Appalti e ‘ndrangheta, l’imprenditore aquilano si difende: «mi hanno tirato in mezzo»

Alessandro Biancardi

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L’AQUILA. «Frastornato dopo l’arresto» e ancora incredulo per quanto avvenuto.

L’imprenditore aquilano Stefano Biasini, 34 anni, in carcere a Castrogno da lunedì scorso, ieri ha potuto parlare per la prima volta con i propri avvocati, Vincenzo Salvi e Attilio Cecchini. I due legali hanno poi riferito che il loro assistito sarebbe «frastornato» per quanto accaduto e che l’uomo non avesse la minima cognizione di quello che stava accadendo. L’uomo circa un anno fa aveva parlato con gli inquirenti e credeva di aver chiarito la propria posizione.

Biasini, arrestato insieme ad altre tre persone, è adesso accusato di aver assicurato le basi logistiche e societarie per l'ingresso nei milionari appalti privati della ricostruzione post-terremoto, quelli senza gara e senza l'obbligo dei certificati antimafia, di aziende vicine alla 'ndrangheta. L'accusa per lui, come per gli altri tre, è di concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso. Ma i legali dell’imprenditore hanno svelato che circa un anno fa l’imprenditore era stato ascoltato dagli inquirenti nell'ambito di una analoga operazione della Dda di Reggio Calabria che aveva portato all'arresto del suo socio in affari, Carmelo Gattuso. Quest’ultimo era finito in manette perché ritenuto dagli inquirenti «vicino alla cosca mafiosa Caridi-Zincato-Borghetto», la stessa che oggi viene considerata vicina a Biasini. Ma dopo l’arresto di Gattuso, hanno spiegato gli avvocati Salvi e Cecchini, Biasini avrebbe completamente «rotto i ponti» con il socio. Adesso l’imprenditore teme che qualcuno possa essersi vendicato e averlo tirato in mezzo. Sì, questa per Biasini è l’unica ipotesi possibile. I legali parlano di «personaggi che avrebbero potuto fare il doppio gioco sulla sua pelle» e temono inoltre che «l'azione penale sia il risultato di una lettura unilaterale che non ha tenuto conto della posizione dell'indagato e del suo ruolo di giovane imprenditore, obiettivo e preda di disegni criminali del tutto estranei alla sua formazione culturale e alla sua etica familiare».

Nella stessa indagine (denominata ‘Lypas’ dal nome di una delle aziende in odore di ‘ndrangheta) che ha coinvolto l’aquilano sono stati arrestati anche Antonino Vincenzo Valenti, 45 anni di Reggio Calabria, il fratello Massimo Maria Valenti, 38 anni, di Reggio Calabria ma residente a L'Aquila, e Francesco Ielo, 58 anni, nato a Reggio Calabria e residente ad Albenga, provincia di Savona. (Savona).

Sono state inoltre sequestrate quote di quattro società, otto automezzi, cinque immobili, 25 rapporti bancari, riconducibili agli indagati e alle attività commerciali a loro facenti capo. Il valore complessivo è di oltre un milione di euro.

21/12/2011 08:59