Viaggio all’interno della delinquenza minorile

Alessandro Biancardi

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  L'INTERVISTA. «Il 70% dei minorenni che compie reati ritorna “sulla retta via”, lasciandosi alle spalle un incidente di percorso più o meno grave». A parlare è Federico Eramo, giudice del Tribunale dei minori dell’Aquila, che ha dedicato la sua vita alla rieducazione dei soggetti in difficoltà.



 


L'INTERVISTA. «Il 70% dei minorenni che compie reati ritorna “sulla retta via”, lasciandosi alle spalle un incidente di percorso più o meno grave». A parlare è Federico Eramo, giudice del Tribunale dei minori dell'Aquila, che ha dedicato la sua vita alla rieducazione dei soggetti in difficoltà.


I minori sono tutti i giorni protagonisti della cronaca: scippi, rapine, spaccio di stupefacenti.
Ma cosa succede a questi giovani una volta che si trovano davanti alla giustizia?
Lo ha raccontato a PrimaDaNoi.it Federico Eramo, giudice per le udienze preliminari del Tribunale dei minori dell'Aquila

Giudice Eramo, cosa spinge un minore a compiere un reato?
«Molto spesso è il sintomo di una condizione di disagio, assurdo ma vero, si evolve con i tempi e con le tendenze. I reati in cui più spesso vengono coinvolti i minori sono i furti e lo spaccio, per lo più di hashish. Il furto che va per la maggiore, fino a qualche anno fa aveva come “oggetto del desiderio” prevalente il motorino, che ha passato invece il triste primato al telefonino cellulare».

Perché allora si ruba?
«Quasi mai lo si fa per un reale bisogno. Molto spesso dopo il furto di un telefonino un ragazzo dice di averlo trovato per terra, di averlo acquistato senza sapere che fosse rubato e quindi si passa dall'incriminazione del furto a quello per ricettazione. Molto rari, invece, tra i giovani reati più gravi, come ad esempio gli omicidi. Nella nostra regione possiamo vedere come, a differenza della posizione geografica, il reato contestato sia diverso: nelle zone interne i reati che vanno per la maggiore sono furti e usura, sulla costa invece prevale il traffico di stupefacenti».

Ci può fare un identikit del minore che commette un reato?

«L'età dei minori coinvolti è tra i 14 e i 18 anni e sempre più spesso ci occupiamo di ragazzi diciassettenni, ad un passo dalla maggiore età. Sicuramente questi fenomeni coinvolgono molto di più i maschi (90%) rispetto alle femmine, perché da sempre la figura maschile è quella che ha il ruolo istigatore, come dicono tutti i criminologi. Il ceto di appartenenza è sicuramente quello medio basso, con famiglie disagiate alle spalle e il 50% dei ragazzi appartengono alle famiglie Rom».

Si riesce veramente a rieducare un minore?
«Dico con gran forza sì, si riesce. I primi passi sono quelli più difficili ma poi la strada è tutta in discesa. Noi seguiamo i ragazzi nel corso di tutto il procedimento e nella fase in cui vengono affidati all'istituto minorile. C'è una volontà di rieducarli e con molti di questi rimaniamo in contatto anche quando tornano alla loro vita comune».

Davvero? Vi vengono a trovare anche dopo?
«Sì, c'è ancora chi viene e chi manifesta stima e affetto, intravedendo nella nostra figura una vera e propria guida. I risultati sono confortanti, e soprattutto in realtà piccole come l'Abruzzo possiamo dire che l'80% dei minori ritornano alla vita normale e considerano il passaggio da noi “un incidente di percorso"».

Ma come si fa a decidere delle sorti di un minore che ha compiuto un reato?
«Le ipotesi sono differenti e cambiano, ovviamente, di volta in volta. Nel caso in cui il reato commesso sia lieve o occasionale si procede per irrilevanza del fatto e il minore viene riaffidato alla famiglia. C'è poi una seconda ipotesi in cui il ragazzo confessa e chiede di essere messo alla prova. In questo caso lo seguiamo per un determinato periodo, si impongono determinate restrizioni, come ad esempio un “coprifuoco stabilito”, fino all'udienza finale dove si dovrà valutare il pentimento reale e decidere se procedere a suo carico o estinguere il reato».

E quando le cose vanno male e c'è la condanna?
«Lo si invia nel carcere minorile, dove potrà rimanere fino al compimento dei 21 anni. Questo per i ragazzi è una grande opportunità perché evita il contatto con “criminali adulti”. Nel carcere minorile anche il personale è selezionato con lo scopo di rieducare il soggetto: le guardie carcerarie sono scelte con attenzione, spesso tra carabinieri che hanno lavorato con bambini, o guardie donne che dimostrino più sensibilità nei confronti del minore».

C'è una storia che le è rimasta più impressa?
«Nel 1996 condannai un ragazzino di Pescara a leggere per avere rubato dei libri: una lezione anomala per evitare il quasi certo rinvio a giudizio con l'accusa di furto. Alla fine il ragazzo dovette dimostrarmi anche di aver letto i 4 romanzi. Io ho una grande considerazione della lettura in genere poiché credo che possa lasciare un segno nell'animo di ognuno. Un furto di libri non può essere paragonato al furto di motorini».


Alessandra Lotti