

07/03/2006 9.42