La Corte Costituzionale boccia i ricorsi contro la sanità di Del Turco

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. La Corte costituzionale ha detto no: sono in parte inammissibili e in parte infondati i ricorsi dell’Ini di Canistro e di Villa Pini contro i tagli ai posti letto della sanità privata, previsti dalla legge 6 della Giunta Del Turco-Mazzocca.

 

E’ il contenuto della pronuncia 289 del 4 ottobre scorso, in cui si legge anche che le cliniche Pierangeli, Villa Letizia, Villa Serena e Spatocco (che si erano aggiunte dopo al ricorso) sono state escluse dal giudizio. Se è ok la legge del vecchio Piano di rientro dai debiti della sanità, ciò significa che era inutile ed è a rischio il commissariamento affidato al presidente Chiodi e a Giovanna Baraldi?

Al momento non si sa. Certo è però che il vecchio programma di risanamento ha superato lo scoglio più importante, mentre il nuovo Piano operativo sanitario è ancora nella bufera. Tradotto significa che se la questione di legittimità costituzionale della legge 6, sollevata dal Tar Abruzzo era forse un pò forzata, il Piano di riordino della rete ospedaliera abruzzese approvato poteva andare avanti senza commissariamento. Il che offre nuovo materiale alle polemiche di oggi. Per conseguire i risparmi necessari nella sanità disastrata, le linee guida della legge 6 prevedevano di incidere sia sul settore pubblico che su quello privato. Secondo la Corte costituzionale, il riordino della rete sanitaria per gli anni dal 2007 al 2009 poteva ridurre i posti letto privati senza incidere sulla libertà di intrapresa (questo era uno dei motivi del ricorso). Infatti, sulla salute dei cittadini e sul coordinamento della finanza pubblica è «del tutto lecita una disciplina da parte della Regione», tanto più che i tagli erano effettuati anche nel settore pubblico.

«Una disciplina – dice la Corte – che in realtà non comporta alcun vincolo all’iniziativa economica, in quanto non pone alcun limite quantitativo alla facoltà degli imprenditori privati di realizzare strutture sanitarie, in particolare riguardo al numero dei posti letto ivi installati. Essa si limita a determinare quale sia il numero dei posti letto accreditati e a carico del servizio sanitario pubblico». E aggiunge: anche se ci fosse una diversa diminuzione dei posti letto tra ospedali e cliniche private, ciò «non costituisce motivo di manifesta irragionevolezza della disciplina, rientrando nella sfera di discrezionalità del legislatore regionale la modulazione degli strumenti volti al contenimento della spesa pubblica sanitaria».

 Al di là di questi aspetti specifici e di altri (come i riferimenti ai vari articoli della Costituzione che secondo i ricorrenti erano stati violati), in estrema sintesi la Corte si è espressa positivamente sulla congruità di quella legge regionale 6 con quelle nazionali. Di fatto questo significa la promozione del governo regionale Del Turco che aveva previsto un abbattimento complessivo «sino ad un massimo del 30% per i posti letto di riabilitazione; un ulteriore abbattimento pari al 15% della dotazione complessiva dei Pl di lungodegenza ed, infine, una diminuzione sino ad un massimo del 30% dei posti letto per acuti».

IL GOVERNO PLAUDE AI TAGLI DI CHIODI, MA L’ABRUZZO PAGA CARA LA MOBILITÀ PASSIVA

Allora le attuali decisioni del Commissario alla sanità Gianni Chiodi e del sub commissario Giovanna Baraldi potrebbero essere sub iudice (per non dire sbagliate)? Sembra infatti di capire che, a differenza della legge 6, il Piano operativo agisca solo con i tagli agli ospedali pubblici, tra l’altro motivati con esigenze di bilancio e non con un riordino dell’assistenza sanitaria, compresa quella privata. Il che si traduce in un’inutile contrazione dei livelli assistenziali per i cittadini, senza incidere sulle altre cause di spesa ben più pesanti dei piccoli risparmi “da chiusura”. Ad esempio poco o nulla si è fatto per la mobilità passiva, un fenomeno che funziona come i vasi comunicanti: se diminuisce l’assistenza sul territorio (sia in qualità che in quantità), aumenta di pari volume il fenomeno dei viaggi della speranza. Questo provoca un aumento stratosferico delle spese della mobilità passiva che potrebbe “rimangiarsi” tutti i risparmi ottenuti con la chiusura dei piccoli ospedali e con i tagli al budget delle cliniche private. Tra l’altro, inspiegabilmente, alla sanità privata è stato assurdamente ridotto anche il budget per le prestazioni che recuperano questa mobilità: in pratica l’Abruzzo preferisce pagare le altre Regioni piuttosto che i propri operatori privati.

Ieri intanto il Governo nazionale, nella verifica periodica, ha espresso il suo plauso all’opera di Chiodi ed al suo Piano operativo: «Gli apprezzamenti di oggi per la politica sanitaria adottata da questa Giunta - ha dichiarato il commissario Chiodi - ci confortano e ci stimolano ad andare avanti nelle nostre convinzioni. Non dimentichiamo che l'obiettivo principe di questo governo regionale è dotare la sanità abruzzese di un servizio di qualità al pari di quello di regioni più virtuose, sì che tutti i cittadini possano godere della migliore forma di assistenza a costi sostenibili». A cosa si riferisca Chiodi quando parla di costi sostenibili è un po’ difficile da comprendere, perché le notizie che giungono dal pianeta sanità parlano di contrazione dei costi all’interno dell’Abruzzo dove si tagliano ospedali e servizi, ma di una mobilità passiva che aumenta a favore delle altre regioni. E se servirà un’altra stretta, trasferendo ad oggi la pronuncia della Corte costituzionale, si comincerà a tagliare altri posti letto anche alle cliniche? Chissà.

CHE FINE HANNO FATTO GLI “ACCORDI DI CONFINE” PER LIMITARE LA MOBILITÀ?

Ma il problema non è questo, perché il settore della sanità privata abruzzese ha già dato sotto questo aspetto e comunque con la riduzione dei singoli budget di fatto i tagli già ci sono stati. Sorprende, invece, che una maggioranza politica di centro destra avalli le scelte sanitarie dell’ufficio commissariale che sono punitive di quel settore privato che a parole si dice di voler proteggere o incentivare. Qui ci troviamo infatti di fronte a veri e propri comportamenti incomprensibili che è difficile interpretare come frutto di scelte politiche. Quando i privati hanno firmato gli accordi “restrittivi” con la Regione, lo hanno fatto solo con la promessa di poter lavorare di più nel recupero della mobilità passiva anche attraverso gli accordi di “confine”, promessi dal sub commissario Baraldi. Si trattava di rientrare in qualche modo dei 30 milioni di euro tagliati o almeno di una buona parte di questi soldi che vanno altrove. Ma i contratti di confine sono un pò come l’araba fenice: “che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. E se si scoprisse che questi contratti ci sono e che hanno premiato solo alcune Regioni, dove è più forte al presenza di gruppi privati che aspirano ad entrare in Abruzzo dopo aver fiaccato gli imprenditori sanitari locali? Sarebbe stupefacente se si scoprisse che i soldi tagliati qui sono andati direttamente in quelle casse extraregionali.

Sebastiano Calella  14/10/2010 9.46