Venturoni si dimette:«io colpito ingiustamente e linciato moralmente»

Alessandro Biancardi

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LANFRANCO VENTURONI

LANFRANCO VENTURONI

IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA. ABRUZZO. L’assessore alla sanità Lanfranco Venturoni si è dimesso oggi con una lettera inviata al presidente Gianni Chiodi.

 

Si chiude così il lungo braccio di ferro tra l’assessore indagato nell’ambito dell’inchiesta sui rifiuti insieme ad un’altra decina di persone tra cui due senatori del Pdl e l’imprenditore Rodolfo Valentino Di Zio.

Venturoni aveva chiesto di tornare in libertà dopo i giorni passati ai domiciliari ed in ultimo aveva fatto richiesta di revoca dell’obbligo di dimora (misura che persiste tuttora) ma il Riesame dell’Aquila ha invece confermato le restrizioni indicando Venturoni come il punto centrale dell’inchiesta che avrebbe permesso al monopolista abruzzese dei rifiuti di aggirare ogni forma di controllo da parte delle istituzioni pubbliche.

«Mi dimetto», scrive in una lettera al presidente della Giunta, Gianni Chiodi,«perché io oggi sono l' 'eletto'' che non può svolgere degnamente il ruolo al quale i suoi elettori l'hanno chiamato, perché costretto a restare confinato negli spazi di un orizzonte minimo...».

«So, con la più profonda delle certezze», continua, «di non aver mai messo la mia Regione, il mio presidente, il mio partito, i miei elettori e soprattutto il cognome della mia famiglia nelle condizioni di dover soffrire per una mia azione. Se oggi io non so attendere più é perché sono a corto di pazienza. Mi spazientisce il senso profondo dell'ingiustizia che sto patendo, il linciaggio morale che prescinde da ogni pur minima verifica, il gioco al massacro di chi deve, sempre e comunque, trovare il 'mostro' da sbattere in prima pagina, il malinteso giustizialismo servile di chi spera di lucrare un vantaggio, politico e personale, dall'altrui disgrazia».

L'ormai ex assessore regionale aggiunge però che «non è una resa, ma è la necessità di fare chiarezza, di offrire al mio presidente, al mio partito, alla mia gente, la conferma del mio considerarmi da sempre 'al servizio di...'. Logica vorrebbe che io restassi in silenzio, ad aspettare il correre degli eventi, a continuare a preparare i dettagli di una 'difesa' della quale continuo a non sentirmi obbligato, perché io so di non avere mai commesso un atto, non uno, per il quale io debba difendermi. Sento in queste ore la sofferenza attorno a me. Perché io, oggi, sono 'il cattivo', l'assessore regionale salito agli onori delle cronache nazionali per aver esposto, la sua Regione, a un 'nuovo scandalo' giudiziario, contribuendo a trasmettere dell'Abruzzo e di noi abruzzesi, un' immagine che non ci appartiene e che ci mortifica ingiustamente».

 L'ex assessore regionale alla sanità ribadisce di non essere attaccato alla poltrona: «Voi sapete quanto, nella mia storia politica, le "poltrone" siano state per me strumenti del fare, mai posizioni dell'apparire; così come sapete, fin troppo bene, con quanta facilità io abbia saputo imboccare la porta, quando sentivo venir meno la possibilità di agire per il Bene Comune. Così, arrivo allo scopo vero di queste mie righe, che è uno scopo che pretende l'ufficialità della parola scritta e la serietà degli atti certi, in un momento nel quale tutti sembrano impegnati a confondere la politica in un magma indefinito: io mi dimetto».

Venturoni rimane tuttavia consigliere regionale del Pdl. Le sue deleghe, invece, verranno prese dal presidente della Regione.

Il percorso sarebbe stato concordato con Chiodi e i vertici del partito. In questo modo Chiodi sarà commissario e assessore alla sanità. Il problema della eventuale sostituzione di Venturoni verrà affrontato domani nel summit sul rimpasto di Giunta tra Chiodi, il coordinatore del Pdl, Filippo Piccone, e il vice, Fabrizio Di Stefano.

22/11/2010 13.58

IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA

 Al Presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi

  Caro Gianni,qualcuno ha scritto che "attendere" è uno dei verbi della politica, ma tu mi mi conosci: io sono cresciuto, nella vita, nella professione e nella politica, nella certezza che il verbo fosse sempre e soltanto uno: fare. "Fare" nel segno della giustizia, della legalità, del rispetto delle regole, delle persone e delle leggi.

Per questo intuirai, tu che negli anni hai imparato a riconoscere anche i miei umori, quanto la vicenda della quale sono vittima, e non a caso non dico protagonista, ma ripeto, vittima, non sia per me solo un passaggio, un momento, uno scoglio di quelli nei quali, quando cerchi di tenere salda la rotta, può succedere di incagliarsi. Lo so che, in questo momento, logica vorrebbe che io restassi in silenzio, ad aspettare il correre degli eventi, a continuare a preparare i dettagli di una "difesa" della quale continuo a non sentirmi obbligato, perché io so di non avere mai commesso un atto, non uno, per il quale io debba difendermi. Così come so, con la più profonda delle certezze, di non aver mai messo la mia Regione, il mio presidente, il mio partito, i miei elettori e soprattutto il cognome della mia famiglia nelle condizioni di dover soffrire per una mia azione.

Eppure, in queste ore, quella sofferenza io la sento. Perché io, oggi, sono "il cattivo", l'assessore regionale salito agli onori delle cronache nazionali per aver esposto, la sua Regione, ad un "nuovo scandalo" giudiziario, contribuendo a trasmettere dell'Abruzzo e di noi abruzzesi, un'immagine che non ci appartiene e che ci mortifica ingiustamente. Io oggi sono "l'assessore" che non può svolgere degnamente il ruolo al quale il presidente della Regione l'ha chiamato, perché costretto a restare confinato negli spazi del proprio Comune. Io oggi sono "l'eletto" che non può svolgere degnamente il ruolo al quale i suoi elettori l'hanno chiamato, perché costretto a restare confinato negli spazi di un orizzonte minimo. Non è giusto. E non è da me. Per quanto, ho sentito il momento di non dover declinare più il verbo "attendere" e, presa carta e penna ho deciso di affidarti queste mie riflessioni.

Qualche anno fa, don Tonino Bello, scrisse: "Se oggi non sappiamo attendere più, è perché siamo a corto di speranza". Non è il mio caso. Se oggi io non so attendere più è perché sono a corto di pazienza. Mi spazientisce il senso profondo dell'ingiustizia che sto patendo, il linciaggio morale che prescinde da ogni pur minima verifica, il gioco al massacro di chi deve, sempre e comunque, trovare il "mostro" da sbattere in prima pagina, il malinteso giustizialismo servile di chi spera di lucrare un vantaggio, politico e personale, dall'altrui disgrazia. Mi spazientiscono le voci di tanti, di troppi. Mi spazientiscono anche i timori di poter dare di me, e del mio intendere la Politica quale servizio vero, quale missione "alta" dell'agire umano, solo l'immagine di un attaccamento ad un ruolo ed ad una poltrona.

Tu sai quanto, nella mia storia politica, le "poltrone" siano state per me strumenti del fare, mai posizioni dell'apparire; così come sai, fin troppo bene, con quanta facilità io abbia saputo imboccare la porta, quando sentivo venir meno la possibilità di agire per il Bene Comune. Così, arrivo allo scopo vero di queste mie righe, che è uno scopo che pretende l'ufficialità della parola scritta e la serietà degli atti certi, in un momento nel quale tutti sembrano impegnati a confondere la politica in un magma indefinito. Io mi dimetto. Con queste righe comunico formalmente al mio Presidente Gianni Chiodi la mia disponibilità a rimettere immediatamente nelle mani del Governatore le deleghe che vuole affidarmi. Non è una resa, la mia, non ne sarei capace per indole e formazione, ma è la necessità i fare chiarezza, di offrire al mio Presidente, al mio Partito, alla mia gente, la conferma del mio considerarmi , da sempre "al servizio di ...". E questo continuerò a fare: continuerò a battermi, tutti i giorni, per la giustizia, la legalità, il rispetto delle regole, delle persone e delle leggi. Perché non conosco altro modo di vivere.

Teramo, 22 novembre 2010

 

 Con affetto Lanfranco Venturoni