Sanità vergogna: dimissioni forzate per due pazienti in fin di vita

Alessandro Biancardi

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I DUE CASI. ABRUZZO. L’ennesimo trasferimento (o deportazione) a casa o in Rsa di un malato grave per un ictus, con catetere e alimentato con un sondino naso-gastrico, rischia di essere un altro elemento di un museo degli orrori.

I DUE CASI. ABRUZZO. L’ennesimo trasferimento (o deportazione) a casa o in Rsa di un malato grave per un ictus, con catetere e alimentato con un sondino naso-gastrico, rischia di essere un altro elemento di un museo degli orrori.

O di un elenco infinito di casi dove l’indifferenza della burocrazia Asl infierisce sui malati più deboli ed indifesi: purtroppo si trova sempre qualche commissione medica che segue pedissequamente la norma, senza far rilevare che è di fatto inapplicabile. Pochi giorni fa, ma capita quasi quotidianamente, un ricoverato nel Centro di riabilitazione ad alta intensità assistenziale di Villa Pini per recidiva di ictus cerebrale ischemico, è stato sottoposto a visita di controllo da parte della  Commissione di valutazione multidisciplinare della Asl di Chieti. Responso: dimissioni immediate, il paziente non ha titolo a restare ricoverato un minuto di più. Non è servito a nulla che il medico di reparto si opponesse perché il paziente non era in condizioni di essere dimesso poiché invalido, alimentato con sondino, con un catetere per le urine, incapace di parlare e sotto terapia specifica. Inoltre, non meno importante, la decisione era stata presa senza alcun preavviso ai familiari (che tra l’altro in questo caso erano impossibilitati per gravi e documentati motivi: ma di questo alla Commissione non interessava. L’ordine era di mandare a casa…).

 Sono iniziate allora frenetiche telefonate sia per rintracciare i parenti sia per trovare un posto letto disponibile in qualche struttura del territorio, ma senza esito. La soluzione tampone a fronte di una dimissione immediata e forzata da parte della Asl è stata quella – su sollecitazione dei familiari accettata dalla clinica - di farlo restare a Villa Pini (ma a pagamento visto il no della Asl al ricovero), in attesa di trovare una sistemazione diversa. Dopo due giorni, e molte telefonate, infine il trasferimento in ambulanza a Villa San Giovanni, tutto a spese del paziente.

Tralasciamo altri particolari dell’orrore, denunciati dal Tribunale del malato: sembra che i componenti  della Commissione abbiano parlato liberamente nella camera del ricoverato, non preoccupandosi affatto delle sue condizioni e soprattutto non pensando che il paziente, anche se non parlava era lucido e capiva tutto. Il che, a detta degli assistenti, ha provocato uno stato di agitazione tale da farlo svenire. Ci sarebbero voluti più di 40 minuti per tranquillizzare il paziente e riportarlo in una situazione stabile. Ora l’anziano dimesso in queste condizioni è ricoverato a San Giovanni Teatino con un costo giornaliero a suo carico di 55 euro.

Ma non finisce qui, riferisce il Tdm. Il giorno successivo al ricovero a pagamento nella nuova struttura “alberghiera” da 55 euro al giorno, la Commissione Uvm di Lama dei Peligni ha emesso una nuova decisione disponendo che il paziente era un ex art. 26 e quindi doveva restare in una struttura di riabilitazione estensiva, cioè doveva rimanere a Villa Pini.

Inoltre il paziente nel pomeriggio subito dopo il trasferimento ha avuto un attacco ischemico transitorio per effetto del quale dalla Rsa veniva portato al Pronto soccorso di Chieti e da lì ricoverato a Geriatria  per le cure del caso e per verificare se risponde alla terapie praticate. Come risparmio della Asl non c’è male…, come disagio del paziente, forse, sono stati superati i limiti della dignità umana.

 Sulla vicenda, raccontata dai familiari e verificata direttamente in clinica, secondo il Tdm sono possibili sviluppi giudiziari a carico dei “commissari” per valutare se le norme sono state applicate correttamente. Quello che non quadra in tutta questa storia, come nelle altre che ci sono state e che seguiranno, è che con il pretesto del risparmio a tutti i costi la Asl penalizza i malati più deboli, ma senza ottenere quei benefici promessi.

In sostanza infatti si spostano i costi della riabilitazione sull’assistenza ospedaliera (che tra l’altro sono molto più alti) e sui cittadini, quelli ai quali – secondo uno slogan consumato – «non si mettono le mani in tasca». Per uscire dall’ipocrisia, forse sarebbe meglio rendere nota una specie di “Schindler list” al contrario: lì si salvavano gli ebrei, qui si mandano a morire i più deboli.

PAZIENTE DI DRAGONARA DIMESSO: «DOVEVA ANDARE IN UNA RSA»

L'ex primario di geriatra dell'ospedale di Pescara, Carlo D'Angelo, oggi in pensione ci segnala quest’altro caso incredibile.

Lo scorso 27 dicembre è stato dimesso dalla Geriatria di Chieti il paziente C. R. di 80 anni di Dragonara, affetto da pluripatologia (Cardiopatia ischemica, insufficienza renale, diabete scompensato, ipertensione arteriosa, neoplasia polmonare, encefalopatia multi-infartuale etc.).

«Il paziente è stato dimesso in grave stato di disidratazione», racconta il medico, «incapace di alimentarsi normalmente, con un catetere venoso dimenticato nell'avambraccio sinistro e con segni di sofferenza cerebrale (respiro periodico). Tra l'altro portava un catetere vescicale».

D'Angelo ha visitato il paziente rispedito a casa: «l'unica cosa che ho potuto fare è stata quella di nutrirlo per via venosa e spiegare alla moglie (di età avanzata) come trattarlo a domicilio e come assisterlo. Ho evitato di rinviarlo in ospedale. Il paziente, per le sue condizioni generali di non autosufficienza, di famiglia e di difficoltà alimentari (perchè non è stato applicato un sondino naso-gastrico per nutrirlo?) avrebbe dovuto essere trasferito in una RSA, non a domicilio. La moglie, che non conosce questo suo diritto, asserisce che nessuno ha prospettato tale soluzione. Comunque, a distanza di quarantotto ore, il paziente è regolarmente deceduto. Questo è il presente della Sanità. Se non ci organizziamo, sarà anche il nostro futuro».

Sebastiano Calella  30/12/2010 10.12