Mobilità passiva, i conti non tornano ed è scontro sui dati

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Mobilità rompicapo. O rottura in vista ai vertici dell’ufficio commissariale.

ABRUZZO. Mobilità rompicapo. O rottura in vista ai vertici dell’ufficio commissariale.

Prima il sub commissario Giovanna Baraldi sostiene con toni preoccupati che gli abruzzesi che vanno a curarsi fuori regione sono un problema serio ed un danno. Poi il commissario Gianni Chiodi puntualizza che «no, si tratta di un fenomeno marginale, solo il 2,7% della spesa sanitaria».

«Il picco della mobilità passiva c’è stato con la sfiducia indotta negli abruzzesi dal default dei conti sanitari – ha spiegato Chiodi - ora che la situazione è migliorata, la fiducia aumenta e la mobilità diminuisce: i 67 mln che questo fenomeno ci costa nel 2010 sono destinati a diminuire».

La mobilità passiva sarebbe dunque solo una questione di percentuali, di proiezioni, di dati tendenziali, cioè di numeri da interpretare, come ha fatto Chiodi quando ha tentato di minimizzare l’impatto di questo fenomeno sui conti della sanità. Oppure siamo di fronte alla politica della doppia verità: una è quella dei messaggi rassicuranti ad uso e consumo abruzzese, cioè la mobilità diminuisce. L’altra è quella consegnata ai documenti ufficiali nazionali che raccontano tutta un’altra storia, più dura da far digerire agli abruzzesi, cioè la mobilità aumenta.

INTERPRETAZIONI DEI NUMERI E MEZZE VERITA’

Chiodi è stato molto abile ad incanalare sul versante dei numeri, a lui più congeniale, i commenti del giorno dopo sulla mobilità passiva. E anche se sono pur sempre 67 i milioni da pagare alle altre regioni, la percentuale del 2,7% sembra così bassa da far apparire sterili, quasi inutili le polemiche delle opposizioni. Ma c’è chi non ha abboccato.

E’ bastato – come ha fatto Maurizio Acerbo, consigliere regionale di Rifondazione comunista – calcolare il 2,7% non sulla spesa totale, ma su quella ospedaliera e sulla medicina specialistica per scoprire che la percentuale è molto, ma molto più alta.

«In realtà – spiega Acerbo – la crescita esponenziale della mobilità passiva richiederebbe un approccio meno superficiale e partigiano. Bisognerebbe anche leggere i dati e analizzare meglio in cosa consista la stessa mobilità attiva che non sempre è di segno positivo. Per esempio quanta della mobilità che arriva dal Lazio è verso cliniche private e non verso il pubblico? Tra l’altro non è certo che il Lazio ce la pagherà per le note e annose questioni. Non capisco come Chiodi possa considerare un successo i 67 mln da sborsare, quando è evidente che si tratta di un effetto collaterale dei suoi tagli e dell’assenza di una strategia per la riduzione delle liste di attesa. Ovviamente non è solo colpa di Chiodi, ma anche di chi prima di lui nel centrodestra e nel centrosinistra ha prodotto il disastro affaristico-clientelare della sanità. Però il presidente-commissario avrebbe il dovere di proporre soluzioni invece di dare i numeri».

 Anche Carlo Costantini, consigliere regionale Idv, va oltre la valutazione solo statistica del fenomeno e - a proposito dei dati su Teramo, che sono i più pesanti - parla della trasformazione dei viaggi della speranza in “viaggi della necessità”, con oltre 15 mila ricoveri fuori regione e con l’aggiunta dei disagi per i familiari dei malati.

«Dal punto di vista occupazionale, con i 44 milioni di saldo passivo solo di Teramo si sarebbero potuti creare almeno un migliaio di posti di lavoro (tra assunzioni dirette e indotto), ma anche acquistare macchinari moderni in grado di ridurre le liste d’attesa. Sarebbe stato possibile riqualificare gli ospedali di Sant’Omero, Giulianova e Atri, creando le condizioni – soprattutto a Sant’Omero – affinché i pazienti teramani potessero curarsi in provincia, o almeno in Abruzzo».

In realtà, come spesso capita, il botta e risposta politico nasconde i fenomeni così come vengono illustrati sui documenti ufficiali. Nascondono e confondono la realtà.

 E che dovrebbero essere la base di ogni confronto. In questo caso il testo di riferimento è il Programma operativo 2011-2012, pubblicato sul n° 50 del Bura, cioè il Bollettino ufficiale della regione Abruzzo. Qui i dati, come si legge nella premessa al Piano, sono stati comunicati e confrontati con il tavolo tecnico del Ministero dell’Economia e non sono suscettibili di interpretazione di comodo.

«RISULTANZE CONTABILI PARZIALMENTE DIFFORMI»

In premessa il decreto pubblicato sul Bura fa notare come nel periodo intercorso tra il confronto nazionale al tavolo di monitoraggio e l’adozione di questo Piano secondo le prescrizioni del Ministero, sono arrivati i bilanci delle Asl che «evidenziano risultanze contabili parzialmente difformi» rispetto ai dati su cui si era costruito il Piano. Per cui sono state necessarie alcune modifiche (ma non si dice quali).

Il piano si apre con la spiegazione del credo operativo dell’Ufficio commissariale: si esalta acriticamente «il circuito virtuoso della qualità» che traduce automaticamente il dato dell’aumento della casistica in un miglioramento della qualità reale e percepita della sanità. Il discorso è lungo, ma si potrebbe sintetizzare così: chiudo il piccolo ospedale perché ci sono pochi ricoveri e così addirittura curarsi lì può diventare pericoloso. Meglio l’ospedale più grande, dove vengono trattati più casi e quindi il livello qualitativo dell’assistenza è migliore. Si tratta in realtà di una teoria che spesso la realtà smentisce: anche il piccolo ospedale, se opportunamente attrezzato anche tecnologicamente, può esprimere livelli qualitativi di assistenza elevati. Il centrosinistra chiuse il reparto di Ginecologia ed Ostetricia dell’ospedale di Guardiagrele, che macinava mobilità attiva, perché gli interventi sui tumori ginecologici non potevano contare sul reparto di rianimazione e sulla disponibilità in loco di sangue. E invece di potenziare l’ospedale con questi servizi, si preferì chiudere il reparto che ora si tenta di riaprire ad Ortona (tanto per dire che la miopia politico-sanitaria colpisce non solo il centrodestra).

Ma è la lettura dei dati riportati in questo documento ufficiale che riserva alcune sorprese: i numeri degli specchietti non sono in linea con quanto oggi si dice sullo stato di salute della sanità abruzzese e sulla qualità percepita, che sarebbero migliorati miracolosamente solo perché i conti sono in pareggio.

 La sorpresa è nello specchietto dei conti 2008-2010. E’ vero che nella gestione complessiva della sanità si passa da un risultato negativo programmato di meno 85 mln ad uno decisamente inferiore, e cioè meno 32, ma il saldo della mobilità passa da meno 24 nel consuntivo 2008 a meno 54 del 2009 (giustificato con il terremoto) a meno 77 del consuntivo 2010. Con un commento a fondo pagina che dice testualmente: «continua ad aumentare il saldo di mobilità negativo della Regione a fronte, evidentemente, di una perdita di attrattività sia per i pazienti residenti in regione che fuori regione».

 Per contrastare questo dato, l’Abruzzo pensa di attivare “accordi di confine” (che non ci sono mai stati e non ci saranno, perché è interesse delle regioni confinanti come Lazio, Marche e Molise attrarre più pazienti possibile). Le sorprese continuano alla tabella 3: confermato il dato tendenziale di meno 77 mln di euro per il 2011, per il 2012 si passa bruscamente a meno 91 mln.

E’ molto difficile mettere d’accordo questi numeri con quelli diffusi nei giorni scorsi, ma un buon commercialista potrebbe comunque riuscirci. Resta il giudizio sulla scarsa attrattività della sanità abruzzese che qui non è legata ai risultati del conto economico. Si dice in sostanza che curarsi in Abruzzo non è il massimo dei desideri né per i residenti né per gli altri. Il che fa torto, gravemente, a tutto il personale medico, tecnico, infermieristico ed amministrativo che manda avanti al meglio la baracca con quello che offre il convento.

Però resta un dato incomprensibile che va al di la delle interpretazioni di comodo sulla mobilità sanitaria, che in certi limiti è fenomeno assolutamente fisiologico ed incomprimibile. Se in Italia c’è infatti un ospedale pubblico o una clinica privata a livelli di eccellenza per alcune malattie, è normale andarsi a curare lì. Quello che non quadra in questa situazione è la politica sanitaria dell’Ufficio commissariale, così preoccupata di tagliare e di ridurre i costi da dimenticare il potenziamento o la creazione di poli di eccellenza sanitaria in Abruzzo. Se poi la mobilità di oggi, come ha detto Chiodi, riguarda soprattutto interventi a bassa complessità assistenziale, ciò vuol dire che oggi in Abruzzo è difficile curare anche le malattie “normali”. E quindi non quadra nemmeno la politica di imporre tetti, lacci e lacciuoli quando ospedali pubblici e cliniche private provano a vincere la sfida della mobilità.

Proprio non quadra.

 Sebastiano Calella 10/12/2011 10:29