Sanità: tutti contro Chiodi, da Avezzano a Guardiagrele

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. «Niente. Ci tenevamo ad informarvi che le tante promesse dopo il dissesto finanziario di Angelini e dopo il fallimento, non hanno prodotto quasi niente per salvare la Clinica Santa Maria di Avezzano: questo “quasi niente” per noi significa la chiusura». *«IL SINDACO DI GUARDIAGRELE CHE HA DETTO SÌ AL TAGLIO DELL’OSPEDALE SI DEVE  DIMETTERE»

 

Si chiude così, in modo disincantato e molto pessimistico, la lettera che i dipendenti della Santa Maria hanno inviato a futura memoria per le inadempienze della politica regionale sul futuro della Clinica. Un intervento accorato, che cerca di squarciare il velo di silenzio che è calato sulla crisi di questa clinica. Si sa solo che il punto nascite sarà soppresso, un colpo mortale per questa struttura che registrava 500 parti l’anno, cioè un numero insufficiente per gli standard fissati dal Ministero che per consentire parti in sicurezza ne vuole almeno 1000 più la Neonatologia.

In questo deserto di idee in sanità, dominato dall’ossessiva ripetizione del verbo “tagliare”, solo il sindaco di Avezzano ha proposto un’utilizzazione della clinica “a supporto” dell’ospedale in crisi per le chiusure di Pescina e Tagliacozzo. Su questa proposta Antonio Floris ha potuto registrare la disponibilità del curatore fallimentare Giuseppina Ivone che si è detta pronta ad una conferenza dei servizi con il presidente Chiodi per stabilire come far lavorare la clinica.

L’idea del sindaco, però, pur meritevole di attenzione come palliativo temporaneo per superare la crisi, non sembra la più appropriata per dare alla Santa Maria un contenuto “commerciale” definitivo che la renda appetibile.

Ai dipendenti ed anche al curatore fallimentare interessa, ai fini della vendita e della conservazione del posto di lavoro, che la Regione offra un’attività stabile e remunerativa, altrimenti sarà molto difficile trovare un acquirente che investa i suoi soldi per un’attività di supporto che oggi c’è e domani chissà. Paradossalmente in questo momento, nonostante tutti i paladini politici marsicani e non solo, il posto di lavoro dei dipendenti è difeso indirettamente solo dalla curatela che non gioca al ribasso, ma tenta di strappare alla Regione valide alternative al punto nascite, compatibilmente con il tetto del budget assegnato. Un compito che però forse spetta alla politica che non dimostra di avere nemmeno un pò di fantasia nelle scelte sanitarie abruzzesi. Invece di appiattirsi sui tagli come soluzione, basterebbe leggere la stampa medica specializzata dove si tende a rovesciare il concetto che si ha della sanità come costo: al contrario è un’opportunità di investimento e si è dimostrato che i soldi investiti per due posti di lavoro ne generano almeno tre negli altri settori economici.

Insomma, invece, di chiudere la Santa Maria si potrebbe pensare di aprire la Neonatologia e di far dirottare nella Marsica le nascite delle regioni confinanti. Invece i dipendenti della Santa Maria si sentono abbandonati dalla Regione: non c’è stata nessuna difesa del punto nascite (eppure tagli di questo tipo non hanno prodotto risultati apprezzabili, vedi Guardiagrele e le conseguenze su Chieti che oggi registra 1700 nascite, ma ha solo 20 posti letto e mediamente 40 partorienti ricoverate per metà sulle barelle) e non c’è ancora il contratto per le prestazioni accreditate. Solo il destino della clinica è stato già deciso: non più le nascite, ma altre prestazioni ostetrico-ginecologiche ambulatoriali e specializzazioni diverse, non si sa quanto remunerative. E in Abruzzo, se sono veri i dati che con difficoltà vengono fuori, invece di far lavorare gli abruzzesi (cliniche private comprese), la Regione preferisce pagare la mobilità passiva che è aumentata a dismisura a causa della politica dei tagli delle strutture e del personale.

 AUMENTA LA SPESA PER CURARSI FUORI REGIONE.

 Su questa mobilità sanitaria passiva abruzzese fuori controllo si annuncia un’interrogazione parlamentare dell’onorevole Daniele Toto, oggi Fli, ma già in passato molto critico contro Chiodi per la sua gestione commissariale della sanità. Tra il 2007 e il 2009, ricorda Toto,  c’è stato un incremento del 20% della mobilità passiva da 111 a 132 milioni di euro. E’ evidente l’incapacità del sistema di far fronte alla domanda di prestazioni. D’altronde, innumerevoli sono stati gli episodi di cattiva offerta sanitaria, alcuni dei quali rimbalzati sulle cronache televisive nazionali. «Emblematico il caso della Asl di Chieti», spiega Toto, «dove è un’impresa prenotare mammografie, essenziali per la prevenzione e per il controllo della cura del carcinoma mammario, patologia per la quale la Camera dei deputati, quasi all’unanimità, ha approvato una mozione con la quale si è impegnato il governo a ogni iniziativa utile per supportare, rispetto alla sua prevenzione, le regioni inadempienti».

 Insomma i tagli selvaggi di strutture e personale fanno risparmiare dieci e fanno spendere 20, senza dire dei costi sociali e dei disagi dei malati abruzzesi costretti ai viaggi della speranza. Altro che risparmio: Marche, Lazio ed Emilia Romagna ringraziano … Ma c’è un aspetto poco noto ai più, secondo Toto: nella Finanziaria del 2010 c’era la possibilità «di superare il regime commissariale e di rientrare in quello ordinario regionale, presentando un nuovo piano di rientro concordato con gli abruzzesi». Ma Chiodi non lo ha fatto.

Se Futuro e libertà esce oggi allo scoperto sui guasti della politica sanitaria commissariata, le opposizioni da sempre sono state molto critiche contro Chiodi e ieri hanno protestato clamorosamente, abbandonando la seduta della Quinta commissione regionale sanità, dove era prevista l’audizione del vice commissario Giovanna Baraldi.

«Niente di personale contro di lei – dicono Rifondazione comunista, Partito democratico, Italia dei valori e Comunisti Italiani – ma a che servire sentire la spiegazione di decisioni già prese altrove? Chiodi, Presidente della Regione e Commissario di Governo ha sistematicamente omesso il confronto con il Consiglio Regionale, con Amministratori locali, con Sindacati ed Associazioni professionali, rivelandosi così arrogante e sprezzante, tanto da far rimpiangere il precedente Commissario Redigolo che pur aveva, in qualche occasione, accettato il confronto in Commissione. Del piano sanitario non ci piace il contenuto e non ci piace il metodo seguìto».

 Sebastiano Calella   18/11/2010 9.55

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«IL SINDACO DI GUARDIAGRELE CHE HA DETTO SÌ AL TAGLIO DELL’OSPEDALE SI DEVE  DIMETTERE»

  Un metodo sicuramente imposto a livello nazionale che ha spiazzato gli amministratori abruzzesi di centrodestra, dai consiglieri e dagli assessori regionali, a quelli provinciali ai sindaci che hanno vinto le elezioni dappertutto presentandosi come difensori dei piccoli ospedali e come paladini di un’assistenza sanitaria di qualità e si sono ritrovati l’imposizione di tagli di cui non sapevano nulla e che ora sono in grosso imbarazzo a difendere. Come capita a Guardiagrele, dove le opposizioni di centrosinistra sono scese in campo per chiedere le dimissioni del sindaco di centrodestra Sandro Salvi che ha dovuto subìre la chiusura del locale ospedale (contro cui si era battuto con forza) e che ora, forse per motivi politici, si trova a difendere una scelta impopolare e forse non condivisa. “Forse”, si diceva. L’opposizione, infatti, protesta in quanto durante l’iter del ricorso al Tar contro la chiusura del locale ospedale, sarebbero spuntati fuori documenti che testimoniano una certa “acquiescenza” del Comune alla chiusura dell’ospedale. Lo sostiene il gruppo consiliare di centrosinistra “Guardiagrele il bene in comune”, dopo aver consultato gli atti depositati al Tar L’Aquila che ha rinviato la discussione al giorno 1 dicembre.

«La città – dice l’opposizione – non merita un sindaco silente».

 Secondo la Asl i privati non sono titolati a ricorrere al Tar. La risposta dei ricorrenti è che ai cittadini spettano le stesse azioni che sono riconosciute ai Comuni e se questi non agisce, possono farlo i cittadini stessi. La Asl, però, ha adombrato il sospetto che il comune di Guardiagrele abbia fatto acquiescenza (cioè, abbia sostanzialmente rinunciato ad impugnare la soppressione dell’ospedale) con la conseguenza che anche i ricorrenti avrebbero perso il diritto ad impugnare l'atto. Ma c’è di più. E’ stato trovato un documento del 30 settembre 2010 nel quale il sub commissario Baraldi parla della costituzione di un “Gruppo di lavoro” tra Azienda, Regione e Medici di Medicina Generale, già associati nel Distretto di Guardiagrele, che propongono «un progetto pilota di ospedale di comunità che, in caso di risultati positivi, sarà replicato nei PTA della provincia».

 Insomma il sindaco sapeva che il “SS. Immacolata” sarebbe diventato un poliambulatorio gestito dai medici di famiglia in grado di soddisfare solo codici bianchi e verdi, «mentre ad oggi il ricorso del Comune non risulta ancora depositato». Altro che salvataggio dell’ospedale: il sindaco Salvi «si è visto costretto a chinare il capo di fronte ad un Direttore Generale che, a sua volta, non fa che avallare acriticamente le decisioni illegittime del commissario Chiodi e del sub commissario Baraldi». Nei documenti al Tar, secondo l’opposizione, c’è un’altra stranezza: «un’evidente contraddizione tra le affermazioni del manager Francesco Zavattaro, che nega l’esistenza di atti relativi ai progetti dei Medici di base, e quella della Baraldi che, invece, parla di un tavolo di lavoro tra Regione, Asl e Medici proprio per Guardiagrele. Salvi cosa dice? Ne è a conoscenza? Farebbe meglio a dimettersi». Insomma nella sanità abruzzese sembra proprio che non ci sono collegamenti tra i vertici romani che decidono e gli amministratori locali che queste decisioni debbono difendere. In realtà gli amministratori abruzzesi di centrodestra erano in buona fede nella difesa dei piccoli ospedali, a tradirli sono state le scelte imposte dall’alto. Pecunia non olet (il denaro non puzza), rispose l’imperatore Vespasiano al figlio Tito che non condivideva gli incassi dei gabinetti pubblici (i vespasiani, appunto). Evidentemente “pecunia non olet” nemmeno in sanità.

 s.c. 18/11/2010 9.55