Parco eolico: «una svolta positiva per il turismo, una questione di immagine»

Alessandro Biancardi

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L'INTERVISTA. La progettazione del parco eolico è l'ultima notizia, in ordine di tempo, relativa all'ambiente nella regione verde d'Europa, l'Abruzzo che insieme al vicino Molise potrebbe ospitare il parco off shore. PrimaDaNoi.it ha incontrato Luana Silveri, ricercatrice - di origine lancianese - presso la sezione di Idrobiologia e Zoologia degli Invertebrati del Museo Tridentino di Scienze Naturali di Trento, per tracciare un parere che sia allo stesso tempo tecnico e personale, e dare un contributo alla discussione sul tema.


L'INTERVISTA. La progettazione del parco eolico è l'ultima notizia, in ordine di tempo, relativa all'ambiente nella regione verde d'Europa, l'Abruzzo che insieme al vicino Molise potrebbe ospitare il parco off shore. PrimaDaNoi.it ha incontrato Luana Silveri, ricercatrice - di origine lancianese - presso la sezione di Idrobiologia e Zoologia degli Invertebrati del Museo Tridentino di Scienze Naturali di Trento, per tracciare un parere che sia allo stesso tempo tecnico e personale, e dare un contributo alla discussione sul tema.

Il parco eolico nella nostra regione: quali sono, a suo avviso, i pro e i contro di una struttura del genere?
«Gli impianti eolici trasformano l'energia dello spostamento delle masse d'aria in energia elettrica. A mio avviso, i vantaggi sono riassumibili in pochi punti: in primis, direi quello derivante dall'impiego di una fonte rinnovabile, cioè un qualcosa che ipoteticamente non finirà mai. Lo spostamento delle masse d'aria è un processo fisico inestinguibile, continuo. C'è tuttavia da dire che il rendimento energetico di ogni singola pala eolica dipende dall'intensità del vento».

Ovvero?
«Le macchine eoliche funzionano solo dentro parametri minimi e massimi di velocità del vento: si avviano ad una velocità tra i 2 e i 4 metri al secondo e si disattivano se questa supera i 25. L'area dove installare gli impianti dovrà quindi necessariamente possedere precise caratteristiche meteo ambientali, che in prima analisi vanno misurate sul campo, e poi vanno rielaborate con l'ausilio di simulatori. Queste due operazioni di solito sono imprescindibili poiché consentono di valutare l'effettiva resa energetica media di ogni pala e quindi anche il loro effettivo vantaggio».

Si sente spesso parlare di abbattimento di polveri sottili e di altri agenti aerei inquinanti. Le pale eoliche, cosa comportano a questo nemico della nostra salute?
«Era infatti il secondo vantaggio nel mio personale elenco. Per prima cosa va considerato che l'eolico produce energia invece di altre forme più inquinanti, penso ad esempio all'uso di carburanti fossili. Ovviamente si paga un leggero scotto in termini di resa energetica, ma senza dubbio si eliminano i prodotti di scarto, solitamente inquinanti (derivati dello zolfo, gli NOX e la CO2) derivanti dalla trasformazione di altro tipo di carburanti Si è osservato inoltre un abbassamento della concentrazione di polveri sottili sospese - il tanto citato "pm10" insomma - nelle zone in cui si sono installate tali strutture; infatti il movimento delle pale moltiplica la quantità di massa d'aria mossa, il che è a tutto vantaggio di ciò che respiriamo».

E in termini economico-energetici invece, come contribuirebbe un'installazione del genere?
«Questo è un punto abbastanza controverso: infatti rispetto ad altre forme di produzione energetica, idroelettrico, centrali a turbogas o a carbone, l'eolico ha una resa non certo da primato. Tuttavia l'installazione di 54 pale ognuna con una produzione di 162 MW porterebbe ad una quota annuale di 450 milioni di KWatt. Certo che non risolve il fabbisogno energetico della regione, ma può senza dubbio contribuire con una quota considerevole. Quindi, a fronte di un costo leggermente maggiore dell'energia eolica, farebbe diminuire la quota di energia richiesta per soddisfare il fabbisogno dei comuni della costa».

Parallelamente però, ci saranno degli svantaggi: in termini di impatto ambientale ad esempio? E, cosa molto cara agli addetti ai lavori, quanto pagherebbe la regione in termini di turismo?
«La progettazione dell'impianto prevede, per legge, una valutazione ambientale, in cui viene preso in considerazione l'impatto paesaggistico, che ricopre una grande importanza. Inoltre la progettazione stessa, a monte, prevede già la voce chiamata "opere di mitigazione" atte a contenere gli impatti. Poi, considerando che si tratta si una installazione in mare, a mio avviso l'impatto visivo è ridotto ai minimi termini».

Impatti minimi sì, ma insistendo sulla questione turismo?
«Il turismo potrebbe invece, a mio avviso, trarne benefici. Oggi l'ecoturismo, improntato sulla pubblicizzazione dei vantaggi derivanti dalla scelta di una determinata e coerente politica ambientale, è una realtà molto ben avviata in tanti paesi europei. Ovviamente necessita di strutture di accoglienza in grado di attrarre e sostenere un certo tipo di turisti, che per loro stesse caratteristiche, hanno esigenze ben diverse da quelle del turismo costiero di massa».

Un cambiamento quindi, volendo estremizzare, di visione del turista-medio da captare…
«Sì. Infatti tutto questo dovrebbe coincidere con un cambiamento radicale del concetto di turismo della regione, puntando sulla qualità più che sulla quantità, e su un target di turisti anche più esigente e "specializzato" ma non per questo di nicchia».

Tornando su ciò che riguarda l'ambiente e l'impatto delle strutture: cosa comporterebbe tutto ciò alla fauna?
«Devono essere valutati due aspetti: quello sulla fauna/flora marina e quello sull'avifauna. Per quanto riguarda l'equilibrio marino, i problemi derivano per lo più dalla messa in opera dell'impianto, che necessita di un massiccio disturbo dei fondali. Ma non a caso, l'area viene scelta per le sue caratteristiche, cioè la condizione dei fondali, la presenza di aree protette; sulle comunità vegetali e animali viene valutata la diversità pre-opera e la capacità di "resilienza" delle popolazioni marine, che significa la loro capacità di resistere al disturbo e ripopolare l'area disturbata. I lavori inoltre, sarebbero monitorati per creare il minor disturbo possibile».

E l'avifauna?
«L'avifauna invece verrebbe disturbata dalla possibile interferenza delle pale con le loro rotte migratorie. Per ovviare a questo problema, sarebbe sufficiente evitare che l'intero parco eolico intercetti una rotta e ridurre al minimo il disturbo, in modo da agevolare l'avifauna nell'eventuale ridisegno delle rotte».

Necessaria una parentesi sui costi: quale sarebbe, invece, l'impatto sulle nostre tasche?
«Qui resta, a mio avviso, il solito problema della lungimiranza: a parità di costi di partenza ovviamente ci sono fonti energetiche molto più redditizie, come ad esempio le centrali a carbone o idroelettriche, ma l'eolico rimane una buona soluzione da utilizzare dove è possibile, come precedentemente illustrato. La produzione energetica ha dei costi in termini ambientali elevatissima e noi non possiamo farci nulla e non esiste una fonte energetica pulita in assoluto. Lo scopo dovrebbe essere di produrre l'energia di cui necessitiamo, che è peraltro sempre in aumento, in modo meno impattante possibile. Da qui deve partire il concetto di energia alternativa, cioè dal fatto che dei costi, in termini ambientali, ci saranno comunque e che l'energia è indispensabile quanto il mantenimento dell'equilibrio dinamico ambientale».

Quale dovrebbe essere, secondo lei, il ruolo della politica a tal proposito?
«Oggi la politica ambientale può usufruire di uno strumento fondamentale che oppone il valore monetario dell'ambiente al valore di una qualsiasi grande opera. La chiave di volta per poter aprire le menti delle amministrazioni sono, secondo il mio parere, gli "Ecosistem benefits", cioè tutti i benefici, monetariamente valutabili, derivanti dalla salvaguardia dell'ambiente.
Chiudo inoltre dicendo che l'Europa, e quindi l'Italia, ha preso l'impegno di raggiungere una quota minima del 22% del totale fabbisogno energetico, da fonti rinnovabili entro il 2010. Il recepimento della direttiva 2001/77/CE è avvenuto per tutti i paesi dell'unione, e in alcuni casi si è trasformata in una vivace realtà di ricerca e sviluppo. L'Italia, come sempre, si presenta fanalino di coda e ne paga le conseguenze in termini di sanzioni».

(*) tutti i dati tecnici cui si fa riferimento sono presi da "Le fonti rinnovabili del 2005", Rapporto Enea sullo sviluppo delle fonti rinnovabili in Italia (www.enea.it); per approfondimenti sugli "Ecosistem benefits" consultare, tra gli altri, "The value of the world's ecosystem", di R. Costanza et al., presente su "Nature" 387 (1997); inoltre, sono stati utilizzati come portali di riferimento www.iea.org, il sito dell'Agenzia Internazionale dell'Energia e www.ambiente.gov.it.

Ernesto Valerio 04/04/2007 9.10