Riciclaggio, tra i 6 arresti anche Nino Zangari e Gianni Lapis

Alessandro Biancardi

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PALERMO. C’è anche Nino Zangari, ex assessore ai lavori pubblici del Comune di Tagliacozzo, tra i 6 arrestati fermati questa mattina dalla Dda di Palermo.

Le manette sono scattate ai polsi di Giovanni Lapis, tributarista e prestanome di Vito Ciancimino, Francesco Terranova, Salvatore Amormino, Giovanni Lizza e Angelo Giudetti. I sei sono stati arrestati questa mattina dal nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza di Roma, in un'operazione coordinata e diretta dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Antonio Ingroia, e dai sostituti Lia Sava e Dario Scaletta.

Gli inquirenti sostengono di essere riusciti a sgominare un'organizzazione criminale, operante su tutto il territorio nazionale, che riusciva a riciclare decine di milioni di dollari Usa di provenienza illecita. L'operazione ha interessato le province di Roma, Palermo, Taranto, Catania, L'Aquila e Benevento dove sono state eseguite le sei ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal Gip Lorenzo Jannelli.

Secondo le risultanze investigative a guidare tutto il sistema articolato di riciclaggio era proprio il professore Gianni Lapis, recentemente condannato in relazione a vicende concernenti proprio le ricchezze illecite provenienti dall'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Si tratta però di fatti avvenuti tutti nell’ultimo anno, dunque recentissimi, e per ora slegati dai precedenti giudiziari noti. Le indagini sarebbero partite proprio da Roma per poi diramarsi in tutta Italia e a Palermo per competenza territoriale.

Tutti gli arrestati sono accusati di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio di ingenti quantitativi di denaro in divisa estera, attraverso l'esercizio abusivo della professione di intermediario finanziario con modalità tali da eludere il sistema della tracciabilità delle operazioni finanziarie, aggirando il circuito bancario e consentendo di fatto l'immissione nei mercati di denaro contante di provenienza illecita.

L’indagine è andata avanti per diversi mesi anche con l’ausilio di intercettazioni telefoniche ed ambientali, osservazione e pedinamenti e un'attività d'intelligence sviluppata da un agente sotto copertura infiltrato nell'organizzazione criminale. Il meccanismo era piuttosto semplice si sarebbe trattato di un cambio di valuta da dollari americani in franchi svizzeri. E’ probabile che le indagini non siano finite anche perché gli inquirenti non sano ancora rispondere alla domanda principe: da dove arrivano quei soldi che avevano bisogno di essere riciclati. Tanto che  il capo di imputazione è chiaro nei confronti degli indagati e parla di «una serie di operazioni volte ad occultare ed ostacolare l’individuazione della provenienza del denaro stesso».

IL PASSATO DI ZANGARI

E non è la prima volta, questa, che il destino (giudiziario e non) di Lapis si intreccia con quello Zangari, 46 anni, imprenditore, ex assessore ai lavori pubblici del Comune di Tagliacozzo dal 2001 all'aprile 2006. Da giovane ha militato nella squadra di calcio locale poi dopo la parentesi calcistica ha avviato la sua attività nel campo dell’edilizia. Proprio nel periodo in cui ha ricoperto il ruolo di assessore ha completato la metanizzazione di Tagliacozzo. 

La prima inchiesta, dirompente per l’Abruzzo che ha avuto per la prima volta la sensazione di non essere quell’isola felice che in troppi per anni hanno voluto dipingere, scoppiò a marzo del 2009 quando la Procura distrettuale antimafia dell'Aquila arrestò Zangari e i fratelli Augusto e Achille Ricci di 47 e 51 anni.

Gli inquirenti trovarono circa due milioni di euro del tesoro occulto del sindaco mafioso Vito Ciancimino, che sarebbe stato reinvestito per l'acquisto di un complesso turistico, di terreni e quote societarie poi posto sotto sequestro. La somma investita nel progetto edilizio, tramite le società 'Alba d'Oro' e 'Sirco', ammontava a un milione e 610 mila euro gestiti, come accertato dal Tribunale di Palermo nel 2007, dall'avvocato Gianni Lapis che aveva nella sua disponibilità beni appartenenti al politico palermitano.

Zangari e i fratelli Ricci si sono sempre dichiarati estranei ai fatti contestati ma la Procura aquilana ha sostenuto che gli arrestati non avessero a disposizione un reddito che consentisse loro di investire. Sempre secondo gli inquirenti, Zangari (sebbene lo abbia sempre negato con forza) sarebbe stato l'intermediario proprio di Gianni Lapis. Zangari non ha mai negato i suoi rapporti con il tributarista: «nei miei confronti è stato sempre un signore», fece «atti sbagliati» che risalgono al 1980. «Come potevo fare io a sapere?»

Ma dell’ex sindaco di Palermo o del tesoro di diversi milioni di euro non sapeva nulla: «mai conosciuto questo Ciancimino».

Solo qualche settimana fa, inoltre, erano emersi alcuni dettagli dell’inchiesta che oggi ha portato ai sei arresti. Lapis avrebbe confermato, infatti, alcune dazioni a politici italiani. Ma di che soldi si sta parlando? Dei soldi legati agli appalti della società Gas (''gioiellino'' della famiglia Ciancimino) che secondo i pm di Palermo Nino Di Matteo, Sergio Demontis, Paolo Guido e al procuratore aggiunto Antonio Ingroia, sarebbero serviti per pagare politici «di tutti gli schieramenti», assicurò Lapis. E di denaro il settore ne ha prodotti molti: basti pensare solo alla vendita del ''giocattolo'' dell'ex sindaco venduto fra il 2003 e il 2004 agli spagnoli della Gas natural per 120 milioni di euro. Prima della cessione, però, le quote erano detenute proprio da Lapis che, per i magistrati, agiva come prestanome dei Ciancimino (e per alcuni pentiti addirittura Provenzano) e che era arrivato a Tagliacozzo, in Abruzzo, attraverso la società palermitana che gestisce la rete del gas del comune abruzzese.

02/12/2011 16:50