Sanità. Saia e Acerbo:«perché non sono stati recuperati 182mln di crediti?»

Alessandro Biancardi

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REGIONE. Va bene i debiti, le sorprese e le responsabilità ma ci sarebbero anche crediti che la Regione avrebbe già maturato e che dovevano essere riscossi da anni. Questo però non è avvenuto.

Nella relazione annuale della Corte dei Conti si rileva con chiarezza che:«la Regione non ha provveduto al recupero credito verso gli erogatori privati accreditati per complessivi 182,8 milioni di euro, con conseguente mancata copertura del disavanzo 2007 e precedenti».

Anche l’allora commissario Redigolo aveva segnalato che analogamente all’anno 2006, anche negli anni 2004 e 2005, «si era verificata la destinazione a funzioni diverse da quella sanitaria di quote del finanziamento ordinario destinato al servizio sanitario nazionale. Tavolo e comitato, pur nelle valutazione negative del comportamento della Regione, hanno rilevato che tale sottrazione ha trovato complessiva copertura nelle operazioni finanziarie pluriennali già adottate dalla Regione medesima anteriormente alla sottoscrizione del Piano, e che, pertanto, non comportava effetti sui saldi correnti del bilancio sanitario regionale»

Da tutto ciò si evince che i debiti degli anni precedenti erano stati già contabilizzati ed era stato predisposto il Piano di recupero attraverso i provvedimenti adottati dalla regione.

Lo fanno presente i consiglieri  Antonio Saia (Comunisti Italiani) e Maurizio Acerbo (Rifondazione comunista)  in una interpellanza presentata al consiglio regionale.

«Anche lo stesso Chiodi, commissario ad acta, »,dicono, «aveva segnalato un mancato introito di 101 milioni di euro relativo alla mancata  dismissioni degli immobili. Inoltre la finanziaria 2010 (L. 191/2009) e la successiva manovra correttiva (D.L. 78/2010) avevano stabilito che le Regioni commissariate dovevano provvedere  alla ricognizione dei debiti e potevano procedere alla redazione di un nuovo Piano di rientro che avrebbe consentito la fine del commissariamento ed il ritorno alla normalità».

Proprio sulla dismissione si era già parlato nei giorni scorsi come di una manovra necessaria e pure annunciata ma poi non messa in pratica dalla giunta per ragioni non chiarite.

Per questo i consiglieri chiedono a Chiodi di fugare dubbi e per quale ragione non si sia proceduto a recuperare i 182 milioni di euro dai privati accreditati («cosa che avrebbe permesso di togliere l’aumento delle addizionali IRPEF e IRAP, imposte agli Abruzzesi»).

«Chiodi deve dirci», scrivono Saia e Acerbo, «anche per quale motivo si continua ad insistere su un debito, dovuto alla distrazione di somme dalla quota relativa al Servizio sanitario regionale che era stata già contabilizzata, rischiando così di far pagare agli abruzzesi due volte lo stesso debito, che era stato già contabilizzato e per il quale era stata trovata la modalità di copertura, (attraverso gli atti predisposti che direttamente o indirettamente già gravano sugli abruzzesi!)».

Infine i consiglieri chiedono a Chiodi se non ritenga opportuno, per recuperare il mancato introito dei 101 milioni di euro che sarebbero dovuti entrare attraverso le dismissioni non attuate, «chiedere che sia lo Stato ad acquisire i suddetti immobili per poi utilizzarli per le numerose esigenze di carattere sanitario, sociale, abitativo e recettivo, che sono presenti nel nostro Paese, affidandole anche, se necessario,  in comodato agli Enti locali che hanno il compito di provvedere alle suddette esigenze».

Vista la situazione attuale i consiglieri propongono da un lato la redazione di un nuovo piano di rientro aggiornato e dall’altra di bloccare quello attualmente in vigore.

09/12/2010 13.49