Il colonialismo in salsa abruzzese e l’Apartheid "de noantri"

Alessandro Biancardi

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L’EDITORIALE. PESCARA. Se avete cinque minuti e voglia di disturbare il vostro intelletto alla ricerca di qualche risposta questa è la lettura che fa per voi.

C’è da domandarsi in che tipo di democrazia siamo finiti e che tipo di amministratori ci ritroviamo. Sono sempre di più le avvisaglie di pericolose manifestazioni di potere assoluto o se vogliamo di “colonialismo” della classe dirigente, refrattaria a certe regole di controllo diffuso. Sempre più spesso si assiste alla separazione netta tra chi governa con i suoi privilegi, gli agi e le ricchezze, i suoi molteplici diritti mentre gli altri, la gente comune, rimangono nettamente distinti e mutilati, segregati in un posto dove i diritti sono solo quelli che vengono concessi a libera interpretazione del regnante.

E per tutto questo non c’è indignazione, non c’è una serena riflessione, solo tifo, frastuono, distrazioni e fazioni che reagiscono a prescindere e difendono la loro fetta di potere. Benvenuti nel colonialismo abruzzese delle separazioni (Apartheid) sempre più nette tra amministratori e cittadini.

Da oltre una settimana PrimaDaNoi.it dopo più di tre anni è riuscito a leggere e pubblicare piccolissimi stralci dell’inchiesta sull’urbanistica a Pescara che, al di là degli aspetti tecnici e delle accuse penali, testimonierebbe in maniera chiara e semplice la vicinanza tra politica e imprenditoria a discapito del bene comune.

Non c’è molto da dire su certe conversazioni telefoniche e sulle promesse di certi consiglieri agli amici imprenditori che in cambio pagano e pagano. Piccole cifre, in verità -evidentemente è questo il valore di mercato- non le maxi tangenti che pure la procura presume, per esempio, nell’inchiesta Sanitopoli.

Alzi la mano chi ha letto su altri giornali le notizie pubblicate in questi giorni sull’inchiesta urbanistica. Perché né tv né giornali hanno ripreso l’argomento? Era poco interessante? Perché dopo anni dai fatti –con molta fatica- un piccolo giornale come il nostro riesce a trovare la forza per riuscire a leggere migliaia di pagine e grandi giornali non lo fanno?

Che legame c’è tra chi amministra ed i media? E’ vero, l’inchiesta ha accertato rapporti molto stretti tra l’ex sindaco D’Alfonso ed alcuni giornalisti, un rapporto di “amicizia” che sarebbe stato lecito se non si fosse trasformato in uno strumento per viziare l’informazione e modellarla a piacimento come pure hanno constatato gli inquirenti ad uso del potere. Sono stati pure accertati casi di giornalisti pagati da D’Alfonso che pure continuano la loro attività e sono molti di più quelli che si sono sperticati in pericolose e rischiose difese d’ufficio, in una critica legittima (ma finora sconfessata dai fatti) a tutto vantaggio dell’ex sindaco Luciano D’Alfonso persino arrivando a fare il decalogo dei dieci punti deboli di una inchiesta il giorno dopo gli arresti (quando nessuno aveva ancora letto le carte) e che finora nessun difensore ha ancora demolito. E’ grazie all’amicizia che si riesce a viziare l’informazione oppure c’è un interscambio di favori e utilità varie? Non è certo una novità nemmeno in Abruzzo trovare casi di informazione viziata a tutto vantaggio del potere che sia quello politico o economico. Questo ed altri silenzi hanno a che fare con questo intreccio di interessi?

Quello dell’informazione senza controllo né controllori è un dato fondamentale perché da questa dipende strettamente la democrazia. Che cosa sarebbe successo se le intercettazioni dei consiglieri che prendono soldi e chiedono appartamenti o sponsorizzazioni per un “giornale” (che leggono in poche centinaia di persone) in cambio di cemento e nuovi palazzi per far arricchire gli imprenditori fossero uscite prima delle scorse elezioni comunali a Pescara? In un sistema dove l’informazione fa il suo dovere e funziona sarebbe stata una cosa certa. In Abruzzo no.

Licio Di Biase o Vincenzo Dogali, per esempio, sarebbero stati eletti lo stesso? Di Biase sarebbe diventato presidente del Consiglio? Che cosa sarebbe successo se tutti i media, come capita per altri casi, avessero raccontato particolari di questa vicenda sui giornali, in tv, avessero contribuito a scavare per far conoscere? La politica come avrebbe reagito?

Che democrazia è, invece, quella che fa finta di nulla di fronte ad uno scandalo come quello delle presunte tangenti o, se si preferisce, del solo conflitto di interessi che mortifica ogni regola democratica e calpesta l’interesse pubblico? Che persone sono quelle che guardano dall’altra parte e non si pongono il problema di dimissioni doverose? Chi si distrae e rimane in silenzio può dirsi estraneo al sistema?

Il sindaco Mascia, già fervente sostenitore di principi come la trasparenza, la democrazia, la partecipazione, la legalità quando il suo rivale era D’Alfonso, perché oggi non salta sulla sedia? Ha chiesto spiegazioni a quei consiglieri che siedono in consiglio comunale? Perché non parla nessuno? E’ possibile che il sistema di omertà indichi un sistema di interessi comuni?

E’ vero quanto diceva in una chiacchierata l’imprenditore Primavera quando asseriva che da dieci anni ha pagato tutti? Tutti chi? E per ottenere che cosa? E’ vero che un solo consigliere (Fausto Di Nisio) denunciò il tentativo di corruzione per l’acquisto del suo voto in consiglio comunale? Possibile che nessuno intraveda l’enormità di tali affermazioni?

Che cosa vuol dire avere paura di parlare al telefono? Perché tanto panico per una inchiesta quando di solito le inchieste in pubblico vengono presentate come «normale controllo amministrativo nei confronti di chi fa»? Perché un sindaco deve ricevere persone e imprenditori fuori dal proprio ufficio o in un vicino albergo?

A cosa pensava precisamente Licio Di Biase quando, preso dal panico per l’inchiesta, pensò subito all’Aca? Che cosa fece all’Aca di così grave da poter “scatenare” una inchiesta? E perché lui diceva di essere pulito e che la colpa era tutta di Donato Di Matteo? A cosa si riferiva? E’ possibile che l’attuale presidente del consiglio, carica istituzionale tra le più elevate in città e di prestigio, conosca cose che non abbia denunciato?

Tutto questo ha a che fare o no con la democrazia e con il nostro sistema malato? Viene troppo facile pensare ad un sistema di potere che cresce sempre più nonostante i moltissimi scandali degli ultimi cinque anni, un nuovo colonialismo che non si spaventa nemmeno del deterrente delle sanzioni. In fondo i dominatori inglesi nel Sudafrica fino a venti anni fa non riuscivano nemmeno a concepire un concetto così alto come la trasparenza o il controllo diffuso ma loro erano “giustificati” perché lì non c’era nemmeno la democrazia.

Eppure è difficile trovare in certi atteggiamenti la figura di chi è investito dell’alto nobile valore della carica pubblica e di chi si adopera esclusivamente per gli altri. Penso a Chiodi e alla sua gestione del post terremoto, commissario con pieni poteri, poteri assoluti, preceduto da Bertolaso con gli stessi poteri che hanno annullano controlli democratici e trasparenza, penso a Chiodi commissario della sanità (idem con patate), penso a Chiodi con l’affaire Abruzzo Engineering che si muove nel sottobosco creato appositamente per poter operare un controllo sui conti e sulle magagne mentre fuori la gente comune nemmeno è a conoscenza che ci sono problemi nella società pubblica (il tutto mentre infuriano pericolosissime inchieste penali…)

Penso alla particolarissima Apartheid creata dal sindaco Mascia a Pescara che ha inaugurato il festival delle consulenze, festival che è continuato ben oltre quello dannunziano oppure alla recentissima emergenza pescarese: quella di diventare città europea 2012 come se non vi fossero altre priorità e per accaparrarsi nuovi finanziamenti. Andrebbe pure bene se si riuscisse ad evitare gli errori del passato (i Giochi del Mediterraneo), invece, applicando la regola del colonialismo puro (che presuppone l’esistenza di “schiavi”) si crea un comitato che utilizza soldi pubblici e le porte al controllo sono sbarrate. Segregazione pura quella operata dal primo cittadino nell’amministrare il Comune: dentro gli amici, fuori tutti gli altri. L’ultimo minimo esempio è la gestione della cena di ieri sera e la selezione degli ospiti dove l’occupante di turno (del Comune) decide tutto, anche gli  amici da far mangiare e divertire.

Se il metodo è questo si può anche presupporre (perché lo dicono loro) che la spesa (20mila, 90 mila forse più…) è gestita in maniera privatistica, senza gare e senza evidenza pubblica, si può anche presupporre che l’onnipresente Mirus, di Michele Russo, abbia avuto incarichi nello stesso modo. Lo stesso Michele Russo che è pubblico ufficiale nominato da Chiodi presidente della Gtm e che da privato gestisce milioni di euro di soldi pubblici in maniera privatistica. Storie di razze, razzie e razzismi dove gli schiavi siamo noi ma ci consoleremo leggendo qualche buona pagina di Storia.

Alessandro Biancardi   04/11/2010 8.45