Asl Teramo: benefici all’Anffas, accreditamenti raddoppiati ed una inchiesta da archiviare

Alessandro Biancardi

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TERAMO. Il pluricommissario Chiodi parla di «poteri forti» che governano la sanità, di controlli serrati, cambi di rotta e firma una convenzione con i carabinieri perchè non ci siano dubbi.

TERAMO. Il pluricommissario Chiodi parla di «poteri forti» che governano la sanità, di controlli serrati, cambi di rotta e firma una convenzione con i carabinieri perchè non ci siano dubbi.

Il subcommissario Baraldi parla di «illeciti palesi» e persino di «corruzione» (non quella presunta delle inchieste di Sanitopoli) ma cose fresche che stanno continuando ancor oggi a mangiarsi la sanità abruzzese.
Se queste sono le premesse delle fonti autorevoli, raccontare questa storia può servire per capire in che modo i soldi della sanità vengono spesi. E siccome non ci sono decisioni che possano far pensare il contrario tutto deve ritenersi regolare.
Se non altro qualcuno potrebbe intravedere “poteri forti”, qualcun altro qualche illecito, altri ancora addirittura una “associazione a delinquere”.
E’ la storia della assistenza sanitaria e riabilitativa che la Asl di Teramo affida ad una Onlus, l’Anffas che opera dal 2002 ed ha come finalità l’assistenza sociale e socio-sanitaria che svolge nel centro di Sant’Atto di proprietà della Asl. Una struttura importante che assiste moltissime persone e nella quale lavorano molte persone con grande professionalità.
Una storia che comincia da lontano ed è fatta di rapporti di amicizia, di conflitti di interesse, di burocrazia veloce, di  qualche stranezza di troppo e di una progressiva crescita che dura ancora oggi. Crescita dovuta esclusivamente all’erogazione di fondi pubblici.
Il sospetto che l’associazione senza fini di lucro sia stata agevolata attraverso un riparto del budget assistenziale non in linea con i principi di solito adottati, è stata una delle tesi che ha animato una inchiesta partita nel 2009 e coordinata dalla procura di Teramo e destinata all’archiviazione.
Originariamente l’Anffas era accreditata per 40 prestazioni semiresidenziali, 50 ambulatoriali individuali, 50 ambulatoriali di gruppo, 10 domiciliari che complessivamente costituivano un budget massimo finanziabile di 1.600.000. Lo stabiliva la delibera regionale  1761 del 29 dicembre 2000.
L’inchiesta della Guardia di finanza dallo studio di una copiosa documentazione ottenuta ha potuto constatare il raddoppio improvviso del budget con forti dubbi sui titoli vantati da un certo punto in poi.
Quel “certo punto” è da ritrovare, sempre secondo la ricostruzione che emerge dalle carte dell’inchiesta teramana, nella delibera  regionale 205 del 2005 che «attribuisce all’Annfas -ma anche ad altre istituzioni di carattere sanitario- un valore di budget superiore al massimo esistente».  In realtà quella delibera riesce ad aumentare il budget a quasi tutte le strutture riportate nell’allegato.
Il risultato per l’Anffas di Teramo? 150 ambulatori individuali (+200%), 50 ambulatori di gruppo (invariato), 50 domiciliari (+400%), 60 semiresidenziali (+50%), pari ad un fatturato annuo del 2008 di 3.264.000 euro, esattamente il doppio di prima. Pur non avendo il Centro in questione un numero di prestazioni giornaliere autorizzate ed accediate -alla data del documento- da giustificare questa capacità produttiva.
In data 27 agosto 2008 il legale rappresentante dell’Anffas onlus di Teramo, il dottor Ercole D’Annunzio, chiede alla Asl di Teramo un adeguamento dell’accreditamento in conseguenza di nuovi fatti sopravvenuti: per esempio l’ampliamento della struttura in cui opera la onlus aumentata fino a 550mq e la stessa delibera regionale 205 del 2005 che accreditava “di fatto” il centro di Sant’Atto per un budget di 3,2mln.
Secondo gli inquirenti, dunque,  dopo la delibera di giunta regionale che “legittimava” in qualche modo lo sforamento, la onlus chiedeva un atto formale alla Asl che aveva il potere di distribuire territorialmente il budget per per mettersi in regola.
Atto puntualmente arrivato dopo poco tempo dalla richiesta, forse con troppa fretta, e firmato dal dirigente Gerardo Galasso (la determina dirigenziale del 26 novembre 2008) che prende atto della delibera regionale del 2005 ed aumenta le specialità accreditate, così come richiesto dalla associazione senza scopo di lucro.
Un atto dirigenziale che tiene conto anche di alcune ispezioni effettuate sul luogo.
Se prima di questo atto si parlava di “sforamento”, poi, con l’intervento della Asl il budget diventa formalmente regolare. Con un valore doppio rispetto a prima. Stessa sorte, tuttavia, non hanno avuto altre richieste dello stesso tenore di strutture concorrenti.
«Detta situazione tuttavia», annotano sempre i finanzieri, «non è passata inosservata e nel 2008 un provvedimento del dirigente della Azienda sanitaria, il dottor Galasso, ha accolto in maniera formale, anche se irrituale, le richieste dell’Anffas con, a parere degli scriventi, gravi e consapevoli violazioni da parte di tutti gli organi coinvolti nel processo decisorio».

L’AFFITTO DEI LOCALI ED I LAVORI

Un ruolo importante dell’indagine è dato anche dall’affitto dei locali utilizzati dall’Anffas per il centro iperbarico di Sant’Atto e dai lavori di ampliamento della struttura di proprietà della Asl di Teramo. La struttura è divisa in più parti e consta di un corpo principale e di uno che viene definito “ampliamento”.
I rapporti tra Anffas e Asl -secondo quanto emerso dalle indagini- sarebbero iniziati nel 2001 con la concessione a titolo gratuito di parte dei locali. Il contratto venne sottoscritto con scrittura privata per il periodo 2001-2006. L’attività iniziò materialmente nel 2002 grazie anche ad un finanziamento della Tercas per l’adeguamento dei locali.
Nel 2004 i locali, poi, sono soggetti ad un ampliamento (lavori naturalmente pagati dalla Asl proprietaria 400mila euro)  ed anche i nuovi locali ricavati sono stati affidati in comodato gratuito alla stessa associazione.
Dunque riassumendo: per almeno 5 anni l’Anffas ha usufruito gratuitamente dei locali ristrutturati dalla Tercas, ha goduto dei lavori di ampliamento costati 400mila euro pagati dall’Asl. Dal 2006 il canone di locazione complessivo ammonta a 18.301 euro.
Gli inquirenti si domandano anche quali criteri siano stati adottati dalla Asl per la scelta del conduttore e ipotizzano che forse una gara pubblica non ci sarebbe stata male.

LE DATE ED I REQUISITI: I SOSPETTI DEI FINANZIERI

L’Anffas chiede di essere autorizzata all’apertura e all’erogazione di prestazioni per conto del servizio sanitario il 13 luglio 2000 mentre il contratto di comodato d’uso  è del 2 aprile 2001. 
«Già da questa prima istanza», annotano gli inquirenti, «non è comprensibile come la onlus abbia potuto avanzare una istanza di autorizzazione all’esercizio della attività sanitaria senza ancora avere formalmente titolo sui locali e senza che gli stessi fossero pronti». Un mese dopo la richiesta della associazione la Asl e Tercas stipulano l’accordo per l’adeguamento dei locali.
Secondo gli investigatori la onlus aveva già stretto accordi informali ed era in qualche modo sicura di ottenere i locali e dunque si era mossa di conseguenza: prima gli accordi e poi le carte.
La stessa logica i finanzieri la trovano anche nella richiesta alla Asl per regolarizzare “l’accreditamento di fatto” stabilito dalla Regione, cosa che avviene (illecitamente secondo gli inquirenti).

CONFLITTO DI INTERESSE

In poche righe gli inquirenti descrivono anche il conflitto di interessi che investe il dottor Ercole D’Annunzio, legale rappresentante dell’Anffas che è anche direttore dell’Unità operativa complessa di medicina legale presso la Asl di Teramo.
«E’ in una situazione paradosale», annotano ancora i finanzieri al pm, «perchè D’Annunzio contratta con il suo collega della Asl, Valerio Profeta, l’importo delle prestazioni che la sua onlus annualmente deve erogare in regime di convenzione, in violazione a principi di prudenza e tutela della Pubblica amministrazione, omettendo di rinunciare alla carica».
In poche altre righe gli investigatori ricordano anche la natura non economica della Anffas secondo i quali le attività sanitarie accreditate sarebero a tutti gli effetti «“attività connessa” e per questo i relativi proventi non possono superare il 66% delle spese complessive sostenute».
Ma con un budget di 3,2 mln di euro per una attività connessa -e non dunque principale- per i finanzieri la cosa appare strana e propongono al pm di approfondire la cosa ipotizzando anche il reato di «associazione a delinquere».
Di diverso avviso è, invece, il pubblico ministero, Bruno Auriemma, («non risultano violazioni di legge») che chiede al gip di archiviare non ravvisando opportuno nemmeno concedere una proroga alle indagini. Sugli stessi fatti, scrive il pm nella sua richeista di archiviazione, vi sono già state altre indagini simili che sono giunte all’archiviazione.
La decisione da mesi pende al gip.

a.b.  02/03/2011 9.24