Dalla guerra di clan nel napoletano al traffico di droga in Abruzzo, la seconda vita del boss

Alessandro Biancardi

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L'AQUILA. In Abruzzo, anche a seguito del sisma del 6 aprile 2009, l'attenzione è ai massimi livelli.

L'AQUILA. In Abruzzo, anche a seguito del sisma del 6 aprile 2009, l'attenzione è ai massimi livelli.

E l'arresto di ieri, nell'ambito dell'operazione “Neapolis”, che ha decapitato una organizzazione dedita al traffico di stupefacenti, ha fatto capire (se mai ce ne fosse ancora bisogno) che l'Abruzzo è diventato terreno fertile per la criminalità organizzata.

La regione viene spesso considerata una zona tranquilla dove portare avanti attività illecite di un certo livello. Una regione dove affiliati dei clan camorristici si trasferiscono dopo anni intensi per ripartire da zero non certo per una vita diversa o migliore. Da sempre la nostra regione -anche per decisione delle istituzioni competenti- è stata meta preferita per i vari soggiorni obbligati di chi doveva scontare pene per reati associativi gravi. Anche pentiti o collaboratori di giustizia sono stati spesso spediti in Abruzzo per far perdere le loro tracce. In molti casi però queste scelte si sono rivelate un vero boomerang poiché chi veniva spedito in Abruzzo in realtà costituiva una testa di ponte per ricreare quel cancro che si voleva estirpare.

E ieri lo ha detto con chiarezza anche il procuratore distrettuale antimafia de L'Aquila, Alfredo Rossini: «le attività di origine mafiosa dal sud Italia si stanno trasferendo all'Aquila per creare qui una situazione di sfruttamento del territorio».

L'arresto del capo clan del Rione Traiano, Salvatore Puccinelli, alias "Totore straccetta", finito ieri in manette con altre 17 persone per un traffico di droga tra l'Abruzzo e la Campania è l'ultima prova evidente.

«Alcuni clan scelgono di lasciare la Campania - ha spiegato il sostituto procuratore, David Mancini - e si insediano in altre regioni, come ad esempio l'Abruzzo, per avere maglie più larghe per operare. In questo caso l'asse Napoli-Pescara è stato interrotto da una lunga indagine del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Pescara e Napoli».

E quella di Salvatore Puccinelli è una figura chiave dell'operazione di ieri: capo dell'omonimo clan camorristico è stato arrestato insieme ad Agnese Savarese, fedele compagna.

L'uomo dal 2009 era sottoposto al regime di sorveglianza speciale con obbligo di dimora a Montesilvano, dove aveva trasferito la sua residenza insieme a moglie e figlio. A quanto pare aveva solo cambiato casa ma non attività. Con i familiari, infatti, aveva messo su un’organizzazione costituita da capi e gregari incaricati di reperimento, detenzione, trasporto e cessione di grandi quantità di cocaina. Le sostanze stupefacenti venivano acquistate a Napoli ed erano destinate ai tossicodipendenti delle province di Pescara e Teramo.

In manette, con lui, anche Agnese. «Lei non spara», si legge in un articolo del 1992 quando venne arrestata insieme al marito e altre 25 persone al termine di una inchiesta sulla guerra di camorra che per mesi ha insanguinato i quartieri di Fuorigrotta, Soccavo e Pianura. Oltre 400 i carabinieri messi in campo per quella maxi operazione. Quattro, all'epoca, i clan in lotta: i Puccinelli, i Perrella, i Cocozza e i Lago.

«Di grinta ne ha, e come», Agnese, «quando i carabinieri dalla caserma la trasferiscono in carcere, insulta fotografi e teleoperatori. Quelli continuano a scattare e filmare e lei non ci pensa su due volte: si sfila una scarpa e la scaglia contro il gruppetto armato di Nikon e videocamere», si legge nelle vecchie cronache.

Il clan Puccinelli agli inizi degli anni '80 è confluito in un'unica organizzazione che faceva capo a Mario Perrella, il fratello di Nunzio Perrella, che sosteneva che «la monnezza è oro».

Poi arrivò la scissione dai Perrella, o meglio: i Perrella sono finiti quasi tutti dietro le sbarre ed hanno finito con il diventare collaboratori di giustizia. I Grimaldi li hanno scavalcati nel controllo del territorio. E quindi dei pusher. I Puccinelli hanno per lungo tempo rappresentato il vero potere camorristico nel Rione Traiano, dove gli è rimasta quella che si chiama "una nicchia di mercato", che è l'import-export di stupefacenti.

Poi con il trasferimento a Montesilvano l'attività è ripartita e si è geograficamente espansa.

Ma perchè hanno scelto l'Abruzzo?

«I mafiosi vengono e si stanno stabilendo qui, non con una struttura militare, ma per creare una situazione di sfruttamento delle conseguenze delle attività mafiose da altri posti», ha detto il procuratore Rossini. «Cercano i posti dove è più semplice lavorare», dove il terreno è ancora 'fertile' e non è stato già spartito tra i vari gruppi di potere.

«Dopo il terremoto», ha continuato Rossini, «dicemmo che c'era un tempo per preoccuparsi dei morti e un tempo per preoccuparsi delle invasioni delle organizzazioni criminali che cercheranno di prendere questi quattro soldi, se questi quattro soldi verranno, che servivano per la povera gente che ha perso la casa. Purtroppo è stato così. Questa situazione di spostamento di mafiosi veri e propri che arrivano qui con altre finalità e si vogliono stabilire qui controllando economicamente il territorio deve essere affrontata immediatamente e con rigore. Speriamo che con la dura opposizione delle forze dell'ordine se ne vadano a lavorare da qualche altra parte».

Alessandra Lotti  17/02/2011 9.53