Il Tar condanna la Regione per mancata trasparenza e diniego di atti pubblici

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. La trasparenza è un optional non molto ricercato dal Commissario ad acta Gianni Chiodi e forse dalla stessa Giunta regionale di cui è presidente.

 

Almeno stando al ricorso (peraltro vinto) al Tar L’Aquila da parte dell’Aiop e delle Cliniche Pierangeli, Spatocco, Villa Serena e Villa Letizia che lo scorso settembre inoltrarono alla Regione richiesta di accesso ai documenti che però fu negato. Si chiedeva di conoscere il procedimento che aveva portato all’assegnazione del budget alla Clinica Santa Maria di Avezzano da parte della Asl di Avezzano-Sulmona, tanto più che questa clinica era “venuta meno” per le note vicende di Enzo Angelini. Il che poteva aver avuto riflessi negativi sul budget delle altre cliniche. In realtà, a leggere il ricorso, «l’istanza non veniva in alcun modo riscontrata».

IL RIFIUTO ALL’ACCESSO AI DOCUMENTI COSTA ALLA  REGIONE UNA CONDANNA DEL TAR

Quindi un rifiuto di fatto, ma anche la prima scortesia istituzionale. Che però stavolta rischia di finire male, se scatterà la denuncia per omissione di atti d’ufficio da parte dei ricorrenti in quanto la sentenza non è stata appellata e quindi è definitiva ed esecutiva. Infatti, il ricorso contro il Commissario per «l’accertamento dell’illegittimità del silenzio serbato dalle amministrazioni» sulla richiesta di accesso è stato accolto facilmente dal Tar L’Aquila che ha inflitto una bocciatura sonora al rifiuto della Regione, che perciò è stata condannata per «violazione a falsa applicazione» della legge 241 sulla trasparenza. Il ragionamento del Tar è elementare: le cliniche sono legittimate a conoscere gli accordi negoziali dei concorrenti. Quindi l’accesso per «verificare la corretta allocazione delle risorse» era il meno che ci si potesse aspettare. La seconda scortesia istituzionale si verificava a questo punto: la sentenza dice che la Regione si costituiva «con atto di mero stile» e non difendeva più di tanto l’indifendibile. Infatti la condanna della Regione è stata motivata non solo con la legge 241, violata nei punti in cui non è stata assicurata l’imparzialità e la trasparenza della pubblica amministrazione, ma anche con il mancato rispetto della Costituzione. Dice il Tar: «in presenza di un interesse giuridicamente rilevante dei ricorrenti per conoscere la concreta ripartizione del budget» anche per questioni di concorrenza, la Regione va censurata anche perché ha violato l’articolo 117 della Costituzione ed il comma 7 della legge 15 del 2009, secondo cui la parola trasparenza ha un solo significato e cioè l’accessibilità totale dei documenti. Contro questa sentenza non sembra esserci stato appello fino al primo luglio scorso e quindi siamo almeno in presenza di una mancata ottemperanza alla decisione dei giudici amministrativi.

L’AVVOCATURA DELLO STATO SCONSIGLIA L’APPELLO MA CHIODI SI AFFIDA AD UN LEGALE DI TERAMO

Una semplice dimenticanza o altro? Certamente non la mancata conoscenza della sentenza, che pure ha avuto un iter travagliato in quanto inizialmente c’era stata una “omessa notifica” alla Regione, a Piazza Santa Giusta, Palazzo Centi dell’Aquila perché «non più all’indirizzo, causa sisma». Ma una copia era stata poi inviata a Pettino (sede provvisoria della Regione), un’altra a Viale Bovio a Pescara, sede del Commissario, un’altra ancora alla Asl dell’Aquila ed infine una copia anche all’Avvocatura dello Stato, sede temporanea nella Scuola della GdF di Coppito, dove ex lege c’era il domicilio di Chiodi.

Perché allora non risulta l’appello? Qualche maligno dice che il presidente Chiodi non aveva sotto mano un avvocato teramano a cui affidare l’incarico.

Perché è vero che c’è l’Avvocatura di Stato che difende la Regione ma una legge del 2000 consente al presidente, per vicende particolari, di avvalersi di legali esterni di provata esperienza. Come è capitato per un’altra sentenza che aveva bocciato la Regione per le delibere che  fissavano in modo tardivo il budget 2008 per le Cliniche private e che non tenevano conto delle motivazioni dei dati dell’istruttoria «in relazione alle prestazioni già erogate al momento della delibera regionale».

 In più la Regione «è stata censurata sotto il profilo della difettosa istruttoria in ordine alla distribuzione delle risorse tra pazienti residenti e non residenti in Abruzzo, che non sarebbe stata corrispondente all’effettivo fabbisogno delle strutture».

 Vista la gravità delle censure, l’Avvocatura distrettuale dello Stato aveva informato il presidente Chiodi che non era opportuno presentare appello visto che «risulterebbe difficilmente superabile il profilo della contraddittorietà tra gli esiti dell’istruttoria e la motivazione della delibera impugnata».

 Come dire: “presidente, non presentare ricorso perché hai già perso”. Che fa Chiodi? Accetta il consiglio autorevole? Nient’affatto. Rilevato che il contenzioso può avere conseguenze sul Piano di rientro dai debiti, per l’appello al Consiglio di Stato il presidente decide di affidarsi – come gli consente la legge - ad un legale del libero Foro, che sarà pagato sulla base delle tariffe medie stabilite dalla normativa vigente. Viene dunque nominato un avvocato di Teramo, individuato perché è in possesso di un curriculum adeguato e di una specializzazione nella materia oggetto della controversia. Come dire: a Teramo Chiodi non conosce avvocati specializzati nella trasparenza, altrimenti li avrebbe nominati per l’appello contro la condanna del Tar L’Aquila per aver la Regione negato l’accesso ai documenti.

Sebastiano Calella  20/10/2010 9.22