Mobilità sanitaria passiva: l’accordo di confine è un bluff

Alessandro Biancardi

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Mobilità sanitaria passiva: l’accordo di confine è un bluff
ABRUZZO. «Per limitare i danni economici della mobilità passiva sanitaria ci salverà l’accordo di confine. E le prestazioni che comunque dobbiamo pagare alle altre Regioni, le potranno effettuare le cliniche private abruzzesi».

Fu questo l’asso nella manica del sub commissario alla Sanità Giovanna Baraldi e dell’ex assessore Lanfranco Venturoni per convincere gli operatori privati dell’Aiop a firmare i contratti 2010, accettando il budget e le condizioni particolarmente onerose con veri e propri aut aut del tipo: «se non firmate vi togliamo l’accreditamento».

 In effetti questo concetto dell’accordo che blocca i flussi in uscita dall’Abruzzo “suona” bene anche in questi giorni di esodi di massa ed evoca una specie di controllo degli emigranti per la salute: la Regione Abruzzo avrebbe dovuto attivare una diga normativa per limitare i danni economici provocati dai malati abruzzesi che si vanno a curare fuori a spese della Regione. Il recupero di queste prestazioni (spesso pagate anche di più rispetto alle tariffe abruzzesi) e di questa spesa che gravava e grava pesantemente sui costi della sanità abruzzese avrebbe compensato i tagli dei nuovi contratti. E così le cliniche avrebbero lavorato di più recuperando budget, arginando questi flussi ed effettuando queste prestazioni che comunque vengono pagate fuori. Ma l’accordo di confine si è rivelato una leggenda metropolitana: non c’è stato, non ci poteva essere e l’Abruzzo come tutte le altre Regioni lo sapeva bene.

In realtà che si potesse trattare di un bluff gli operatori della sanità privata lo hanno capito nel giro di un paio di mesi, quando i dati promessi su questa emorragia di pazienti non sono arrivati o sono arrivati solo parzialmente nonostante le richieste. E dell’accordo di confine si sono perse le tracce, soprattutto di quello con le Marche che è la Regione più vicina e più avvantaggiata dalla mobilità passiva, cioè da quelle prestazioni o da quei ricoveri che l’Abruzzo paga per i suoi malati visitati, ricoverati oppure operati nelle cliniche o negli ospedali marchigiani.

Prestazioni che potrebbero essere assicurate anche in Abruzzo, certamente con guadagno degli operatori privati, ma anche con indubbia ricaduta positiva sia per i mancati disagi degli abruzzesi costretti ai viaggi della speranza sia per una maggiore occupazione di infermieri e medici del territorio (e con qualche chiusura di meno di piccoli ospedali…).

PRESIDENTE REGIONE MARCHE: «L’ACCORDO DI CONFINE SULLA MOBILITÀ PASSIVA SANITARIA NON SI PUÒ FARE»

E mentre tutti si affannano a dire che i conti della sanità rischiano ancora il rosso proprio per l’aumento della mobilità passiva, nessuno ha saputo spiegare se questo famoso accordo c’è, se non c’è e perché non c’è stato: nessuna spiegazione ufficiale e nemmeno ufficiosa. Ogni tanto l’accordo di confine riappare quando si tratta di assicurare che tutto è ok e che tutto marcia ne verso giusto e sembra che solo la Puglia abbia accettato di disciplinare i flussi dei malati, ma la mobilità passiva verso questa regione è molto modesta. La verità è che forse la richiesta per un accordo di confine c’è stata (le iniziative dell’Ufficio commissariale sono come il segreto di Ustica…), ma l’accordo con le Marche non c’è e per il momento non ci sarà. E lo sa bene anche l’Ufficio commissariale abruzzese, perché la mancata sottoscrizione non dipende dalla simpatia di questa Regione confinante verso l’Abruzzo, ma da una disposizione nazionale. Lo dice proprio il presidente Gian Mario Spacca (Pd) che governa le Marche e c’è da dire con un pizzico di trasparnza in più avendo risposto anche velocemente a qualche domanda di PrimaDaNoi.it sia sull’accordo di confine sia sui controlli alle Cliniche.

Spacca lo dice chiaramente:«Sugli accordi di confine c’è da premettere che una decisione nazionale assunta in Commissione Salute, che dovrebbe essere nota a tutte le Regioni, ha indicato il percorso da seguire per gli accordi di confine. In particolare è stato sottolineato di “congelare” eventuali richieste di nuovi accordi in attesa della definizione di uno schema quadro nazionale, sottoscritto tra Ministero e Regioni, che dovrebbe essere utilizzato quale base per i futuri accordi di confine. Al momento, pertanto, è del tutto evidente che non si procederà a nessun nuovo accordo di confine, fatti salvi quelli in essere ancora vigenti, che dovranno comunque essere successivamente adeguati».

Per i controlli sulle strutture private accreditate, già dal 2004 -ha spiegato ancora a Pdn il presidente della Regione Marche- si effettuano controlli di appropriatezza nel rispetto delle norme nazionali in materia, norme con le quali si estendono i controlli ad almeno il 10% dei ricoveri, ponendo attenzione a potenziali fenomeni ritenuti a rischio di inappropriatezza organizzativa o clinica.

 Cioè? Sembra chiaro tutti i progetti di blocco e quindi di recupero della mobilità sanitaria passiva si basano sul nulla se si appoggiano a questo tipo di accordo che non si può fare.

Sebastiano Calella  21/03/2011 8.47