Giovedì 15 marzo la protesta dei buoni pasto: un caffè al posto del pranzo

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Rifiutare il buono pasto, ma offrire un caffè. Tutti coloro che giovedì 15 marzo si recheranno in un pubblico esercizio a consumare il pranzo si vedranno rifiutare il ticket, ma, al momento di pagare, l’esercente gli offrirà un caffè. E’ questa la proposta della Fipe/Confcommercio-Federazione Italiana Pubblici Esercizi per alleviare il disagio causato ai consumatori dal nuovo “No ticket-day”. Il buono pasto non sarà accettato come forma di protesta contro una sentenza del Tar Lazio, che annulla alcune parti del Dpcm 18 novembre 2005 che serviva a disciplinare il settore.

ABRUZZO. Rifiutare il buono pasto, ma offrire un caffè. Tutti coloro che giovedì 15 marzo si recheranno in un pubblico esercizio a consumare il pranzo si vedranno rifiutare il ticket, ma, al momento di pagare, l'esercente gli offrirà un caffè. E' questa la proposta della Fipe/Confcommercio-Federazione Italiana Pubblici Esercizi per alleviare il disagio causato ai consumatori dal nuovo “No ticket-day”.
Il buono pasto non sarà accettato come forma di protesta contro una sentenza del Tar Lazio, che annulla alcune parti del Dpcm 18 novembre 2005 che serviva a disciplinare il settore.

La Fipe/Confcommercio formalizzerà proprio nella giornata in cui si rifiuteranno i buoni pasto il ricorso al Consiglio di Stato assieme a Fida/Confcommercio-Federazione Italiana Alimentaristi ed Anseb-Associazione Italiana Società Emettitrici Buoni Pasto per richiedere la sospensiva della sentenza del Tar Lazio che «crea un danno grave e irreparabile al settore».

«Il settore torna nel caos; siamo di nuovo al Far West dei buoni pasto – afferma Roberto Chiavaroli Presidente dei ristoratori aderenti alla Fipe/Confcommercio di Pescara – proprio quando eravamo riusciti ad avere una legge che metteva d'accordo tutti.
Vogliamo difendere gli anelli più deboli della catena, cioè lavoratori ed esercenti. Applicheremo tutte le forme di protesta possibili per far valere le nostre ragioni e chiederemo, soprattutto, sostegno a Governo e Ministri per riportare ordine nella filiera.
Sin da oggi all'interno dei pubblici esercizi verranno affisse locandine che avvertiranno i clienti del “No ticket-day”, come pure saranno distribuiti volantini che illustreranno le ragioni della protesta e spiegheranno, in modo chiaro e semplice, come funziona il mercato dei buoni pasto».
Solo per dare qualche cifra, con la sentenza del Tar, secondo l'associazione di categoria, le commissioni a carico dell'esercente salirebbero dal 7 all'11 per cento, i tempi di rimborso dei buoni pasto da 45 giorni anche a 240 giorni e su un ricavo di 100.000 euro di buoni pasto si avrebbe un aumento dei costi di oltre 10.000 euro

GLI EFFETTI DELLA SENTENZA

1. IL MERCATO DEI BUONI PASTO PRIMA DELLA SENTENZA DEL TAR LAZIO

Una prima regolamentazione organica del settore avente forza di legge si è avuta con l'emanazione di un Dpcm (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) il 18 novembre del 2005 su proposta dell'allora ministro per le Attività produttive, Claudio Scajola. All'interno di questo provvedimento venivano stabiliti alcuni parametri fondamentali per disciplinare un settore che movimenta un giro d'affari stimato intorno ai 2,3 miliardi di euro l'anno, che convenziona 100.000 esercizi e garantisce pasti sostitutivi a oltre 2 milioni di lavoratori.
Il provvedimento prevedeva, tra le altre cose, l'obbligo per le società emettitrici di avere un bilancio certificato e un capitale sociale interamente versato non inferiore a 750.000 euro; fissava in 45 giorni il termine inderogabile per il pagamento dei buoni ai ristoratori; stabiliva che le convenzioni dovessero avere forma scritta e aboliva le aste on line che sono il sistema più efficace per costringere gli emettitori a fare forti sconti ai datori di lavoro sulle spalle dei lavoratori e a ulteriori spese gli esercenti tramite le commissioni.

2. GLI EFFETTI INDESIDERATI DELLA SENTENZA DEL TAR

La sentenza del Tar del Lazio su ricorso presentato da una società emettitrice di buoni pasto, la Repas Lunch Coupon s.r.l., ha di fatto azzerato una gran parte di norme, quelle più importanti, che regolamentavano il settore.
«Per gli esercenti», dicono alla Confcommercio, «ci saranno maggiori costi per l'aumento delle commissioni e i crediti non saranno più garantiti dal capitale sociale delle società emettitrici che potrà essere anche di soli 10.000 euro. L'esposizione debitoria delle imprese emettitrici nei confronti di coloro che erogano materialmente il servizio sostitutivo di mensa e che ritirano i buoni pasto dei lavoratori è superiore a 500 milioni di euro ( una cifra pari a 1/3 dell'esposizione complessiva dell'”azienda calcio” nostrana!). Tutto ciò senza garanzia alcuna nei confronti dei debitori, se non il capitale sociale delle aziende emettitrici, appunto, per le quali è venuto anche meno persino l'obbligo di certificare i propri bilanci».
Un altro dei punti fondamentali riguarda, poi, l'annullamento della disciplina sui termini di pagamento che ristabilisce di fatto la cattiva consuetudine di una riscossione con un ritardo di otto mesi senza considerare l'inflazione o la perdita degli interessi sull'ammontare complessivo. L'articolo 9 del dpcm, stabiliva un termine preciso e certo di pagamento, cioè entro un massimo di 45 giorni. L'abolizione di parte del Dpcm consentirà anche a società emettitrici poco serie e scarsamente affidabili di stare sul mercato, facendo tornare il caos fra gli attori della filiera con danni economici per tutti.
Per tutti questi motivi, Fipe, Fida e anche Anseb hanno predisposto un ricorso al Consiglio di Stato per ribaltare la sentenza del Tar Lazio e riportare in tal modo le regole nel mercato dei buoni pasto, a tutela dei diritti di tutti ma, soprattutto, dei più deboli. Di quelli, cioè, che fruiscono (i lavoratori) ed erogano realmente il servizio (gli esercenti) e che nemmeno possono sedersi al tavolo delle trattative quando i datori di lavoro affidano l'appalto del servizio alle aziende di emissione.

13/03/2007 12.43