Petrolizzazione in Abruzzo, professor Angelucci: «ecco quali sono i rischi per la salute»

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. «Si può scegliere di estrarre e raffinare petrolio in Abruzzo, ma lo si deve fare sapendo che c’è il rischio di danneggiare significativamente la salute umana delle attuali e future generazioni».

Una presa di posizione netta quella del professor Domenico Angelucci, docente di Anatomia patologica all’università D’Annunzio di Chieti e responsabile del Registro Tumori della provincia di Chieti, che interviene nel dibattito sulla petrolizzazione in Abruzzo. Un intervento di carattere ‘medico’ quello di Angelucci che spiega ed elenca i rischi per la salute connessi all’estrazione del petrolio.

Il docente parte dal presupposto che nella nostra regione il petrolio estratto è di tipo fangoso e deve essere necessariamente depurato “in loco” dalla componente solforosa, altrimenti è intrasportabile perché altamente corrosivo.

Per effettuare questa operazione è necessario un processo di idro-desolfurazione (separazione del petrolio dallo zolfo) che dovrà necessariamente avvenire già nell’area di estrazione. Un processo che comporta (legge di Lavoiser) che tutto lo zolfo estratto col petrolio, e da quest’ultimo separato, non potendo sparire, verrà immesso nell’atmosfera sotto forma di idrogeno solforato, di biossido di zolfo, di nitriti, di monossido di carbonio, di polveri fini e ultrafini e di composti volatili organici.

«E’ certo, perciò - spiega il professor Angelucci - che queste immissioni provocheranno un inquinamento ambientale. Gli esseri umani esposti a tali ‘veleni’ subiranno danni acuti (all’apparato respiratorio, alle congiuntive o intossicazioni) e cronici (all’apparato cardio-respiratorio, alla vescica e all’encefalo)».

Gli inquinanti atmosferici agiscono in modo differente a seconda della tipologia della popolazione, sostiene ancora il docente. I rischi maggiori sono per i bambini - che mostrano aumento di incidenza di asma e di crisi asmatiche - per gli anziani, per le persone affette da malattie cardiache, polmonari e renali, per i diabetici, per le persone che lavorano o fanno sport all’aperto e per gli utilizzatori di alcuni farmaci.

«Uno dei maggiori responsabili, forse il più importante, di queste patologie – aggiunge l’anatomista - è rappresentato dalle polveri sottili o particolato (pm), che sono una miscela di sostanze organiche e inorganiche di dimensioni ridottissime che restano sospese nell’aria».

Tra i danni maggiori che le Pm posso provocare vi sono anche i tumori. Diversi studi hanno infatti dimostrato che l’esposizione a polveri sottili aumenta la mortalità per tumore polmonare, senza, tra l’altro, essere in grado di indicare una soglia (concentrazione) di non pericolosità, analogamente a quanto accade per il fumo di sigaretta: chi è in grado di stabilire con certezza quante sigarette al giorno si possano fumare senza correre rischi di danni alla salute?

«Allo stato attuale – aggiunge tra l’altro il professor Angelucci - alcune evidenze permettono di affermare che questo tipo di Pm è veramente pericoloso non solo a livello polmonare, ma anche a carico del sistema cardiovascolare, cerebrale ed epatico».

Partendo da quest’osservazione è stata anche suggerita l’ipotesi di un rapporto di diretta proporzionalità tra maggiore grado di industrializzazione, inquinamento da nanoparticelle e aumento d’incidenza della malattia di Alzheimer.

«E’ ovvio – puntualizza Angelucci - che la scelta sulla petrolizzazione è politica e compete agli amministratori regionali a nazionali. Quello che non dovrebbe essere accettato è la mistificazione della realtà. E’ scientificamente corretto parlare di “Coltivazione dei giacimenti e la tutela ambientale”? Oppure si tratta – conclude lo studioso - di una frase ‘ambigua’ che può lasciare intendere che coltivare petrolio è come coltivare vegetali e, dunque, non c’è pericolo per l’ambiente».

Petrolio e vegetali, ha spiegato il professore, non sono certo la stessa cosa.  

11/02/2011 10.30