Confindustria:«scellerata legge che vieta estrazioni petrolifere. E’ terrorismo ecologico»

Alessandro Biancardi

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CHIETI. Se il fronte del no alla petrolizzazione è riuscito ad ottenere risultati percepiti in termini di modifica sostanziale della politica mineraria oggi gli industriali del settore tornano a farsi vivi ribadendo le loro ragioni.

 

Nei momenti più duri dello scontro che ha portato ad una mobilitazione popolare forse mai vista nella nostra regione le grandi industrie che pure lavorano in Abruzzo nel settore energetico e petrolifero comprarono pagine di giornale per spiegare le loro ragioni.

Oggi Confindustria ripercorre quella strada puntando l’attenzione sullo “sbilanciamento” dei media verso il fronte del no al petrolio.

«Confindustria Chieti, come già fatto in passato», sostiene il Presidente provinciale, Paolo Primavera,«ribadisce le ragioni dello sviluppo e ritiene scellerata la scelta della Regione Abruzzo di portare avanti un Disegno di Legge che limita qualsiasi intervento di ricerca ed estrazione di idrocarburi».

«In questo clima di terrorismo ecologico», dice Primavera, «è doveroso sottolineare che nel settore estrattivo in Abruzzo, in oltre 60 anni di attività, non si è mai verificato alcun incidente a danno dell’ambiente o della salute dei cittadini». 

Nel territorio provinciale di Chieti sono insediate oltre i 2/3 delle aziende della filiera per circa 5000 lavoratori impiegati, tutte dotate delle necessarie certificazioni di qualità, di sicurezza e rispetto dell’ambiente, necessarie e obbligatorie per chi lavora in questo settore. Si tratta, spiega Confindutria,  di un tessuto d’imprese sano e che, con l’ausilio di tecnologie avanzate e di alto profilo, apporta quotidianamente notevole valore aggiunto in termini di professionalità e cultura d’impresa al nostro territorio.

«La totale mancanza di responsabilità che guida le scelte della nostra Regione», incalza Paolo Primavera, «è disarmante. Il ruolo e il peso delle associazioni del fronte che si oppone all’industria energetica, o presunte tali, blocca di fatto lo sviluppo. Rivolgo pertanto un accorato appello perché si evitino decisioni drastiche senza un’attenta analisi degli impatti economici, ambientali, sociali e occupazionali e soprattutto senza alternative economiche valide, percorribili già da domani, quando molte delle quasi cento aziende saranno mandate altrove, molti degli occupati del settore saranno senza lavoro e le migliori risorse umane e professionali della regione saranno costrette a trasferirsi in Basilicata o in Emilia Romagna. Per non parlare della perdita delle royalty che costituiscono oggi entrate fondamentali per le casse della nostra Regione i cui conti sono già fortemente compromessi dal debito sanitario. E’ ora di mettere un punto fermo sulle posizioni oltranziste del no che rischiano di far perdere quelle occasioni di crescita che fortunatamente, visto anche la crisi di altri settori, alcune grandi imprese continuano a proporre, scommettendo sul futuro del nostro territorio».

Confindustria Chieti annuncia altre iniziative di comunicazione che possano «riportare equilibrio» e fornire informazioni «basate su rigore scientifico»

«La posta in gioco», conclude Primavera, «è la perdita di quasi 1 miliardo di euro di investimenti, fermi per blocco dell’iter autorizzativo, già stanziati per progetti cantierabili da parte delle società degli idrocarburi, e che possono generare da subito circa 1300 nuovi posti di lavoro oltre che la conservazione dell’occupazione esistente inevitabilmente destinata alla riduzione. A tutti i firmatari del documento anti-idrocarburi, Confindustria Chieti pone un quesito: quale alternativa per queste cinquemila famiglie? E insinua un dubbio: quale futuro per le aziende del territorio e per il Porto di Ortona il cui volume di attività è fortemente legato al settore idrocarburi?»

28/10/2010 16.00