Sanità, bufera su ospedale di Guardiagrele, punti nascita e malati oncologici

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. C’è qualcosa che non va nel rapporto Regione-cittadini quando si tratta di comunicare la sanità.

ABRUZZO. C’è qualcosa che non va nel rapporto Regione-cittadini quando si tratta di comunicare la sanità.

Si parli della sospensiva per la chiusura dell’ospedale di Guardiagrele, del Piano operativo taglia tutto, del nuovo buco da 360 milioni, delle nuove tasse sulla benzina o del prestito da 200 milioni, gli ultimi a sapere sono stati gli abruzzesi (e spesso solo per merito della stampa). E non sembra solo incapacità: l’impressione è che l’informazione parziale o negata serva solo ad orientare gli elettori, anche se non siamo in campagna elettorale. Pure il presidente Chiodi, evidentemente mal consigliato, cade in questa trappola e spende un comunicato per dare una lettura parziale sul blocco della chiusura dell’ospedale di Guardiagrele.

Dice il presidente: «il Consiglio di Stato ha disposto la temporanea sospensione del provvedimento sul Presidio di Guardiagrele con esclusivo riferimento agli atti che incidono sulla piena funzionalità del servizio di primo intervento (che sostituisce il Pronto soccorso, ndr) nonché sull’attrezzatura tecnologica necessaria».

 Dice il Consiglio di Stato:«Considerato il rilievo costituzionale del diritto alla salute, ed in vista dei possibili chiarimenti che potranno essere forniti nella sede collegiale, sussistono i presupposti per la sospensione del provvedimento impugnato (la delibera 45 di Chiodi, ndr) nella parte in cui dispone la disattivazione dell’Ospedale di Guardiagrele entro il 31 dicembre 2010».

  E fissa la discussione in camera di consiglio per il 14 gennaio prossimo (e non il 12 come scrive Chiodi). Chi ha scritto il comunicato della Regione non ha letto (eppure è pubblicata integralmente su Pdn) la sentenza del Consiglio di stato oppure ha preferito comunicare solo la contemporanea sentenza del Tar L’Aquila  che ha dato analoga (ma non sovrapponibile) sospensiva. Dice il Tar: «ritenuto che nella specie sussistono i presupposti per l’adozione del provvedimento cautelare, con esclusivo riferimento agli atti che incidono sulla piena funzionalità del servizio di Pronto Soccorso (P.P.I.), nonché sull’attrezzatura tecnologica necessaria per una diagnostica di primo intervento (concede la sospensiva) fino al 12 gennaio 2011, data in cui l’intera domanda cautelare sarà collegialmente trattata in camera di consiglio».

 Come dichiara l’avvocato Simone Dal Pozzo che ha seguito tutta la vicenda per la lista civica “Guardiagrele il bene in comune”, «la differenza sta nel fatto che il risultato al Tar (ottenuto dall’opposizione e dalla maggioranza insieme) appare del tutto inconsistente se paragonato all’efficacia assorbente del decreto del Consiglio di Stato. Se fosse stato per la decisione del Tar L’Aquila, i ricoveri sarebbero stati sospesi da oggi. E’ grazie al decreto del Consiglio di Stato che, invece, tutto resta bloccato fino alla decisione del 14 gennaio prossimo».

PUNTI DI PRIMO INTERVENTO E PUNTI NASCITA, LE NOVITÀ NASCOSTE

Insomma la verità, serve tutta la verità per capire cosa sta succedendo alla sanità abruzzese, vittima degli schemi rigidi del sub commissario Giovanna Baraldi che  viene a fare lezioncine sui Punti di primo intervento come sostituti efficienti del Pronto soccorso (però lo fa dire a Chiodi).

«Il Punto di Primo Intervento è la soluzione organizzativa di emergenza urgenza prevista dalla normativa vigente laddove gli accessi storici di un presidio ospedaliero siano inferiori ai 10.000».

 Spiegazione del tutto insufficiente e molto parziale, sia in riferimento alla natura del territorio abruzzese sia al fatto che le statistiche vanno interpretate e non sono come i polli di Trilussa: tutti mangiano un pollo, ma c’è chi ne mangia due e chi niente …. Infatti, se un ospedale viene privato di attrezzature tecnologiche o di reparti efficienti o se i reparti vengono ridotti è facile dire poi che ci sono pochi accessi.

Quindi meglio essere seri. Come è capitato per la chiusura dei Punti nascita, motivata con le linee nazionali che chiedono almeno 1000 parti l’anno ed una serie di attrezzature, oltre che la presenza della Neonatologia. Si deve essere d’accordo sul parto in sicurezza, ma forse era meglio creare le Neonatologie dove mancavano e non chiudere i punti nascita con meno di 1000 parti. Perché, a sorpresa, sulla stampa medica on line (Doctornews33) si parla delle nuove Linee di indirizzo per il parto sicuro che oggi approdano alla conferenza Stato-Regioni. Giovan Battista Ascone, direttore dell’ufficio Tutela della salute della donna del Ministero della Sanità (a margine del convegno nazionale della Società italiana di ginecologia e ostetricia su adolescenti e rischi legati a Internet) ha dichiarato: «le linee di indirizzo puntano tra l’altro alla riduzione e razionalizzazione dei punti nascita che registrano meno di 500 parti l'anno. Sono anche previsti standard organizzativi e tecnologici per uniformare i servizi di tutti i punti nascita sul territorio nazionale».

 Insomma sono 1000 i parti necessari per tenere aperto un Punto nascita o 500? La Clinica Santa Maria di Avezzano viene cancellata per i parti perché supera di poco il numero di 500. Un pò di chiarezza non guasterebbe anche in questo caso, perché a rischiare la chiusura è anche il punto nascita dell’ospedale di Ortona, con la conseguenza di un intasamento del reparto di ostetricia di Chieti che ha gli stessi posti letto di prima pur dovendo raccogliere il doppio o il triplo delle partorienti. A nessuno della Regione sembra interessare che nel reparto servono letti a castello e qualche sala travaglio in più, visto che le donne sono ammucchiate dappertutto (e non per colpa del personale o del primario).

IL TDM DENUNCIA:«TAGLIATA L’ASSISTENZA AI MALATI ONCOLOGICI»

Ma c’è un’altra nota dolente sull’adozione di provvedimenti pesanti che tagliano l’assistenza ai malati oncologici e ai candidati al trapianto. Anche in questo caso la comunicazione ufficiale della Regione ha fatto tilt e si è saputo solo per la denuncia del Tribunale del malato.  Aldo Cerulli, Tdm, contesta infatti il taglio all’assistenza a questi malati particolari avvenuto solo con una determina del Dirigente del servizio regionale di politiche della salute che ha ritenuto di sopprimere i benefici previsti dalla legge regionale.

«Può un dirigente sospendere una legge – si chiede Cerulli – prendendo a pretesto un regolamento sui Lea che non contempla l’assistenza specifica ai pazienti oncologici? E in più la decorrenza è dal primo gennaio. Faccio appello al presidente Nicoletta Verì: se c’è da tagliare, tagliate prebende e consulenze, ma non l’assistenza a questi malati».

Sebastiano Calella  16/12/2010 10.20