Sentenza Tar su Villa Pini: il curatore ricorre al Consiglio di Stato

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. E’ già pronto il primo appello al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar L’Aquila che ha accolto il ricorso delle altre cliniche per l’accreditamento restituito da Chiodi a Villa Pini.

La convenzione era stata, infatti, sospesa durante la gestione Angelini nel mese precedente il fallimento ed era stata poi riattivata subito dopo nei confronti dell’esercizio provvisorio della clinica, a richiesta della curatela fallimentare. In circa 20 pagine, gli avvocati del curatore contestano vari aspetti procedurali e sostanziali della decisione del Tribunale amministrativo che ha bocciato Chiodi e chiedono intanto la sospensiva, che potrebbe arrivare in tempi brevi. La decisione di merito richiederà invece più tempo. Anche l’ufficio commissariale della sanità regionale sta preparando il suo ricorso che dovrebbe essere pronto in questi giorni.

Dopo le eccezioni di rito e le pregiudiziali, il ricorso mette sotto attacco l’unico aspetto sostanziale della sentenza Tar, il vero cuore della bocciatura dell’accreditamento di Villa Pini, intanto fallita. Si tratta del punto 4, paragrafo 5, dove si dice. «Né giova, sotto diverso profilo, osservare che la Curatela è attualmente nell’impossibilità giuridica di soddisfare i creditori (tra i quali i lavoratori per le mensilità pregresse e le amministrazioni previdenziali per i contributi omessi) al di fuori delle regole del concorso, giacché questo è effetto legale del fallimento e non può assurgere a causa giustificatrice del persistente inadempimento». Troppi debiti, sottolineano i ricorrenti: Angelini non pagava gli stipendi da otto mesi e i contributi previdenziali da sei, quindi la clinica fallita non aveva più i requisiti per operare in regime di convenzione, tanto che l’accreditamento era stato sospeso. Chiodi perciò ha sbagliato a riaccreditare la curatela che gestiva Villa Pini - con gli stessi debiti non saldati - in regime di esercizio provvisorio. Di fatto, secondo la sentenza, questa decisione del commissario ha provocato una distorsione della concorrenza perché le cliniche “virtuose” in regola con i pagamenti si sono ritrovate a competere con una Casa di cura che virtuosa non era né prima con Angelini, né dopo con il fallimento e con l’esercizio provvisorio. Di qui la reazione ed il ricorso.

I MOTIVI DEL RICORSO DEL CURATORE

Detto in altre parole, la curatela avrebbe dovuto saldare i debiti pregressi della clinica per avere i requisiti richiesti dalla legge. Come dice la sentenza di bocciatura: «è l’effetto del fallimento, ma non può essere una giustificazione del persistente inadempimento». Proprio su questo aspetto si incentra il ricorso del curatore al Consiglio di Stato, al quale è stato chiesto di decidere con somma urgenza, anche per evitare contraccolpi occupazionali.

Se infatti passasse l’interpretazione del Tar L’Aquila, non solo sarebbero coinvolte tutte le altre società della galassia ex Angelini, ma non sarebbe possibile nessun esercizio provvisorio di un’impresa fallita: infatti tutte quelle che arrivano al fallimento, ci arrivano proprio perché sono inadempienti con i creditori, con il fisco, con la previdenza ecc. e i curatori non sanano subito i debiti, ma solo al termine della procedura in “moneta fallimentare.” Cioè la normativa sulla prosecuzione dei rapporti pendenti delle imprese fallite (articolo 72 e seguenti della nuova legge fallimentare) è di rango sovraordinato rispetto al diritto amministrativo, che quindi si deve piegare alle norme fallimentari. E il creditore aspetta. Sicuramente l’arrivo di un curatore che subentra nei contratti - in questo caso negli accreditamenti - genera una violazione della concorrenza con le altre cliniche in regola. E questo “privilegio” per l’impresa fallita è stato affrontato anche dalla Corte costituzionale e dalla Corte di giustizia europea, chiamate a decidere se questo “favore” configura una violazione del divieto di aiuti di Stato. Ma i pronunciamenti sono stati sempre favorevoli a questo meccanismo della legge fallimentare. Il problema vero allora non è che l’accreditamento è stato riattivato ad un soggetto “terzo”, cioè la curatela (come si legge in sentenza), ma il fatto che i debiti pregressi non contano, quindi non c’è perdita dei requisiti. Tra il “prima” ed il “dopo” fallimento c’è infatti uno spartiacque: i mancati versamenti previdenziali o gli stipendi non pagati sono debiti della massa fallimentare e non dell’impresa fallita, che dopo il fallimento si distacca dall’imprenditore. Quindi “Villa Pini-Angelini” è inadempiente ed ha perso i requisiti, “Villa Pini-esercizio provvisorio” non lo è ed ha i requisiti in regola, come ha ritenuto il commissario Chiodi. E i debiti? I versamenti previdenziali? Gli stipendi? Il curatore – come detto - li paga solo al momento del riparto finale o parziale: prima i creditori privilegiati, la previdenza, le tasse e poi gli altri fornitori, con quello che avrà recuperato vendendo il patrimonio amministrato. Su questo presunto errore del Tar nell’applicare la legge fallimentare, con la conseguenza di  considerare inadempiente la clinica post fallimento, insiste molto il ricorso già pronto: l’inadempimento non c’è, perché ci sarebbe solo quando si vìola la legge che impone di pagare. E in questo caso è il contrario: la legge impone certamente all’esercizio provvisorio di pagare – sostengono gli avvocati ricorrenti – ma solo alla conclusione del fallimento e non all’inizio. Perciò parlare di inadempimento al momento dell’avvio dell’esercizio provvisorio, sostiene il ricorso, è una forzatura inaccettabile della sentenza alla legge fallimentare.

Diversa sarebbe stata invece la situazione se l’accreditamento fosse stato revocato dalla Regione e non solo sospeso. In caso di revoca definitiva dell’autorizzazione “predefinitiva” (sembra un gioco di parole, ma non lo è) sarebbe stato infatti impossibile riaccreditare Villa Pini, ma Chiodi il 13 gennaio 2010 firmò solo la sospensione del rapporto con la Regione.

E anche su questa decisione ci furono ricorsi e dubbi interpretativi. Infatti la sospensione degli accreditamenti fu decisa dal Commissario in base ad una legge regionale approvata il 29 novembre precedente e che prevedeva sanzioni a carico di chi non pagava stipendi e contributi per almeno tre mesi. E allora perché ad Angelini la sospensione fu fatta a gennaio? In realtà, non potendo la legge essere retroattiva, il conteggio doveva iniziare dal 29 novembre – giorno dell’approvazione - e finire il 29 febbraio. Cioè, essendo intanto intervenuto il fallimento, la curatela si sarebbe trovata gli accreditamenti ancora in vigore senza bisogno di richiederli.

Invece all’epoca ci fu prima una diffida ad Angelini il 15 dicembre, con 15 giorni di tempo per pagare gli stipendi (fermi dall’aprile precedente) e i contributi (fermi dal luglio dello stesso anno). Scaduto invano questo termine, arrivò poi la sospensione con la prima delibera del 2010.

E proprio su questo intreccio tra storia, cronaca e diritto, si basa il ricorso della curatela al Consiglio di Stato. Adesso tocca al commissario Chiodi dire la sua e difendere una delle sue poche decisioni apprezzate anche dall’opposizione e dai dipendenti di Villa Pini e dintorni. Salvo il dissenso delle cliniche che oggi hanno vinto al Tar.

Sebastiano Calella  03/01/2012 08:49