Arit, 40 precari scaricati, altri dentro: gli effetti perversi del clientelismo e delle casse vuote

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Si moltiplicano le voci e le proteste per quelli che spesso vengono definiti “precari” della pubblica amministrazione e che per norme restrittive sono stati selezionati e scremati.

Alcuni anche fra gli storici collaboratori con contratto a tempo determinato di enti pubblici o enti strumentali sono rimasti fuori dalle proroghe o dalle stabilizzazioni.

Variano anche i criteri per la stabilizzazione e per i concorsi che possono favorire la stipula di contratti a tempo indeterminato.

Oggi si registra la protesta dei precari dell’Arit, circa 40, cioè quelle persone che a vario titolo e con varie specializzazioni sono state chiamate a collaborare per l’ente strumentale. In che modo è difficile dirlo ma di certo di questi tempi è difficile riuscire a collaborare o avere un contratto, anche a termine, se non si viene “caldamente proposti”.

Sta di fatto che a causa dello sperpero del passato, del clientelismo e di altre pessime pratiche i soldi sono sempre meno ed il passivo di bilancio regionale è enorme per cui sono subentrate nuove regole restrittive che riguardano il personale.

Il presidente Chiodi è stato chiaro ed ha promesso nuove regole, la cancellazione totale del clientelismo e l’introduzione di un concetto nuovo: la meritocrazia.

E la situazione dell’Arit è forse paradigmatica delle contraddizioni interne che riguardano sia il nuovo assetto dell’ente, sia l’abbandono di chi non può essere più “sponsorizzato”.

Solo qualche settimana fa l’assessore al personale Federica Carpineta rispondendo ad una interrogazione del consigliere Pd, Ruffini, aveva detto:«Ruffini pensa di vivere ancora in un'altra epoca, quella degli sprechi, quella delle clientele, quella delle assunzioni senza copertura finanziaria, quella che, purtroppo per lui, è tramontata con la caduta dell'ex governo regionale».

Parlava dell’Arit con accuse gravi che lasciano intravedere ed ipotizzare scenari senza mai specificarli. 

Oggi protestano i precari dell’Agenzia regionale per l’informatica e la telematica, l’ente strumentale che doveva diventare un fiore all’occhiello e far decollare la regione dal punto di vista tecnologico e che di fatto è stato affossato da gestioni politicizzate che l’hanno fatta inciampare molte volte. D’altro canto il controllo spesso labile e superficiale della Regione non ha impedito lo sperpero di denaro pubblico a vantaggio di lobbies (come ampiamente documentato da moltissimi articoli di PrimaDaNoi.it degli ultimi tre anni).

Tutti contenti quando si ha libertà di manovra, meno quando bisogna fare in conti con le conseguenze.

Ma la domanda che i 40 collaboratori scaricati si fanno ha una logica granitica: come farà l’ente a “produrre” ugualmente senza poter contare su 40 unità?

Delle due l’una: o non servivano prima ed erano unità superflue (in questo caso qualcuno dovrebbe spiegare…) oppure con 40 persone in meno bisognerà per forza di cose ammettere un calo di produzione e problemi di organizzazione del lavoro. A proposito cosa produce attualmente l’Arit?

Al momento gli assunti sono 15 ma la pianta organica ne prevederebbe 47. Si risparmia ma a quali costi?

C’è poi l’incongruenza di alcune assunzioni effettuate lo scorso 15 dicembre, una selezione che ha spaccato parte dei collaboratori: da una parte i graziati e dall’altra i “disgraziati”.

«Perché a coloro che restano fuori dall’Agenzia non è stata data la stessa possibilità di usufruire dei termini per poter concorrere alla stabilizzazione che invece è stata data solo ad alcuni che oggi sono stati assunti a tempo indeterminato presso l’ente?», si chiedono coloro che non hanno avuto i contratti rinnovati, «nulla contro coloro che ad oggi fortunatamente sono stati assunti nonostante le irregolarità sorte su queste procedure come riportato da atti redatti dai competenti uffici della Regione Abruzzo. Perché ancora esistono figli e figliastri in un ente che avrebbe potuto facilmente trattare tutti allo stesso modo visto il numero non esorbitante di figure professionali presenti nello stesso e che tra l’altro avevano tutti i requisiti richiesti per poter accedere alle procedure di stabilizzazione? Perché tutto questo?».

Verrebbe da pensare –sempre che le cose dette dall’assessore Carpineta rispondano al vero- che la sola risposta possibile sia “clientelismo” dovendo ipotizzare un clientelismo “forte” per chi è riuscito a rimanere ed un clientelismo debole per gli altri.

Così oggi i nodi vengono al pettine come quelle irregolarità di cui parlano i precari o certe pressioni psicologiche che solo oggi fanno intravedere sullo sfondo.

Anche questi sono i risvolti della poca trasparenza e delle amministrazioni sciatte di certi enti che hanno sempre operato all’ombra succhiando risorse immense spesso senza giustificare. Oggi i precari traditi rivendicano il posto di lavoro, il futuro e vogliono fatti mica le chiacchiere. Oggi si fanno i conti con le conseguenze.

04/01/2011 13.06