Il Tar boccia Chiodi sull’accreditamento di Villa Pini. Centinaia di posti di lavoro a rischio

Alessandro Biancardi

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Il Tar boccia Chiodi sull’accreditamento di Villa Pini. Centinaia di posti di lavoro a rischio
ABRUZZO. Il Tar L’Aquila ha accolto ieri i ricorsi delle cliniche Pierangeli, Spatocco e Villa Serena contro l’accreditamento concesso dal Commissario Chiodi alla curatela fallimentare di Villa Pini.*SINDACATI PREOCCUPATI PER I POSTI DI LAVORO A SUO TEMPO DIFESI A SPADA TRATTA

E torna la paura tra i dipendenti dell’ex Gruppo Angelini, sopravvissuti al fallimento proprio in virtù dei contratti riattivati dalla Regione,  mentre l’incubo “posto di lavoro a rischio” agita di nuovo i sonni del sindacato.

Secondo il Tribunale amministrativo (presidente Cesare Mastrocola, estensore Maria Abbruzzese) Chiodi ha sbagliato a concedere gli accreditamenti «per le prestazioni di degenza, per il centro di alta riabilitazione e per le prestazioni di specialistica ambulatoriale» della clinica fallita perché – come si legge - la sospensione dell’accreditamento per  Angelini era stata  disposta in quanto non pagava né gli stipendi né i contributi al personale: e «questa inadempienza non è stata sanata successivamente né dalla Società allorquando era in bonis, né dalla Curatela fallimentare subentrata a seguito dell’intervenuta dichiarazione di fallimento». Mancando perciò i requisiti previsti dal contratto con la Regione, all’esercizio provvisorio non poteva essere restituito l’accreditamento regionale: averlo fatto ha danneggiato le cliniche concorrenti, il cui ricorso perciò è stato accolto. Inoltre i giudici amministrativi hanno sottolineato che bene ha fatto la Curatela a richiedere l’accreditamento, visto il suo «interesse per la conservazione del patrimonio aziendale, il che è connaturato all’esercizio provvisorio dell’impresa», ma questo non implica affatto che questo interesse «debba essere fatto proprio dall’Amministrazione pubblica». Sono perciò annullate le delibere 24, 25 e 26 dell’8 aprile 2010 che definivano i tetti di spesa per le cliniche, compresa Villa Pini. La conseguenza pratica della decisione di Chiodi era stata infatti che anche alla clinica fallita andava attribuito parte del monte complessivo dei finanziamenti destinati all’ospedalità privata. Il che proporzionalmente aveva ridotto il budget per le altre case di cura che forse, dopo il fallimento del Gruppo Angelini, si aspettavano che Villa Pini fosse fuori gioco. Di qui i ricorsi e la sconfessione dell’operato del Commissario i cui provvedimenti – si legge nella sentenza - sono motivati in virtù della asserita «natura di strumento conservativo del patrimonio dell’impresa o di ramo di essa che riveste l’esercizio provvisorio» e della pretesa «terzietà della curatela rispetto agli atti compiuti dal fallito prima dell’apertura della procedura fallimentare». Ma al Commissario, dice il Tar, non doveva interessare la conservazione del bene economico “Villa Pini” e tanto meno la terzietà della Curatela. Insomma, se la clinica voleva e vuole continuare ad operare può farlo senza la convenzione con la Regione.

Sugli aspetti tecnici della sentenza, in particolare sull’ammissibilità del ricorso da parte delle cliniche, il Tar L’Aquila ammette però che l’orientamento giurisprudenziale non è univoco: una volta ad aprile il Consiglio di Stato di Stato «sembra escludere recisamente l’interesse della concorrente a contestare l’altrui accreditamento», mentre decisamente a favore dell’intervento in tal senso sono al contrario il Tar Puglia e, più recentemente (?) il Consiglio di Stato  che a marzo ha ritenuto che «la sussistenza dell’interesse è provata dalla circostanza che la posizione di ciascun soggetto accreditato finisce per essere influente nei confronti di tutti gli altri. Reputa il Collegio di aderire a tale secondo orientamento». Altra giustificazione tecnica rilevante è aver ritenuta infondata l’eccezione della tardività del ricorso, dato che le delibere erano state pubblicate sul Bollettino ufficiale della Regione il 5 maggio e impugnate solo il 20 agosto, cioè oltre il limite concesso dalla legge. Limite che però in questo caso viene esteso. Quanto allo stato di inadempienza retributiva e contributiva di Villa Pini «non giova, sotto diverso profilo - conclude la sentenza - osservare che la Curatela è attualmente nell’impossibilità giuridica di soddisfare i creditori (tra i quali i lavoratori per le mensilità pregresse e le amministrazioni previdenziali per i contributi omessi) al di fuori delle regole del concorso, giacché questo è effetto legale del fallimento e non può assurgere a causa giustificatrice del persistente inadempimento».

 Perciò il ricorso è fondato e determina l’annullamento degli atti impegnati.

Sebastiano Calella 29/12/2011 09:07

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SINDACATI PREOCCUPATI PER I POSTI DI LAVORO A SUO TEMPO DIFESI A SPADA TRATTA

Come sempre, le sentenze non si commentano, al massimo si spiegano. Toccherà perciò agli avvocati, nell’appello che già si preannuncia al Consiglio di Stato, rilevare i profili di ammissibilità dei ricorsi vincenti, le carenze procedurali o le contraddizioni della sentenza dell’Aquila. E a questa linea di cautela e di non invasione del campo giudiziario sono improntate anche le prime dichiarazioni dei sindacati per i quali «non esiste – dice Carmine Ranieri, responsabile regionale Cgil Fp – che centinaia, migliaia di lavoratori vedano a rischio il posto di lavoro, difeso con lotte durissime e a costo di sacrifici immensi».

 Così la Uil Fp: «Il rispetto per la sentenza del Tar – dichiara Domenico Rega - non può e non deve rimettere in discussione il faticoso cammino per ricostruire, oltre ai servizi sanitari offerti oggi dalla Casa di cura Abano Terme (affittuaria di Villa Pini), un  tessuto sociale fortemente compromesso dalla perdita di posti di lavoro. La Regione e i suoi commissari rimuovano gli ostacoli normativi che hanno portato i giudici ad emettere questa sentenza: la legge regionale 32 sull’accreditamento non rappresenta un totem». Per Davide Farina, Cisl Fp «bisogna dividere l’aspetto giudiziario da quello occupazionale: il primo spetta agli avvocati, al sindacato tocca la difesa senza tentennamenti del posto di lavoro».

LE CONSEGUENZE PRATICHE, IN ATTESA DI UNA PRESA DI POSIZIONE UFFICIALE DI CHIODI

Se il sindacato si esprime in questo modo, Chiodi per il momento tace, perché impegnato nel confronto romano sul terremoto con il presidente Monti. Raggiunto telefonicamente, ha rimandato ad oggi ogni commento. Negli ambienti dell’Ufficio commissariale che di fatto ha studiato il caso e ha deciso per l’accreditamento dell’esercizio provvisorio, si fa invece notare che ci sono profili dubbi di ammissibilità dei ricorsi, visto che non sono stati notificati all’imprenditore Nicola Petruzzi, che oggi è affittuario di Villa Pini, che “gestisce” il budget assegnato dal Commissario e che quindi sarebbe il primo danneggiato dalla decisione del Tar. Ma a cascata le conseguenze della sentenza potrebbero interessare tutta la galassia Angelini, comprese le ultime cliniche appena vendute come la Santa Maria di Avezzano, la Sanatrix dell’Aquila, ma anche il San Stefar e tutto il resto. E compreso l’ospedale di Guardiagrele, di fatto chiuso, ma che potrebbe ricoprire un ruolo più importante per la psichiatria, venendo meno Villa Pini. Qualcuno ricorda pure che il Tar di Campobasso dette ragione alla curatela fallimentare quando la Regione Molise non voleva “volturare” l’accreditamento concesso a suo tempo ad Angelini. Insomma una serie di perplessità, dette a mezza voce in attesa dell’ufficialità del Commissario. Su tutte lo stupore perché la data di pubblicazione delle delibere sul Bura non farebbe più testo.

Quello che poi ad una lettura sommaria, non da esperti, sembra più strano è il “taglio” astratto della sentenza. In primo luogo perché di fatto non c’è una ragione sostanziale che giustifica il venir meno dell’accreditamento, messo in discussione solo dai mancati pagamenti degli stipendi e dei contributi. Una vicenda questa ancora sub iudice (Angelini – raggiunto telefonicamente - ha ribadito che «non pagava perché non veniva pagato dalla Regione») e che viene qui utilizzata come il grimaldello per la revoca delle delibere. La curatela infatti sta pagando e pagherà – come riconosce anche la sentenza – in “moneta fallimentare.”  In secondo luogo c’è l’astratta configurazione “dell’interesse pubblico”. Secondo il Tar L’Aquila, per la Regione la tutela del lavoro di migliaia di dipendenti non sembrerebbe un interesse pubblico, per il Tribunale fallimentare di Chieti sì: dopo il crack di Villa Pini l’esercizio provvisorio fu deciso con lo specifico scopo di tutelare, su tutto, i posti lavoro.

Sebastiano Calella  29/12/2011 09:06